Movimenti operai e politica mondiale

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Capitolo 4. Movimenti operai e politica mondiale
Il quarto capitolo si propone di analizzare il rapporto tra politica globale e movimenti operai. I processi economici globali sono profondamente implicati nelle dinamiche politiche anch’esse globali, dalla formazione degli stati ai confini della nazionalità, fino ai conflitti tra gli stati e alle guerre mondiali. In particolare, si possono individuare due diversi movimenti oscillatori, l’uno tra la mercificazione del lavoro e lo sgretolamento dei patti sociali, l’altro tra la demercificazione del lavoro ed il consolidamento di nuovi patti sociali. Al fine di comprendere le dinamiche sottostanti ad entrambi i processi di oscillazione, nonché di estrapolare l’impalcatura che ne sorregge la struttura, occorre fornire, secondo l’ideologia della Silver, un quadro empirico delle agitazioni operaie su scala mondiale del XX secolo, a partire dai dati raccolti dal database del World Labour Group: questo percorso sottolinea l’impatto delle guerre mondiali sulla traiettoria complessiva delle agitazioni operaie del Novecento. Vengono proposti alcuni grafici cartesiani che evidenziano una notevole influenza dei conflitti mondiali sugli sviluppi temporali delle lotte operaie: i due picchi più importanti avvengono negli anni immediatamente successivi alle guerre. Questa stretta interdipendenza risulta particolarmente evidente nei paesi metropolitani, pur rimanendo apprezzabile anche nell’aggregato dei dati relativi ai paesi coloniali e semicoloniali: le mobilitazioni si intensificano alla vigilia delle guerre mondiali, mentre declinano fortemente in concomitanza con l’evolversi del conflitto, per poi ripresentarsi sotto forma di grandi ondate di agitazioni nel dopoguerra. Da tempo, nell’ambito delle scienze sociali, si tende a collegare le guerre alla militanza operaia od alla conflittualità sociale in generale.

Nello specifico, Michael Stohl (1980) ritiene che quella del nesso tra i conflitti internazionali ed i conflitti civili sia una delle ipotesi più accreditate delle scienze sociali, evidenziando le differenti direzioni assunte dal dibattito sulla questione di quali forme esattamente questo nesso assuma, e quanto siano determinanti gli aspetti spazio-temporali. Stohl identifica tre varianti di tale ipotesi: la prima sostiene che l’avvento della guerra incrementi la coesione a livello nazionale conducendo la società verso una condizione di pace interna; per la seconda, l’avvento della guerra aumenta la conflittualità sociale a livello nazionale facendo crescere la probabilità di una rivoluzione; la terza, infine, attribuisce alla conflittualità sociale interna alla nazione un aumento della propensione dei governi ad entrare in guerra. Queste diverse interpretazioni vengono spesso proposte come alternative: l’autrice, invece, ritiene che esse siano complementari, essendo ciascuna delle tre ipotesi pertinente rispetto alle differenti fasi temporali del conflitto: la prima ipotesi corrisponde alla durata del conflitto, la seconda descrive la situazione del periodo del dopoguerra, la terza ipotesi quella dei periodi che precedono le guerre mondiali.

È utile considerare anche il rapporto tra la dinamica del ciclo del prodotto e quella dei conflitti e delle egemonie mondiali: i due processi hanno avuto effetti opposti sull’andamento spazio-temporale delle lotte operaie. La dinamica delle guerre mondiali, infatti, ha determinato una tendenza all’unificazione, portando a fasi di diffusione rapida su scala planetaria di una forte militanza operaia, come nel caso dei due periodi post-bellici; al contrario le soluzioni incentrate su pratiche di riorganizzazione spaziale del capitale, legate alle dinamiche del ciclo del prodotto, tendono a sortire effetti distensivi, poiché la dispersione geografica della produzione induce cambiamenti spazio-temporali nei centri nevralgici del conflitto operaio: le insorgenze in un luogo specifico vengono controbilanciate dal declino in altri luoghi.

La globalizzazione di fine Ottocento e l’ascesa del movimento operaio moderno.
La grande espansione dell’economia mondiale attuatasi nella metà del XIX secolo, l’“età dell’oro del capitale”, culmina nella “grande depressione” degli anni 1873-1896, un periodo caratterizzato da una notevole competitività su scala mondiale e da mutamenti nei processi di accumulazione del capitale. In questo contesto di profonde trasformazioni, nasce il movimento operaio moderno nell’Europa occidentale e nel Nord America: ai tre tipi di soluzioni precedentemente analizzati (la riorganizzazione spaziale, l’innovazione tecnologica dei processi, l’innovazione di prodotto), se ne aggiunge un altro, ovvero la riorganizzazione finanziaria. A partire dall’ultimo quarto del XIX secolo si assiste ad un aumento esponenziale dei livelli di concorrenza su scala mondiale ed ad una diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli ed industriali, con una conseguente contrazione dei profitti, alla quale gli imprenditori cercano di provvedere mediante la combinazione di soluzioni basate sulla riorganizzazione spaziale e sull’innovazione dei processi e delle tecnologie. Un ambito promettente, individuato dai capitalisti come ulteriore sito di innovazione del prodotto, è quello dell’industria bellica, nella misura in cui la gara imperialistica in atto negli anni ottanta e novanta dell’Ottocento trasforma il settore industrializzato degli armamenti in una nuova importante sfera di investimento privato, divenendo uno dei siti fondamentali per la rapida formazione di una classe operaia attiva e reattiva. La corsa agli armamenti apre la strada verso la ricerca di un nuovo tipo si soluzione alle crisi, quella, appunto, basata sulla riorganizzazione finanziaria.

La soluzione finanziaria presenta alcune analogie con l’innovazione di prodotto: i capitali vengono dirottati al di fuori del commercio e della produzione ed immessi nelle attività di prestito, di intermediazione finanziaria e di speculazione. La redditività di tali attività finanziarie alla fine dell’Ottocento si collega all’impennata della corsa agli armamenti, data la necessità da parte degli stati di accedere ai prestiti con i quali finanziare gli investimenti militari. La finanziarizzazione del capitale, di conseguenza, è causa dell’indebolimento del potere di contrattazione nel mercato del lavoro in quei settori dell’attività industriale dai quali il capitale viene progressivamente ritirato. A partire dagli anni novanta del XIX secolo, come conseguenza della combinazione di diverse tipologie di soluzioni, il capitale inizia a subire una minore pressione competitiva, con il relativo, ed opposto, aumento della stessa per i lavoratori. Inoltre, a causa della crescita superiore e più repentina dei prezzi rispetto ai salari, la disoccupazione strutturale diviene persistente e si accentua il divario tra stati ricchi e quelli poveri.

La prima reazione alla ristrutturazione capitalistica nei paesi metropolitani si concretizza una grande ondata di agitazioni attuate dalla classe operaia: questa, nella seconda metà del Novecento, vede accrescere enormemente le sue dimensioni e la sua estensione, pur essendosi verificata un’erosione della “aristocrazia operaia” a causa dell’abbassamento degli standard di professionalità richiesta, in seguito all’implementazione delle soluzioni tecnologiche e di processo. Di conseguenza, gli operai qualificati si vedono costretti a coadiuvare quelli senza qualificazione. Il fatto che la manodopera non specializzata stesse aumentando e che si trovasse concentrata nelle zone industriali delle città e nei quartieri facilitava tanto la rapida propagazione delle proteste da una categoria all’altra e da uno stabilimento all’altro, quanto la diffusione di una coscienza di classe. Di conseguenza, l’emergere di una classe operaia politicamente organizzata e strutturata, novità cui la classe dominante non poteva far fronte con una semplice modifica della linea tattica adottata, mette in evidenza la necessità di un cambiamento radicale della strategia. Tale trasformazione può essere definita come la “socializzazione dello stato”: come spiega Polanyi (1957), tutti i paesi occidentali, a prescindere dalle differenze interne, iniziano ad istituire politiche di protezione dei cittadini dalle crisi causate dall’autoregolazione del mercato, mediante l’implementazione di misure di sicurezza sociale.

Il circolo vizioso dei conflitti interni e internazionali.
È possibile individuare una serie di aspetti relativi al rapporto tra conflitti mondiali e mobilitazioni operaie, diretti alla verifica della validità delle tre ipotesi precedentemente esposte. In particolare, le azioni e le reazioni che conducono allo scoppio della prima guerra mondiale vengono considerate prove a favore della congettura, terza nell’ordine, secondo la quale l’attuarsi della guerra si può considerare come una mossa “diversiva” da parte di alcuni governi europei. Analogamente, lo scioglimento della Seconda Internazionale ed il declino generale della militanza operaia coincidenti con lo scoppio della guerra sembrano comprovare la validità della prima ipotesi, che collega lo stato di guerra con la coesione sociale. Ed ancora, le crisi rivoluzionarie del periodo conclusivo della prima guerra mondiale forniscono un sostegno alla seconda ipotesi, che associa lo stato di guerra alla rivoluzione. Si determina dunque un circolo vizioso che è causa del reciproco succedersi di fasi peculiari che, come dimostrato, comportano una complementarità delle tre ipotesi in sostituzione dell’ideologia che le vede come alternative, l’una escludente l’altra. L’analisi, finora incentrata sui paesi centrali del sistema capitalista, deve essere estesa anche alle aree coloniali e semicoloniali, dove i disagi e le trasformazioni legate alle rivalità imperialistiche ed allo sviluppo del colonialismo danno vita ad una crescente militanza operaia e ad aspri conflitti sociali. Infatti, il periodo che va dalle grande depressione alla prima guerra mondiale è caratterizzato da vaste ondate di proletarizzazione in tutto il mondo.

Il potere contrattuale strategico degli operai viene rafforzato in quelle aree inserite nel sistema di approvvigionamento delle potenze in guerra, e l’aumento della militanza operaia si intreccia con le crescenti agitazioni nazionaliste, in India, in Cina ed anche in Africa. Come al termine della prima guerra mondiale, anche alla fine della seconda si propagano forti ondate di agitazioni operaie in tutto il mondo coloniale e semicoloniale, con la differenza che questa seconda ondata si caratterizza per una maggiore intensità ed una più lunga durata rispetto alla precedente.
È importante osservare come il circolo vizioso creatosi tra la guerra e le agitazioni operaie si esaurisca in concomitanza con il consolidamento dell’egemonia statunitense a livello mondiale nel secondo dopoguerra. Nello specifico, si verifica un netto cambiamento nelle dinamiche delle agitazioni operaie, con la transizione da una prima metà del secolo in cui le mobilitazioni sono soggette ad un aumento sostanziale, ad una seconda metà in cui esse sono stabili o in declino. Tale mutamento deriva dalla concentrazione senza precedenti di potere militare ed economico nell’ambito degli Stati Uniti alla conclusione della seconda guerra mondiale, evento che pone fine alla rivalità tra le grandi potenze che avevano dato vita al circolo vizioso di guerre ed agitazioni operaie. A sortire questo effetto, concorrono anche le profonde riforme a livello aziendale, che conducono ad una parziale demericficazione del lavoro in seguito allo stabilizzarsi della crescente forza dei lavoratori a livello mondiale ed ai grandi successi riportati dai movimenti rivoluzionari nella prima metà del secolo. Il modo in cui si attua questo processo è strettamente influenzato dalle strategie di differenziazione spaziale. Infatti, l’equilibrio tra riforme e repressione era sbilanciato a favore di quest’ultima nei paesi coloniali e postcoloniali piuttosto che in quelli metropolitani.

Le sequenze temporali che emergono dal database del WLG forniscono un dato coerente con questa differenziazione: nell’aggregato che comprende in paesi metropolitani si nota un declino lento ed inarrestabile delle citazioni di agitazioni operaie, mentre nel contesto geografico coloniale e semicoloniale il livello di mobilitazione operaia rimane alto, raggiungendo vette storiche nel corso degli anni cinquanta e sessanta. È quindi utile analizzare le trasformazioni subite dai modelli di lotta operaia nel dopoguerra, in rapporto alla portata e alla natura delle riforme attuate e al peso delle misure repressive, ed il ruolo giocato dai processi di riorganizzazione dell’economia mondiale che hanno contribuito a determinare l’esito negativo per la forza lavoro della crisi degli anni settanta. In particolare, le ricorrenti spinte rivoluzionarie del dopoguerra inducono le classi dirigenti degli stati più avanzati ad attuare una profonda riforma del sistema capitalistico mondiale, congiuntamente alle strategie di ricostruzione postbellica: vengono presi rilevanti provvedimenti a livello politico, sociale ed economico, mediante l’adozione di specifiche strategie nell’ambito dei paesi avanzati e non solo. I politici statunitensi sapevano che tali riforme del dopoguerra non potevano essere limitate ai contesti geografici sviluppati, essendo anche i movimenti operai di molti paesi del Terzo Mondo delle potenti armi di mobilitazione. Considerata l’inconsistenza delle riforme offerte ai lavoratori del Terzo Mondo, non sorprende che si dovesse ricorrere maggiormente alla repressione come meccanismo di controllo del movimento operaio: nell’equilibrio tra riforme e repressione, quest’ultima ha un peso molto maggiore nei paesi del Sud del mondo.

La decolonizzazione, ossia l’estensione della sovranità giuridica a tutte le nazioni, si configura come la più grande riforma ottenuta da mondo coloniale in seguito all’epoca delle guerra e delle rivoluzioni. Tuttavia, essa mina uno dei fondamenti da cui trae forza il movimento operaio nel mondo coloniale: nell’ambito di una colonia, ottenuta l’indipendenza, si dissolvono le alleanze interclassiste tipiche dei movimenti nazionalisti, con la relativa perdita dell’appoggio delle altre classi sociali nelle lotte dei contadini e dei lavoratori. Infine, i vasti processi di ristrutturazione dell’accumulazione capitalistica mondiale costituiscono il terzo fattore da considerare nell’analisi della reazione postbellica ai movimenti operai. Dagli accordi di Bretton Woods, alla creazione della Comunità Europea, si assiste all’affermarsi di un processo di “modernizzazione” che, negli anni cinquanta e sessanta, induce gli studiosi di sociologia a parlare di “declino dello sciopero” come conseguenza inevitabile e benefica della rapida diffusione delle tecniche statunitensi di produzione di massa, determinanti la riduzione del potere contrattuale dei lavoratori, da un lato, ed il rafforzamento di una classe di operai semispecializzati, dall’altro. Dunque, i vari tentativi di controllare e di rispondere alla forza dei movimenti operai nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale hanno presentato diversi limiti e numerose contraddizioni.

La ristrutturazione del sistema capitalistico mondiale promossa dagli Stati Uniti pone solide fondamenta per due decenni di profitti e di crescita senza precedenti, che fornisce le basi materiali per sostenere i patti sociali del dopoguerra. Tuttavia, come già accaduto nell’età dell’oro del capitalismo della metà del XIX secolo, la rapida crescita degli scambi commerciali e della produzione conduce ad una crisi di sovraccumulazione, caratterizzata da forti pressioni competitive e da una generale contrazione dei profitti, cui si tenta di provvedere mediante un incremento sostanziale della produttività che, a sua volta, provoca un’accelerazione dei ritmi di lavoro con la conseguente mancanza di collaborazione degli operai. Quindi, è ragionevole pensare che i processi contemporanei della globalizzazione e delle lotte operaie stiano ripercorrendo le tracce della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento. Inoltre, in relazione all’ipotesi secondo la quale la politica mondiale e le guerre determinano le modalità delle agitazioni operaie nel corso del tempo, emerge una domanda chiave, ovvero se le dinamiche politiche e belliche dell’inizio del XXI secolo siano fondamentalmente diverse da quelle che influenzarono le traiettorie del conflitto operaio nel XX secolo.

Capitolo 5. Le dinamiche contemporanee in una prospettiva storico-mondiale

Nel quinto ed ultimo capitolo viene sviluppata un’analisi incentrata sulle caratteristiche e sulla gravità della crisi che i movimenti operai stanno attraversando nell’epoca contemporanea, alla luce delle riflessioni sul passato precedentemente condotte. Attraverso un confronto tra le modalità di gestione delle mobilitazioni dei lavoratori nelle diverse fasi storiche, si delinea un possibile scenario futuro di sviluppo dei modelli di lotta operaia nel XXI secolo. Inserendo l’analisi della forza lavoro entro una cornice teorica storico-mondiale, è possibile interpretare la sempre più diffusa crisi dei movimenti operai contemporanei.

L’analisi condotta nel secondo capitolo a proposito delle riorganizzazioni spaziali della produzione di massa nei settori industriali classici può essere letta anche come l’adombramento di una tendenza globale all’omogeneizzazione delle condizioni lavorative, in grado di colmare il divario tra Nord e Sud del mondo. Tuttavia, dalla riformulazione critica del modello di ciclo del prodotto sono emerse controtendenze sistematiche in termini di modi in cui la disparità tra Nord e Sud si riproduce costantemente determinando forti differenze tra movimenti operai situati in luoghi e posizioni diverse: ciò si spiega in relazione al fatto che ogni meccanismo analogo ha avuto luogo in un ambito competitivo fondamentalmente diverso. Dunque, si assiste ad una tendenza a riprodurre i profitti generati dalle innovazioni tecnologiche e del prodotto solo nei paesi avanzati, mentre i paesi caratterizzati da un basso costo del lavoro ne beneficiano raramente.
Se la riorganizzazione spaziale del capitale tende ad annullare le differenze tra Nord e Sud del mondo, le soluzioni tecnologiche o bastate sul prodotto operano in senso contrario.

Inoltre, avendo precedentemente sostenuto che l’epicentro delle agitazioni operaie non si è solamente spostato di luogo in luogo parallelamente alle successive delocalizzazioni, ma anche di settore in settore, in seguito alle congiunte innovazioni di prodotto, attestato il passaggio delle agitazioni operaie dall’industria tessile a quella automobilistica, nel contesto attuale del XXI secolo è lecito attendersi la formazione di nuove classi operaie e l’insorgenza di nuovi movimenti operai in quello che si configurerà come nuovo settore trainante. In relazione a ciò, risulta fondamentale affrontare la questione del peso e della natura del potere contrattuale dei lavoratori in queste stesse nuove industrie trainanti. Nello specifico, si può affermare che la tendenza novecentesca all’aumento del potere contrattuale legato al luogo di lavoro appare invertita nel nostro secolo e, al contrario, il potere di contrattazione associativo è in ascesa: tale constatazione porta a prevedere che il destino dei movimenti operai del XXI secolo sarà legato alle dinamiche mutevoli della politica mondiale e, in virtù dell’analisi della situazione dei lavoratori tessili agli inizi del Novecento, che ha portato a conferire rilevanza ai legami tra movimenti operai e movimenti di liberazione nazionale, oggi, similmente, è necessario cercare analoghi collegamenti tra i movimenti operai contemporanei ed altri movimenti.

Dunque, la questione relativa al probabile ripresentarsi nel XXI secolo di una situazione di escalation e radicalizzazione dei movimenti operai su scala mondiale è legata alla possibilità che si ricrei un clima di conflittualità internazionale analogo a quello dei primi decenni del XX secolo: a questo riguardo, la guerra del Vietnam rappresenta un caso significativo. Si tratta di un tipo di conflitto sostanzialmente diverso rispetto a quelli che avevano avuto l’effetto di radicalizzare i movimenti dei lavoratori.
Nelle parole dell’autrice, le guerre recenti hanno danneggiato soprattutto i paesi poveri, non colpendo interiormente le masse dei paesi ricchi: ne consegue che ben difficilmente si produrrà quel tipo di movimenti operai forti, coesi, e combattivi tipici della prima metà del secolo scorso. Agli inizi del XXI secolo la sfida più ardua per i lavoratori di tutto il mondo consiste nella lotta non solo contro il proprio sfruttamento e la propria esclusione, ma per un sistema internazionale capace di subordinare il profitto alla sopravvivenza di tutti.

Appendici
A conclusione dell’opera, vengono accluse tre appendici finalizzate all’approfondimento di alcune procedure pratiche sottostanti all’elaborazione ed allo sviluppo dell’analisi esposta nell’ambito dei capitoli precedenti. Pertanto, sarà utile sintetizzare schematicamente il contenuto di ciascuna sezione, in modo da delineare brevemente il contesto pratico dal quale la trattazione ha avuto origine. Nello specifico, l’appendice A, Il database del World Labor Group: concettualizzazione, misurazioni e raccolta dati, si focalizza sulla descrizione delle procedure che hanno condotto alla creazione di questo importante strumento di raccolta dati. Quale principale fonte empirica cui ci si riferisce nel volume in questione per documentare i modelli storico-mondiali di agitazioni operaie, il database nasce da un progetto di ricerca di alcuni dottorandi e docenti del Fernand Braudel Center presso l’Università di Binghamton, che negli anni ottanta costituirono il World Labor Research Working Group. La stessa autrice del testo analizzato, B. J. Silver, ha successivamente approfondito ed aggiornato il database costruito inizialmente dal gruppo di lavoro. Vengono quindi esposte le modalità di sviluppo ed attuazione del progetto di raccolta dati, nella sua concettualizzazione, nelle misurazioni e nelle procedure di reperimento delle informazioni, con la relativa descrizione dei risultati dei test di attendibilità dei dati stessi.
Nell’appendice B, Indicazioni per la raccolta dei dati, sono riportate le linee guida utilizzate da ogni ricercatore che ha proceduto alla schedatura dei dati indicizzati dai quotidiani dai quali precedentemente erano state desunte le notizie pertinenti. L’appendice C, Classificazione dei paesi, infine, elenca i paesi inclusi rispettivamente nel gruppo “metropolitano” ed in quello “coloniale e semicoloniale”.

Augusto Cocorullo – Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze Sociali – Dottorato di Ricerca in Scienze Sociali e Statistiche – XXIX ciclo
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Movimenti operai e cicli del prodotto

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Capitolo 3. Movimenti operai e cicli del prodotto

Il terzo capitolo si propone di ampliare la dimensione temporale dell’analisi dei modelli di mobilitazione operaia attraverso il confronto dell’industria automobilistica con quella tessile, ed il tentativo di identificazione dei settori predominanti del secolo attuale in relazione al possibile attuarsi di processi simili a quelli precedentemente descritti. È possibile sinterizzare schematicamente gli obiettivi che intende raggiungere la trattazione qui sviluppata, in termini di dimostrazione della validità di tue tesi principali: gli ambiti principali di formazione della classe operaia e delle agitazioni si spostano all’interno di ogni settore parallelamente agli spostamenti geografici della produzione; tali ambiti sono soggetti a spostamenti anche da settore a settore, parallelamente all’ascesa ed al declino dei settori trainanti dello sviluppo capitalistico. Propedeutico alla comprensione di questa dinamica intersettoriale è il concetto di “innovazione di prodotto”: il capitale può rispondere alla contrazione dei profitti in un determinato settore con la delocalizzazione (soluzione spaziale) oppure con l’innovazione dei processi di produzione (soluzione tecnologica), ma anche tentando di trasferire gli investimenti verso nuovi settori meno soggetti ad una forte competizione e nuove linee di prodotti innovativi e più redditizi.

 

Il ciclo del prodotto dell’automobile.

Viene proposta una riformulazione critica della teoria del ciclo del prodotto , al fine di collegare tra loro le dinamiche intra- ed inter-settoriali e fornire una base per la comparazione analitica dei cicli intra-settoriali. Il capitalismo storico si è caratterizzato per una serie di cicli produttivi parzialmente sovrapposti, nell’ambito dei quali gli stadi maturi di un ciclo coincidono con l’inizio del ciclo successivo.

La storia dell’industria automobilistica mondiale viene quindi riconcettualizzata in termini di “ciclo del prodotto”, parallelamente ad una comparazione con l’industria tessile. Il modello originale del ciclo di vita del prodotto proposto da Raymond Vernon (1966) si caratterizza per una specifica articolazione: in prodotti di recente innovazione nascono tendenzialmente nei paesi più ricchi, ma, nel corso del loro ciclo di vita, gli impianti di produzione vengono poi dislocati in paesi dove i costi sono più bassi. Tale fenomeno si spiega in relazione al fatto che, durante le prime fasi del ciclo, la concorrenza è bassa e quindi i costi sono poco determinanti; successivamente, quando il prodotto raggiunge lo stadio della maturità con la relativa “standardizzazione”, i concorrenti aumentano, insieme alle pressioni per ridurre i costi. Il percorso descritto in precedenza, a proposito dell’industria automobilistica, corrisponde all’andamento della dinamica appena illustrata, nella misura in cui la produzione si disloca progressivamente nei paesi caratterizzati da bassi salari. Tuttavia, le teorie del ciclo del prodotto, concentrandosi esclusivamente sulle variabili economiche (concorrenza e costi) come cause ed effetti del ciclo, non considera la variabile sociale costituita dalla formazione della classe operaia e dalle contestazioni correlate. Una grande ondata di agitazioni operaie è uno dei fattori che concorrono alla spinta verso un nuovo stadio di dispersione della produzione, ed ogni nuovo stadio rappresenta anche un nuovo momento di formazione della classe operaia. Nello specifico, lo stadio innovativo del ciclo di vita dell’automobile, raggiunto il proprio limite negli Stati Uniti con le lotte sindacali condotte dal CIO, cede il posto al secondo stadio, quello della maturità, che, a sua volta, arriva ad un punto di non ritorno con le agitazioni degli operai europei nei tardi anni sessanta e nel decennio successivo; il terzo stadio, quello della standardizzazione, ha cominciato a raggiungere la sua fase-limite finale con l’esplosione della militanza operaia nei paesi di recente industrializzazione tra gli anni ottanta e novanta.

Gli studi sul ciclo di vita del prodotto sottolineano il fatto che ogni stadio avviene in contesti sempre più concorrenziali, in seguito alla diffusione geografica della produzione, ed il processo diventa sempre più standardizzato: il passaggio da uno stadio all’altro del ciclo produttivo determina un declino della redditività, in relazione alla diminuzione della sopravvenienza attiva monopolistica ed all’abbassamento dei livelli salariali. In quest’ottica, i datori di lavoro che si trovavano allo stadio iniziale del ciclo erano in grado di finanziare un accordo tra capitale e lavoro più stabile e meglio remunerato, poiché beneficiari degli extraprofitti monopolistici, resistendo per oltre quarant’anni anche dopo la conflittualità degli anni trenta. Ciò diviene sempre meno economicamente sostenibile in prossimità dell’avvicinarsi alle fasi finali del ciclo del prodotto, a causa dei bassi profitti derivanti dalle pressioni della concorrenza. Tale fenomeno è stato definito come “contraddizione del successo semiperiferico” (Silver, 1990). La mancanza di accordi stabili tra capitale e lavoro stabilizza il tasso di militanza operaia su livelli sostanzialmente alti, creando un’ulteriore motivazione a favore della delocalizzazione. In linea con quanto dimostrato, appare evidente l’accelerazione attuatasi nel passaggio da uno stadio del ciclo di vita del prodotto automobile al successivo.

 

Il complesso ciclo del prodotto tessile in una prospettiva comparata.

Dal confronto tra le dinamiche di militanza operaia e ricollocazione del prodotto automobilistico con quelle del precedente ciclo del prodotto tessile emerge una certa somiglianza in relazione allo schema seguito: là dove il capitale del settore tessile si è spostato sono emersi conflitti, e ogniqualvolta è emerso un conflitto i capitalisti hanno risposto con una riorganizzazione spaziale e tecnologica. Un’unica differenza è ravvisabile nell’esito negativo che hanno avuto quasi tutti i tentativi di mobilitazione operaia, nonostante le potenzialità oppositorie legate ad una forte militanza. Le due uniche eccezioni sono rappresentate dal caso del Regno Unito, dove, grazie agli extraprofitti ottenuti dagli innovatori, fu possibile siglare accordi relativamente stabili e di lungo termine tra capitale e lavoro, e da quello degli operai tessili che facevano parte dell’ondata di movimenti di liberazione nazionale dei paesi coloniali, e che riuscirono ad avvalersi di tale lotta. È opportuno specificare che il diverso esito delle lotte dei lavoratori del settore automobilistico e del settore tessile trova una valida spiegazione nella diversa organizzazione della produzione, con la conseguente variazione del livello di intensità del potere contrattuale dei lavoratori. Al fine di condurre un’analisi comparativa dei cicli dei due diversi fenomeni di militanza considerati, sarà opportuno delineare le somiglianze e le differenze tre le mobilitazioni operaie nei due settori, confrontando fase per fase i rispettivi cicli del prodotto. In entrambi i casi, le prime grandi ondate vittoriose di mobilitazione avvengono nello stesso paese in cui il ciclo ha inizio (Regno Unito per il tessile, Stati Uniti per il settore automobilistico); come gli operai del settore automobilistico costituivano l’avanguardia del movimento operaio statunitense della metà del Novecento, così i sindacati dei lavoratori tessili erano i più forti nel Regno Unito della fine dell’Ottocento. Tali prime grandi vittorie sono sempre avvenute nel luogo d’origine del ciclo, e nel momento in cui lo stadio d’innovazione volgeva al termine. Al contrario, la fase successiva di diffusione geografica della produzione, in seguito all’adozione della soluzione spaziale da parte degli imprenditori, presenta notevoli differenze tra i due settori.

Infatti, nello stadio maturo dell’industria tessile si registra una dispersione della produzione maggiore rispetto allo stesso stadio del ciclo del prodotto automobilistico, e tale differenza permane anche negli stadi successivi. Questa difformità trova spiegazione in alcuni fattori strutturali specifici: nel settore tessile, le barriere doganali piuttosto basse consentivano anche a piccole imprese di poter essere competitive, essendo le economie di scala di questo tipo di produzione poco significative ed i macchinari facilmente importabili; anche se la produzione tessile meccanizzata costitutiva un elemento di novità della rivoluzione industriale, tuttavia il settore tessile esisteva fin dall’epoca premoderna. In seguito alle prime mobilitazioni operaie, le aziende statunitensi iniziano ad attuare una strategia combinata di riorganizzazioni saziali e tecnologiche, allo scopo di risolvere i problemi di controllo della forza lavoro: a partire dal 1870 i filatoi intermittenti (mule-spinning machine) vengono sostituiti dai filatoi ad anelli (ring-spinning machine) il cui controllo poteva essere gestito anche da donne e ragazzi.

L’applicazione di questo nuovo tipo di macchina filatrice dà avvio ad un periodo di sviluppo massiccio dell’industria tessile nel Sud degli Stati Uniti, in India, in Giappone ed in Cina. Negli anni venti, la globalizzazione della produzione, similmente a quanto verificatosi per l’industria automobilistica, è causa dell’applicazione di forti pressioni concorrenziali a livello mondiale che, costringendo le aziende a fronteggiare tali condizioni mediante pratiche di razionalizzazione della produzione e taglio dei costi, scatena anche un’ondata di agitazioni operaie in tutto il mondo. Nello specifico, la già affrontata questione della maggiore estensione superficiale del fenomeno militante dell’industria tessile rispetto a quella automobilistica, non va interpretata in termini di un maggior potere contrattuale dei lavoratori: a sostegno della veridicità di questa considerazione è utile riflettere sull’esito quasi sempre fallimentare delle proteste degli operai delle aziende tessili. Gli unici successi registrati sono circoscritti ai paesi nell’ambito dei quali gli operai potevano contare sull’appoggio dei nascenti movimenti nazionalisti: è questo il caso di Bombey e del contesto cinese. In definitiva, pur nell’evidente somiglianza dei processi economici e politici attuatisi nel tempo, i modelli storico-mondiali di militanza operaia dell’industria automobilistica e di quella tessile, nel loro costituirsi in una dimensione diacronica in termini di ciclo del prodotto, presentano due differenze sostanziali: la diffusione geografica dei picchi delle ondate di agitazioni è maggiore nel settore tessile che in quello automobilistico; il successo delle lotte operaie, in relazione alla capacità complessiva di ottenere vantaggi dal capitale, è maggiore nel settore automobilistico che in quello tessile. Gli operai di quest’ultimo settore, infatti, non potendo interrompere il flusso produttivo, essendo l’industria tessile disintegrata verticalmente ed il processo di lavoro suddiviso in fasi distinte, a differenza della produzione di massa di tipo fordista caratterizzata da integrazione verticale e produzione a flusso continuo, non ottengono particolari benefici dalle mobilitazioni messe in atto, anche a causa delle ridotte dimensioni delle singole aziende, con la relativa limitazione della quota di capitale fisso immobilizzato da uno sciopero.

È da considerare inoltre la progressiva diminuzione del livello di specializzazione degli addetti alla produzione, come conseguenza dell’implementazione di macchinari dal più semplice utilizzo. Questa debolezza strutturale del potere contrattuale degli operai trova una parziale compensazione nel potere associativo: i lavoratori britannici della fine del XIX ottengono alcuni risultati positivi grazie alle solide basi del sindacato. L’analisi comparativa finora condotta è incentrata sui singoli stadi delle dinamiche di conflittualità interne a ciascun settore. È necessario precisare che l’ascesa ed il declino dei conflitti tra capitale e lavoro nei cicli del prodotto tessile ed automobilistico si configurano come traiettorie collegate da una dinamica intersettoriale: essi si sovrappongono e si influenzano, determinando uno spostamento del capitale dall’industria tessile a quella automobilistica, in concomitanza con l’avanzamento della prima nella fase di maturità.

In conclusione, è possibile affermare che la dinamica generale dei conflitti operai mondiali è strettamente legata alle fasi dei cicli del prodotto ed alle variazioni correlate del potere contrattuale dei lavoratori. In questi termini, il tentativo di comprendere le di dinamiche future dei movimenti operai necessita di un’indagine circa il più probabile successore del complesso industriale automobilistico come settore trainante del capitalismo mondiale.

 

Cicli, innovazioni e mobilitazione operaia nel settore dei trasporti.

L’industria tessile e quella automobilistica si caratterizzano per una sostanziale dipendenza dalle attività e dai sistemi di trasporto in varie fasi del processo produttivo, dall’acquisizione di materie prime fino all’arrivo dei prodotti finali sul mercato: è quindi assodata la centralità del settore dei trasporti per il capitalismo storico. I lavoratori che operano nell’ambito di quest’ultimo contesto sono dotati di un potere contrattuale connesso al luogo di lavoro relativamente forte: il loro “luogo di lavoro” è l’intera rete di distribuzione. Lo sviluppo di nuove reti di trasporti ha sempre prodotto un grande effetto sulle fonti di ricchezza dei capitalisti allocate in vari luoghi (Harvey, 1999) e, di conseguenza, anche il malfunzionamento delle reti esistenti, compreso quello provocato dalle lotte operaie. In questo caso specifico, risulta alquanto complesso pianificare riorganizzazioni spaziali come strategie di risposta al potere contrattuale dei lavoratori. Per questo motivo, una strategia cui i datori di lavoro hanno fatto ampiamente ricorso è stata l’innovazione tecnologica: la “containerizzazione” e la meccanizzazione dei docks nel trasporto marittimo si configurano come innovazioni responsabili della riduzione della manodopera. Dove invece non si sono attuate trasformazioni nei processi lavorativi, le pratiche di contenimento delle mobilitazioni dei lavoratori si sono concretizzate nell’innovazione di prodotto, in termini di pressioni concorrenziali legate alle diverse possibilità e modalità di trasporto delle merci. Infine, anche la regolamentazione statale ha giocato un ruolo diretto nella dinamica delle agitazioni nei trasporti.

Questione cardine che si pone come imprescindibile per la comprensione e l’analisi degli esiti dei movimenti operai dell’inizio del XXI secolo, e che si afferma anche nell’ambito settoriale dei trasporti, è la determinazione della previsione delle modalità d’azione dei lavoratori provvisti di un forte potere contrattuale, in relazione ad un eventuale utilizzo a vantaggio della categoria d’appartenenza o di tutte le classi tipologiche di lavoratori.

A tal proposito, è necessario identificare il potenziale successore del complesso industriale automobilistico come settore trainante del capitalismo globale, al fine di indagarne le configurazioni interne del potere contrattuale dei lavoratori in esso orbitanti. Risulta improbabile alquanto individuare un unico prodotto che svolga un ruolo storicamente equivalente a quello ricoperto dal settore tessile nell’Ottocento e da quello automobilistico nel Novecento: una delle peculiarità più evidenti del capitalismo contemporaneo è proprio la sua eclettica flessibilità, che si manifesta nella grande quantità di beni di consumo e nella rapida ascesa di nuovi prodotti. Come conseguenza di quanto affermato, si palesa la necessità di identificare una serie di industrie che meritano uno sguardo analitico attento in quanto potenziali siti critici per la formazione di una classe operaia mondiale e di nuovi conflitti operai.

 

L’industria dei semiconduttori.

La varietà di beni che caratterizza la società consumistica postmoderna è stata resa possibile in gran parte grazie al semiconduttore: secondo Peter Dicken (1998), la microelettrica ha rimpiazzato l’automobile nel ruolo di “industria delle industrie”. L’impatto del settore microelettronico è indiretto, nella misura in cui si considera l’inclusione dei semiconduttori in una enorme quantità di prodotti e processi produttivi, ed allo stesso tempo non esercita una spinta pressoria diretta sulla formazione di una nuova classe operaia paragonabile a quella del tessile e dell’industria automobilistica. Nonostante la crescita esponenziale del volume della produzione a partire dagli anni settanta, il numero di nuovi posti di lavoro si è mantenuto sostanzialmente basso a causa dell’automatizzazione della produzione dei circuiti integrati. Inoltre, mentre la fase innovativa e tecnologicamente sofisticata di progettazione avviene nei paesi avanzati, dal momento che tale processo richiede personale altamente qualificato a livello tecnico, la parte manuale del ciclo produttivo di assemblaggio della scheda, invece, viene delocalizzata nei paesi a basso costo del lavoro. Ciò ha contribuito alla crescita del proletariato industriale giovanile e femminile nei paesi più poveri, fenomeno che viene definito “catena di montaggio globale”.

 

Servizi all’impresa.

Altro settore individuato come possibile successore dell’industria automobilistica è quello dei servizi all’impresa: questi nuovi tipi di prodotti variano dalle telecomunicazioni ai servizi specializzati di tipo legale, finanziario, pubblicitario, di consulenza e di contabilità. Si tratta di servizi all’impresa che danno sostegno a grandi organizzazioni che detengono la gestione di vaste reti globali di fabbriche, uffici e mercati finanziari. A partire dagli anni settanta, si registra un aumento notevole del livello occupazionale nei sevizi all’impresa, per la cui attuazione è necessario anche il lavoro di sostegno fornito dai cosiddetti “colletti blu” e “colletti rosa”. È necessario considerare che alcune mansioni facenti parte della categoria dei servizi alle imprese non devono necessariamente avvenire nelle sedi centrali: mentre ad esempio il lavoro di pulizia di un palazzo aziendale è legato al luogo, la pratica routinaria di immissione dei dati e stesura dei documenti, invece, può essere svolta in paesi caratterizzati da retribuzioni più basse.

Nonostante la frammentarietà delle classi lavorative coinvolte in questi processi, tuttavia, queste verso la fine degli anni novanta riportano vittorie significative. Ciò trova spiegazione nelle opportunità offerte dal potere di contrattazione associativo. Il segmento più mobile del processo di fornitura di servizi alle imprese, quello dell’immissione dei dati, ha determinato una tendenza all’investimento delle società statunitensi ed europee volto allo sfruttamento di lavoratori indiani scolarizzati e con un’ottima padronanza della lingua inglese. Si tratta quindi di un’altra importante area nella quale sta emergendo una nuova classe operaia con le relative potenzialità conflittuali: anche in questo caso assume rilevanza il potere di contrattazione associativo, purché non resti circoscritto a livello di comunità, ma si estenda ad un livello globale. Tale considerazione riporta alla già ribadita necessità di un internazionalismo operaio. Data la centralità della scolarizzazione di massa nel processo di espansione di questa manodopera legata alle telecomunicazioni, si potrebbe ipotizzare che il settore dell’informazione abbia assunto un ruolo centrale, tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, per l’industria che produce beni capitali.

 

L’industria della formazione.

Numerosi studiosi hanno evidenziato l’importanza assunta dal fattore “informazione” e dall’economia basata sulla conoscenza nel contesto societario contemporaneo, al fine di cogliere la natura delle trasformazioni postfordiste. In linea con questa ideologia, Manuel Castells (1997) ha fornito una concettualizzazione di quella che definisce “economia dell’informazione” e, analogamente, David Harvey (1989) ha considerato il capitalismo sempre più dipendente dalla mobilitazione delle potenzialità del lavoro intellettuale. Gli insegnanti pur dovendo “vendere” la loro capacità lavorativa per poter guadagnare, tuttavia non vengono considerati alla stregua degli operai dagli studiosi di scienze sociali, probabilmente perché la loro attività presume un certo grado di specializzazione, perché si ritiene che godano di una certa autonomia potendo esercitare un certo controllo sulla classe e sui programmi; inoltre, i sistemi educativi non sono strettamente assoggettati alla regola del profitto. Date queste peculiarità, occorre valutare se esse pongano i lavoratori del settore formativo pienamente al riparo dalle conseguenze negative della mercificazione del loro lavoro.

Parallelamente all’incremento occupazionale attivatosi nella metà del Novecento, nell’ambito del settore della formazione, si assiste ad un aumento delle agitazioni con un ampia diffusione geografica di queste ultime su scala planetaria. Nel caso specifico degli insegnanti, occorre precisare che il loro potere contrattuale legato al luogo di lavoro è alquanto debole, essendo inseriti in un sistema complesso di divisione tecnica del lavoro. Tuttavia, essi sono situati strategicamente nella divisione sociale del lavoro, nella misura in cui un eventuale sciopero degli insegnanti comporterebbe una frattura del sistema strutturale della società, considerando anche la questione dell’impatto a lungo termine sul prodotto finale (formazione scolastica degli alunni). Allo stesso tempo, la categoria dei docenti si caratterizza per un più forte potere di contrattazione nel mercato rispetto ai lavoratori dei settori industriali precedentemente esplorati: il mondo della scuola, infatti, resta sostanzialmente immune dalle innovazioni tecnologiche e gli insegnanti sono stati risparmiati dall’implementazione di tecnologie atte a ridurre l’impiego di manodopera.

A ciò si deve aggiungere anche un ulteriore caratteristica propria del settore della formazione che si configura in termini di resistenza alle riorganizzazioni spaziali. Dunque alla base del potere contrattuale degli insegnanti è possibile collocare l’impermeabilità del settore alle delocalizzazioni ed alle innovazioni tecnologiche. In relazione a quanto esposto, le attuali spinte alla riforma del sistema educativo possono essere interpretate come un tentativo di individuare strategie ulteriori volte a sottoporre gli insegnanti alle pressioni competitive. Sebbene l’insegnamento non sia stato stravolto, strutturalmente e nelle sue fondamenta, dalle trasformazioni tecnologiche in modo rilevante ed irreversibile, è difficile nonché prematuro anticipare in che misura Internet ed altre tecnologie avanzate di comunicazione possano essere utilizzate per aumentare la pressione competitiva sugli insegnanti, analogamente a quanto si è precedentemente verificato per i settori manifatturieri.

 

I servizi alla persona.

Ultimo settore da considerare, caratterizzato da un rapido sviluppo in termini occupazionali, è quello dei cosiddetti servizi alla persona, ambito definibile in generale come “servizi riproduttivi”, trattandosi del processo di mercificazione di attività precedentemente svolte all’interno della sfera domestica. Gli addetti di questo settore accettano condizioni di lavoro precarie e sono dotati di uno scarso potere contrattuale, essendo tale contesto lavorativo geograficamente disperso: i servizi alla persona, infatti, si rivolgono ad un consumatore individuale, seguendo un modello di dispersione corrispondente alla distribuzione della popolazione e della ricchezza. In particolare, essendo il settore in questione anche estremamente competitivo, data la molteplicità dell’offerta, risulta difficile alquanto per i lavoratori raggiungere un livello di coordinamento tale da attuare un blocco totale della produzione. Inoltre, il potere contrattuale legato al mercato è generalmente basso nei servizi alla persona, e tale constatazione trova legittimazione nella disponibilità di un’ampia offerta di lavoratori con le competenze necessarie a svolgere i compiti richiesti.

Lo sviluppo del settore in questione alla fine del XX secolo mette in evidenza una tendenza generale verso il progressivo declino del potere contrattuale legato al luogo di lavoro. Dunque, il percorso analitico sviluppato rivela una sostanziale impossibilità di individuazione di un’unica industria manifatturiera che svolga nell’epoca contemporanea quel ruolo chiave nei processi di accumulazione del capitale su scala mondiale svolto dall’industria tessile ed automobilistica nei secoli passati. In definitiva, poiché la traiettoria seguita dalle agitazioni operaie del Novecento non si è sviluppata solo nell’ambito dei cicli del prodotto, ma anche dei cicli della politica mondiale, occorre analizzare il rapporto intercorrente tra le dinamiche dei movimenti operai e la politica globale, al fine di comprendere in modo più approfondito le mobilitazioni del Novecento e di rafforzare un’analisi valutativa delle probabili tendenze future.

Augusto Cocorullo – Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze Sociali – Dottorato di Ricerca in Scienze Sociali e Statistiche – XXIX ciclo

 
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I movimenti dei lavoratori e la mobilità del capitale

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Capitolo 2. I movimenti dei lavoratori e la mobilità del capitale

Il seguente capitolo si propone di analizzare le mobilitazioni operaie nell’ambito del settore fondamentale del capitalismo del ventesimo secolo, l’industria automobilistica. Dapprima viene delineato il modello spaziale e temporale dei conflitti operai di questo settore a livello mondiale, dal 1930 all’età contemporanea sulla base di indici desunti dall’elaborazione dei dati raccolti nel database WLG. Successivamente, si descrive il processo attraverso il quale si attua uno spostamento della militanza operaia in parallelo a successive fasi di ricollocazione del capitale. La produzione di massa dell’industria automobilistica determina contraddizioni sociali simili nei vari luoghi in cui essa si diffonde ed afferma. In seguito al verificarsi di questo fenomeno, si assiste all’attuazione di strategie specifiche da parte dei capitalisti mediante lo spostamento della produzione in zone caratterizzate da un minor costo del lavoro e da una manodopera più gestibile, provocando una duplice variazione strutturale: indebolimento dell’organizzazione operaia nelle zone di disinvestimento, rafforzamento della stessa nelle aree di nuova espansione. A tal proposito, David Harvey sostiene che lo spostamento della produzione costituisce una soluzione di tipo spaziale che, tuttavia, non risolve il problema in modo permanente (Harvey, 1989).

L’analisi si incentra sulle similitudini e sui legami tra le varie ondate di agitazioni operaie sorte nei punti strategici dell’espansione dell’industria automobilistica. Pur nella omogeneità e nella similarità dei processi verificatisi in diversi contesti industriali, tuttavia occorre isolare il caso del Giappone per la particolarità del suo sistema di produzione e per le conseguenze che da esso scaturiscono, in relazione alla quasi totale assenza di lotte operaie. Nello specifico, in Giappone, già prima del decollo dell’industria automobilistica, si assiste ad una forte mobilitazione operaia per far fronte alla quale, le aziende decidono di apportare significativi cambiamenti al modello fordista della produzione di massa. I produttori giapponesi di automobili creano dunque un sistema stratificato di subappalti, ai fini di garantire un alto livello occupazionale e di stringere un parrò di collaborazione con la forza lavoro, ottenendo flessibilità e costi contenuti. La strategia appena descritta ha consentito al Giappone di evitare le agitazioni operaie tipiche di altre parti del mondo e di adottare una serie di misure di mercato volte alla riduzione dei costi mediante la cosiddetta “produzione snella” (lean production).

Ritornando al contesto globale, occorre precisare che le trasformazioni della struttura produttiva susseguitesi nel corso degli anni non hanno avuto sempre e solo effetti negativi sul potere contrattuale dei lavoratori: in alcuni casi i metodi di produzione snella hanno aumentato la vulnerabilità del capitale rispetto alle interruzioni del flusso produttivo, incrementando il potere contrattuale aziendale degli operai. In un ambito più recente, le grandi aziende automobilistiche si sono impegnate per ottenere una cooperazione attiva da parte dei lavoratori ed un abbattimento dei costi di produzione. Tuttavia, tali strategie hanno creato una forte stratificazione della forza lavoro lungo la linea di demarcazione geografica tra centro e periferia ed in relazione alle differenze di genere. Al fine di sintetizzare le fasi caratteristiche del processo di determinazione dei modelli storico-mondiali di militanza operaia nell’industria automobilistica, risulta opportuno schematizzare i momenti salienti di questo fenomeno in relazione a tre contesti geografici specifici rappresentativi: Stati Uniti, Europa occidentale, Brasile.

In particolare, si verifica uno spostamento geografico-temporale dell’epicentro della militanza degli operai del settore automobilistico, dal Nord America negli anni trenta e quaranta, verso l’Europa occidentale e poi meridionale negli anni sessanta e settanta, per arrivare ai paesi di nuova industrializzazione negli anni ottanta e novanta. Queste ondate di contestazioni, pur essendosi attuate in contesti culturali, politici e storici estremamente diversi, presentano caratteristiche simili in relazione a determinati parametri: tutte hanno adottato forme non convenzionali di protesta, come le occupazioni, che paralizzavano la produzione di interi poli industriali; gli operai erano prevalentemente immigrati di prima o seconda generazione e potevano contare sul sostegno da parte delle comunità di appartenenza. Punti di contatto possono essere ravvisati anche nelle modalità di contenimento delle maggiori ondate di contestazione, nella misura in cui le vittorie operaie inducono ad attuare strategie manageriali dirette a indebolire strutturalmente il movimento dei lavoratori.

I numerosi tentativi finalizzati all’individuazione di una soluzione spaziale al problema del controllo della forza lavoro suggeriscono una specifica lettura analitica di queste ondate di mobilitazione: esse sono poste in relazione tra loro dai successivi spostamenti della produzione verso le aree di minor agitazione. Dunque, militanza operaia e mobilità del capitale possono essere considerati come parti integranti di un unico processo storico: il potere contrattuale dei lavoratori subisce un contenimento nei luoghi dai quali il capitale viene spostato, mentre si istituisce, fortificandosi, una nuova classe operaia nei luoghi di recente espansione industriale. Il percorso appena delineato si ripete con una certa similarità strutturale ed omogeneità di tratti caratteristici in un contesto globale più ampio a partire dagli anni trenta e quaranta negli Stati Uniti. Il 30 dicembre 1936 gli operai occuparono gli stabilimenti Fisher Body n.1 e n.2 della General Motors a Flint, nel Michigan. Il 12 marzo dell’anno seguente l’industria statunitense fu costretta a cedere firmando un contratto con la United Workers Auto. Questo evento segna l’inizio del processo di affermazione dei modelli storico-mondiali di militanza operaia nel settore produttivo automobilistico

L’elemento chiave che spiega il successo della UAW è collocabile nel potere contrattuale legato al luogo di lavoro, con la relativa capacità dei lavoratori di sfruttare la loro posizione nell’ambito del complesso modello di divisione del lavoro tipico della produzione di massa: attraverso pratiche di occupazione e di interruzione dell’attività lavorativa in specifici settori, infatti, è possibile paralizzare un’intera azienda. La strategia oppositoria di contenimento attuata dall’industria automobilistica nei riguardi delle mobilitazioni operaie si concretizza nello spostamento della produzione lontano dalle roccaforti del sindacato. A partire da questo episodio peculiare, si registrano altri simili avvenimenti che si sviluppano secondo le stesse modalità esposte, e che quindi, a buon diritto, possono essere ritenute costanti effettive del processo di formazione di movimenti operai in seguito all’affermarsi delle caratteristiche proprie della mobilità del capitale. Stesso discorso per l’Europa occidentale.

Durante il periodo compreso tra le due guerre mondiali, l’Europa occidentale, arretrata rispetto agli Stati Uniti nell’applicazione del modello fordista di produzione di massa nel settore automobilistico, presenta un sistema produttivo estremamente differente: l’industria europea era infatti caratterizzata dalla presenza di una molteplicità di piccole imprese impegnate nella produzione di auto “su ordinazione” (custom-manifacture), prive di quella forza coercitiva necessaria al raggiungimento di livelli di sviluppo simili rispetto alla ben più evoluta situazione statunitense. Data la limitata espansione del modello di produzione di massa, il potere contrattuale legato al luogo di lavoro degli operai europei era relativamente basso, mentre negli anni successivi alla prima guerra mondiale prevaleva il potere associativo. In questo periodo, infatti, si registra un aumento esponenziale dei movimenti operai e dei partiti di sinistra con il relativo guadagno di notevoli vittorie dal punto di vista elettorale e dei diritti dei lavoratori. A partire dagli anni cinquanta e sessanta, tuttavia, si assiste ad un processo di progressiva convergenza dei livelli del potere contrattuale legato al luogo di lavoro sulle due sponde dell’oceano Atlantico, in seguito allo spostamento del fulcro della crescita dell’industria automobilistica in Europa occidentale, come conseguenza delle forti mobilitazioni dei lavoratori statunitensi negli anni trenta e quaranta. Secondo Altshuler (1984), infatti, si può collocare la prima fase di espansione dell’industria automobilistica tra il 1910 ed il 1950 negli Stati Uniti, mentre la seconda si pone nell’Europa occidentale tra gli anni cinquanta e i sessanta (Altshuler, 1984).

La rapida diffusione del modello di produzione di massa determina il presentarsi di effetti contraddittori sulla forza lavoro europea, non molto diversi da quelli sperimentati in precedenza dai lavoratori statunitensi: si riduce il potere contrattuale dei lavoratori specializzati dotati di abilità artigianali in seguito all’affermarsi delle nuove modalità di produzione, da un lato; si costituisce una nuova classe operaia semispecializzata, composta da immigrati di recente proletarizzazione, a causa della trasformazione e dell’espansione del settore, dall’altro. Anche nel contesto europeo è possibile registrare un repentino mutamento della situazione: i lavoratori della nuova produzione di massa, a causa delle durissime condizioni di lavoro, come i loro omologhi negli anni trenta, sfruttando il potere contrattuale derivante dalla loro posizione all’interno del complesso sistema di divisione del lavoro, mettono in atto una serie di scioperi in punti e tempi strategici al fine di arrecare notevoli danni alle aziende automobilistiche.

Pur nella differenziazione tra area settentrionale e meridionale dell’Europa occidentale, dovuta all’andamento ben più esplosivo delle agitazioni degli operai nel Sud rispetto a quelle verificatesi al Nord, tuttavia i clamorosi successi dei movimenti operai provocano da parte dei costruttori di automobili una reazione analoga a quella attuata negli anni trenta e quaranta dalle aziende statunitensi: ci si affida dunque a misure risolutive già precedentemente sperimentate, come l’innovazione dei processi, la promozione di un sindacalismo responsabile e la ormai nota delocalizzazione della produzione. Quest’ultima strategia, adottata principalmente dalla Volkswagen con il trasferimento dei suoi investimenti in Messico ed in Brasile, sposta l’analisi in questione nel contesto geografico del Brasile, quale ulteriore ambito analitico dello studio sulla determinazione dei modelli storico-mondiali di militanza operaia nell’industria automobilistica. In particolare, gli anni del “miracolo economico” brasiliano, tra il 1968 e il 1974, corrispondono al periodo in cui il capitalismo del Primo Mondo era alla ricerca di un nuovo territorio nel investire. L’industria automobilistica brasiliana viene investita da un aumento esponenziale della produzione a partire dagli anni settanta: la rapida espansione del settore produttivo determina il costruirsi di una nuova classe operaia, in termini di esperienza e di numero. I lavoratori si trovano dunque in una posizione strategica all’interno del complesso sistema di divisione del lavoro, proprio come i colleghi statunitensi ed europei, e, rispetto a questi, sono strategicamente posizionati anche nel settore chiave delle attrezzature per i trasporti. Gli scioperi e la mobilitazione operaia assumono in questo contesto un valore potenziale ben più determinante rispetto alle situazioni precedentemente analizzate, potendo avere effetti non solo sui profitti del settore in questione, ma anche sulla capacità del governo brasiliano di provvedere al pagamento del suo consistente debito estero.

Alla fine degli anni settanta, scuotendo i lavoratori da quasi quindici anni di torpore, si affaccia sulla scena brasiliana un nuovo movimento sindacale. A partire dal 1978, si assiste ad una forte ondata di scioperi, in seguito al rifiuto da parte degli operai dello stabilimento Saab-Scania di São Bernardo di mettere in funzione i macchinari: tale fenomeno dà ufficialmente avvio ad una serie di episodi simili nelle fabbriche della Mercedes, della Ford, della Volkswagen e della Chrysler, fino ad interessare tutte le principali industrie automobilistiche brasiliane. Risulta più che evidente il parallelo, in termini di caratteristiche e modalità attuative, con le forme di protesta attuate negli Stati Uniti degli anni trenta e nell’Europa occidentale degli anni sessanta. Anche in questo caso i lavoratori riescono ad ottenere un incremento sostanziale dei salari ed il riconoscimento di nuovi sindacati indipendenti. Nonostante i numerosi tentativi di contenimento delle rivolte e di eliminazione dei sindacati nelle fabbriche da parte delle multinazionali del settore automobilistico, queste, costrette all’accettazione degli effetti delle mobilitazioni a partire dal 1982, vedono tuttavia affermarsi una nuova classe di operai consapevole dei propri diritti lavorativi.

Appare infine rilevante il fatto che il movimento operaio, nonostante le innumerevoli strategie oppositorie operate al riguardo, non sia riuscito ad ottenere le dovute garanzie relative alla sicurezza del posto di lavoro. Ad attirare l’attenzione degli investimenti delle multinazionali è, oltre il Brasile, anche il Sudafrica: qui si forma un vasto proletariato urbano nero, concentrato nelle mansioni semiqualificate delle industrie di produzione di massa. Il processo storico che si attua in questo ulteriore contesto geografico appare estremamente simile a quello sviluppatosi nei continenti precedentemente sottoposti ad analisi: costituitosi un movimento attivo di lavoratori, si assiste ad un’ondata di militanza operaia tra il 1970 e i primi anni ottanta, a partire da una serie di scioperi del 1973 concentrati nelle fabbriche di Durban, con la relativa acquisizione di legittimità da parte dei sindacati neri nel 1979. Il fallimento delle politiche repressive volte a mantenere il controllo sui lavoratori induce il capitale internazionale ad abbandonare l’industria automobilistica sudafricana, e a dirigersi, ancora una volta, verso un territorio caratterizzato da un basso grado di mobilitazioni operaie. Lo scenario d’applicazione del modello fordista di produzione di massa si sposta nel contesto della Corea del Sud, il cui governo si rivolge proprio al settore automobilistico al fine di attuare politiche di sviluppo del paese. Il caso coreano si pone in leggero contrasto rispetto a quello statunitense, a quello europeo, a quello brasiliano ed a quello africano, per il fatto che, inizialmente, il regime autoritario vigente bandisce sindacati autonomi e scioperi, contribuendo a mantenere bassi i salari e tiranniche le condizioni di lavoro, con il conseguente aumento esponenziale dei tassi produttivi.

Tuttavia, a partire dal 1987, un’ondata di mobilitazioni inizia a travolgere il paese, consentendo ai rivoltosi di ottenere rapide vittorie significative. Ai tentativi di repressione, si risponde con ulteriori forme di protesta che conducono ad un peggioramento di altri problemi strutturali (Rodgers, 1996). Un pieno riconoscimento della legittimazione dei movimenti e dei sindacati sudcoreani si ha nel 1997. In sintesi, si può affermare che le multinazionali del settore automobilistico abbiano inseguito l’improbabile obiettivo di un lavoro “docile” e a basso costo in ogni angolo del mondo, per poi rendersi conto della sconcertante similarità delle dinamiche di militanza dei movimenti operai: la strategia della delocalizzazione non ha fatto altro che trasferire le contraddizioni da un luogo di produzione all’altro, non risolvendo affatto i problemi di redditività e di controllo della forza lavoro. In quest’ottica, le tendenze più recenti osservabili nel contesto storico contemporaneo possono essere interpretate come inizio di un nuovo ciclo di delocalizzazione e di militanza: la Cina ed il Messico, nelle parole dell’autrice, costituiscono i nuovi siti adatti ad una rapida espansione e caratterizzati da bassi salari, dove, presumibilmente, potrebbe emergere un movimento operaio forte ed indipendente nell’industria automobilistica, appunto, cinese e messicana.

A questo punto, risulta necessario esplorare un altra caratteristica strutturale propria del settore industriale automobilistico legata alla strategie attuate dalle multinazionali in concomitanza con il progressivo affermarsi dei movimenti di militanza operaia. Accertata la sostanziale inconsistenza dell’applicazione della soluzione decolonizzante ai problemi di redditività e controllo della forza lavoro, si manifesta la minaccia competitiva rappresentata negli anni ottanta dal grande successo dei marchi giapponesi, che spinge i costruttori statunitensi e quelli dell’Europa occidentale ad implementare un piano di innovazione tecnologica come possibile soluzione dei loro problemi, emulando selettivamente i processi produttivi caratterizzanti il settore automobilistico giapponese. In seguito all’affermarsi di questa strategia, si assiste ad una progressiva diffusione e ad una sempre più convinta adozione di regole di lavoro flessibile e forme di consegna just in time, nonché del lavoro di team e dei cicli di qualità, con il conseguente abbandono dell’integrazione verticale a favore dell’outsourcing, uso estensivo di risorse subappaltate ad aziende esterne.

La sostanziale differenza che intercorre tra il modello originale giapponese e quello adottato dalle multinazionali nordamericane ed europee è ravvisabile nella mancanza, da parte di queste ultime, dell’offerta alla forza lavoro, impegnata nei settori strategici della produzione, della garanzia di un lavoro sicuro: l’imitazione, dunque, è circoscritta alle misure tipiche della produzione snella giapponese, non estendendosi alle politiche del lavoro ad esse correlate. Il modello che ne scaturisce può essere definito come lean and mean (“snello e miserabile”) (Harrison, 1997), mentre quello “toyotista” originario, offrendo sicurezza in cambio di cooperazione, si configura come lean and dual (“snello e duale”). La differenza tra i due modelli è cruciale per comprendere le dinamiche delle agitazioni operaie contemporanee nel settore dell’industria automobilistica. Infatti, in molti dei vari siti di espansione della stessa, le politiche di impiego mantengono le medesime caratteristiche del passato, determinando il perdurare del modello lean and mean e delle dinamiche di costituzione di nuovi movimenti operai ad esso collegato.

Pur nella sua generale validità, tuttavia, il modello della produzione snella, nelle forme in cui esso è stato prevalentemente sfruttato, presenta dei limiti attuativi legati all’incapacità di adottare contestuali politiche d’impiego atte a favorire la cooperazione attiva tra lavoratori. In definitiva, tali strategie non si sono limitate alla ricollocazione del capitale industriale o alla riorganizzazione delle linee di produzione esistenti: il capitale, nella costante ricerca di maggiori rendimenti e di un più saldo controllo, si è esteso in nuovi settori ed in nuove tipologie di prodotti. Gli spostamenti geografici della conflittualità non sono più circoscritti in uno specifico settore industriale, ma si configurano come intersettoriali di lungo periodo nella localizzazione del conflitto tra capitale e lavoro. Dunque, il conflitto operaio si lega inscindibilmente alla soluzione basata sulla riorganizzazione del prodotto (product fix) quale ulteriore variabile da considerare nell’analisi del fenomeno in questione.

Augusto Cocorullo – Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze Sociali – Dottorato di Ricerca in Scienze Sociali e Statistiche – XXIX ciclo
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Beverly J. Silver – Le forze del lavoro. Movimenti operai e globalizzazione dal 1870

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Biografia
Beverly J. Silver è docente di Sociologia presso la Johns Hopkins University di Baltimore (Maryland). È autrice di Forces of labor. Workers’ Movements and Globalization since 1870 (CUP, Cambridge 2003). Ha ricevuto due volte il “Distinguished Scholarly Publication Award” dalla sezione Pews (Political Economy of the World-System) dell’American Sociological Association. Per Bruno Mondadori ha pubblicato Caos e governo del mondo (con G. Arrighi, 2003) e Le forze del lavoro. Movimenti operai e globalizzazione dal 1870 (2008).

Abstract
Un libro innovativo, imparziale e rigoroso, un’analisi comparativa di lungo periodo che si avvale di un’imponente raccolta di dati. Nell’esaminare le trasformazioni storiche, le forme di resistenza e il ruolo dei movimenti operai nei paesi del Nord e del Sud del mondo, l’autrice dimostra che i movimenti su scala locale sono sempre connessi con i processi politici e socio-economici che avvengono su scala globale coincidendo con l’avvicendarsi dei settori nevralgici dello sviluppo capitalistico e la localizzazione geografica della produzione. Punto di partenza della monografia è un quesito: il movimento operaio è destinato irreversibilmente a perdere la sua forza e la sua capacità negoziale?

L’autrice studia le trasformazioni principali delle lotte operaie, il passaggio dalla centralità del settore tessile a quella del settore automobilistico fino a quelle odierne dei settori dei trasporti e delle comunicazioni e mostra il ruolo che ancora oggi in molte parti del mondo, specialmente dove è stata delocalizzata parte dell’attività industriale, giocano i movimenti dei lavoratori. La ricerca è condotta in maniera rigorosa, e il ventaglio di possibilità di azione e organizzazione che presenta non derivano da una tesi a priori, ma da un’attenta disamina dei dati sull’andamento delle lotte operaie in una pluralità di paesi del Nord e del Sud del mondo. Il libro è un esempio raro di sociologia rigorosa, basata su analisi comparative di lungo periodo capaci anche di fornire ragionevoli previsioni sulla direzione che i fenomeni sotto osservazione prenderanno nel futuro.

 

Capitolo 1. Introduzione
La crisi dei movimenti operai e degli studi sul movimento operaio
Nell’ultimo ventennio del Novecento si registra, nell’ambito delle scienze sociali, una condizione di crisi avanzata dei movimenti operai, con il relativo affievolirsi degli studi ad essi dedicati. I fattori che conducono a tale conclusione possono essere in tal modo schematizzati: diminuzione del numero di scioperi e di altre espressioni di militanza dei lavoratori; calo delle adesioni al sindacato; riduzione dei salari a fronte di una crescente precarietà lavorativa. William Sewell, a tal proposito, nota che l’inadeguatezza della classe operaia nello svolgere quel compito liberatorio assegnatole tanto dai discorsi rivoluzionari quanto da quelli riformisti, fa perdere parte del proprio peso allo studio della sua storia (Sewell, 1993).

Questa doppia crisi si configura come “strutturale” e “di lungo periodo”, poiché correlata alle trasformazioni epocali caratterizzanti gli ultimi decenni del ventesimo secolo e derivanti dal fenomeno globalizzante. Aristide Zolberg, in linea con tale constatazione, ritiene che gli stravolgimenti propri degli ultimi decenni del Novecento abbiano comportato un’irreversibile sparizione della classe operaia (Zolberg, 1995). Analogamente, Manuel Castells sostiene che l’avvento dell’era informatica abbia trasformato la sovranità statale e le esperienze lavorative ledendo la capacità del movimento operaio di agire come gruppo socialmente coeso in rappresentanza degli operai (Castells, 1997).

Parallelamente a queste posizioni, se ne registrano altre totalmente contrapposte che, invece, a partire dalla fine degli anni novanta, mettono in evidenza una netta ripresa dei movimenti operai in relazione alla crescente reazione contro i disagi scaturenti dalla globalizzazione: nella Francia del 1995, lo sciopero generale contro i tagli al settore pubblico segnava ufficialmente la prima ribellione contro la globalizzazione (da Le Monde). Negli Stati Uniti, si rinnova l’interesse nei confronti dei movimenti operai, in seguito a questo attivismo, con la conseguente volontà di coinvolgimento degli intellettuali nello studio del fenomeno attraverso la divulgazione di pubblicazioni ad esso pertinenti.

Data l’evidente ambivalenza delle posizioni ideologiche registrate in materia, l’autrice, al fine di palesare lo scopo principale nonché punto di partenza della sua monografia, si chiede quale fra le due attese divergenti sia la più plausibile; per poter condurre un’indagine analitica esauriente ed oggettiva, e dare un’adeguata risposta all’interrogativo sotteso all’opera in questione, è necessario ricostruire gli studi sul lavoro in un quadro di riferimento storicamente e geograficamente ampio ed articolato. A seconda della prossimità o dello scostamento da parte degli studiosi rispetto alla concezione che vede nel mondo contemporaneo un elemento di “novità storica”, sarà possibile registrare differenti valutazioni sul futuro dei movimenti operai. Nello specifico, coloro che circoscrivono tali movimenti in una fase di crisi irreversibile ed inarrestabile, ritengono che l’epoca contemporanea sia fondamentalmente nuova e senza precedenti; coloro che, invece, s’attendono una ripresa significativa dei movimenti operai considerano lo stesso capitalismo storico in termini di dinamiche ricorrenti. Dunque, le previsioni circa il futuro dei movimenti devono basarsi sul confronto tra le dinamiche contemporanee ed analoghe dinamiche emerse nel passato: in tal modo sarà possibile separare i fenomeni ricorrenti da quelli effettivamente nuovi. L’obiettivo è esplicitamente quello di distinguere, da vari punti di vista, per le agitazioni operaie mondiali, i meccanismi ricorrenti da quelli fondamentalmente nuovi e senza precedenti.

Dibattiti sul presente e il futuro dei lavoratori e dei movimenti operai.
Nelle parole dell’autrice, prima di procedere con l’esplorazione effettiva della tematica trattata, occorre analizzare due giudizi diametralmente opposti circa gli effetti che il fenomeno della globalizzazione sortisce in relazione all’istituto del movimento operaio. Da un lato, ci si chiede se i processi contemporanei di globalizzazione abbiano indebolito lavoratori e movimenti operai, innescando una “gara al ribasso” dei livelli salariali e delle condizioni di lavoro; dall’altro, ci si interroga sulla natura del fenomeno globalizzante e sulle conseguenze che ne derivano in relazione alla presunta creazione di condizioni oggettivamente favorevoli all’emergere di un forte internazionalismo operaio.

La crisi dei movimenti operai è stata spesso considerata come effetto dell’ipermobilità del capitale produttivo del tardo Novecento, che ha dato origine ad un mercato del lavoro unico caratterizzato dalla competizione individuale tra lavoratori su scala planetaria. Nell’ideologia di Jay Mazur, le aziende multinazionali hanno innalzato il livello di concorrenza tra i singoli lavoratori, mettendo sotto pressione il movimento operaio internazionale (Mazur 2000). Con tale constatazione s’intende sottolineare la drastica diminuzione del potere contrattuale dei lavoratori con il conseguente ribasso dei salari. In linea con tale ideologia, secondo altri studiosi, l’ipermobilità del capitale indebolisce la sovranità dello stato e con essa la capacità di controllare i flussi di capitale, nonché la capacità di proteggere il tenore di vita dei propri cittadini e i diritti dei lavoratori. Ed ancora, un’altra spiegazione della crisi del movimento operaio si focalizza sulle trasformazioni dell’organizzazione dei processi di produzione: tali “innovazioni di processo” minano alla base il potere contrattuale dei lavoratori. Nelle parole di Craig Jenkins e Kevin Leicht, il sistema fordista di produzione di massa concorre a rinforzare e rinvigorire l’identità sociale e collettiva dei movimenti operai che, al contrario, è resa flebile ed inconsistente dall’affermarsi del sistema postfordista. Inoltre, le pressioni esercitate dalla concorrenza globale costringono i datori di lavoro ad implementare sistemi di produzione “flessibile”: ciò è causa della trasformazione della solida classe operaia in una rete di rapporti temporanei e sbrigativi (Jenkins e Leicht, 1997). Al contrario, rispetto alle aree da cui il capitale è emigrato, nei luoghi di recente investimento si assiste alla formazione ed al rafforzamento di nuove classi operaie.

Ci si interroga a questo punto, circa l’eventuale presenza di tracce di un nuovo internazionalismo della classe operaia nel processo stesso che ha portato alla crisi dei vecchi movimenti operai: in questo caso specifico la globalizzazione della produzione avviene nell’ambito di ciascun paese, piuttosto che tra diversi paesi, di conseguenza la scissione tra Nord e Sud diviene sempre meno accentuata e rilevante. Ci si avvia verso la formazione di un’unica classe di lavoratori mondiale ed omogenea, che condivide condizioni di vita e di lavoro sempre più simili, come avviene, ad esempio, nel settore di produzione globalizzata delle multinazionali.

La possibilità di sovvertire il processo produttivo mediante un’eventuale azione oppositoria collettiva deve indurre i lavoratori a riunirsi in organizzazioni transnazionali ed estese, proprio come le aziende datrici di lavoro. Anche in tale ambito di riflessione, si registrano posizioni contrapposte tra coloro che promuovono l’internazionalismo dei lavoratori, in base all’idea che solo un movimento operaio globale possa rispondere efficacemente alle sfide poste dalle istituzioni globali, e coloro che considerano essere strategia più efficace l’esercitare pressioni sui propri governi al fine di ottenere l’implementazione di politiche favorevoli ai lavoratori. In definitiva, è opportuno sottolineare quanto le tendenze contemporanee e gli orientamenti delle politiche internazionali sul lavoro siano soggetti ad interpretazioni molto differenti. Il punto di vista espresso dagli intellettuali in relazione a tali problematiche dipende, in primo luogo, dalle valutazioni delle dinamiche di lungo periodo che contestualizzano il potere contrattuale dei lavoratori nei confronti dei rispettivi governi e dei datori di lavoro.

I conflitti della classe operaia in una prospettiva storico-mondiale: quadro teorico e concettuale.
Il fatto che la situazione attuale della classe operaia mondiale sia caratterizzata da molteplici controversie circa la sua effettiva carica reazionaria ed il suo potenziale oppositorio, obbliga a considerare diverse visioni dell’impatto della globalizzazione sul potere contrattuale dei lavoratori. Pertanto, è utile esporre la distinzione operata da Eric Olin Wright tra “potere associativo” e “potere strutturale”: il primo si riferisce alle varie forme di potere derivanti dal costituirsi di organizzazioni collettive di operai; il secondo, invece, scaturisce dalla specifica collocazione dei lavoratori nel sistema economico. La prima forma citata, inoltre, subisce un’ulteriore partizione in due sottocategorie: la prima, “potere di contrattazione legato al mercato”, deriva direttamente dai mercati rigidi del lavoro; la seconda, “potere contrattuale legato al luogo di lavoro”, si configura come potere connesso alla posizione strategica di in gruppo di lavoratori nell’ambito di un settore industriale fondamentale. Questo tipo di potere contrattuale si manifesta in tutta la sua intensità e valenza nell’ambito di processi produttivi strettamente integrati ed interrelati.

Coloro che colpevolizzano il fenomeno globalizzante per aver condotto i movimenti operai verso una condizione di crisi, individuano il pericolo proprio nella capacità delle varie manifestazioni della globalizzazione di indebolire tutte queste forme di potere contrattuale dei lavoratori. Ad esempio, il potere contrattuale connesso al mercato potrebbe essere minato dalla mobilitazione di un “esercito industriale di riserva” su scala mondiale. Inoltre, tale fenomeno ha danneggiato il potere di contrattazione dei lavoratori delegittimando sindacati e partiti politici, impossibilitati, oramai, nella distribuzione di vantaggi alla classe lavoratrice per i propri diritti: si verifica un indebolimento del potere associativo di contrattazione con la conseguente erosione del potere di contrattazione legato al mercato. Una parte degli studi sulla globalizzazione e sul lavoro sostiene che la crisi dei movimenti operai sia dovuta non alle trasformazioni delle condizioni lavorative strutturali, ma ai mutamenti avvenuti nel dibattito intorno a tali tematiche: l’idea della assoluta mancanza di alternative alla globalizzazione esercita un potente effetto di smobilitazione sui movimenti operai. Nelle parole di Piven e Cloward, il processo di accumulazione del capitale su scala mondiale determina una distruzione della convinzione del potere dei lavoratori (Piven e Cloward, 2000).

L’analisi descritta nell’ambito del testo, finalizzata all’esposizione delle fasi evolutive nello spazio e nel tempo del potere contrattuale dei lavoratori in tutte le sue forme, segue due differenti teorie sull’interpretazione della relazione tra le lotte operaie e i processi attivati dalla globalizzazione: pur essendo entrambe incentrate sulle contraddizioni sociali insite nella trasformazione del lavoro in merce, l’una si focalizza sulla discontinuità temporale di tale fenomeno, l’altra sulla sua disomogeneità spaziale. In questo specifico ambito analitico, si collocano le riflessioni teoriche di Karl Marx e Karl Polanyi atte a spiegare lo sviluppo storico mondiale dei movimenti operai. Entrambi considerano il lavoro una “merce fittizia”: ogni tentativo di considerare gli esseri umani come un merce uguale alle altre non può che condurre a reazioni oppositorie violente e contrastanti. In tale contesto, la lettura interpretativa di Marx induce ad accentuare la natura a fasi delle trasformazioni nelle forme di resistenza opposta dai lavoratori caratterizzante il capitalismo storico; invece, la lettura di Polanyi mette in evidenza la natura oscillatoria di questa attesa resistenza.

L’analisi di Polanyi si basa sull’idea che l’estensione del mercato autoregolato determina un movimento di opposizione in quanto stravolge i patti sociali comunemente accettati e stabiliti che riguardano il diritto ai mezzi di sussistenza: la resistenza è quindi alimentata da un senso di “ingiustizia”. L’analisi di Marx, invece, si incentra anche sul potere nell’identificare i limiti del capitale: questo non ha alcun valore senza forza lavoro, e lo sviluppo capitalistico stesso porta ad un rafforzamento strutturale di coloro che la detengono. Da un lato, l’espansione della produzione capitalistica tende a rafforzare i lavoratori e induce il capitale a un confronto diretto e ricorrente con movimenti operai forti. Le concessioni finalizzate a tenere tali movimenti sotto controllo sono causa dell’avanzamento del sistema verso una crisi di redditività: per risollevare i profitti si determina, però, la rottura di patti sociali prestabiliti, nonché una maggiore mercificazione del lavoro con la conseguente crisi di legittimazione degli operai. Crisi di redditività e crisi di legittimazione delineano una tensione costante all’interno del capitalismo storico.
In particolare, l’osservazione secondo la quale lavoratori e movimenti operai sono continuamente costituiti e ricostituiti è utile a contrastare alcune definizioni eccessivamente rigide della classe operaia. Dunque, è necessario identificare le reazioni “dal basso” contro gli aspetti creativi quanto distruttivi dello sviluppo capitalistico: in questo libro si tenta una combinazione fra il modello di Marx e quello di Polanyi al fine di enucleare da tale fusione un’analisi oggettiva delle dinamiche di lungo periodo della classe operaia globale.

Metodi e strategie della ricerca.
La piena comprensione delle dinamiche dei movimenti operai contemporanei necessita di un’analisi di vasto respiro storico e di ampia portata geografica. Le valutazioni circa il futuro dei movimenti dei lavoratori si fondano su di un giudizio a proposito della novità storica rappresentata dal mondo contemporaneo. Coloro che pongono i movimenti degli operai in una situazione di crisi irreversibile ritengono che l’epoca attuale sia fondamentalmente nuova e senza precedenti, un’epoca in cui i processi economici globalizzati hanno completamente stravolto l’impalcatura propria della classe operaia. Al contrario, coloro che attendono un ritorno significativo dei movimenti operai attribuiscono allo stesso capitalismo storico dinamiche ricorrenti, tra cui il continuo riprodursi di contraddizioni e conflitti tra capitale e lavoro.
L’analisi descritta in questo libro si rivolge al passato alla ricerca di modelli di ricorrenza e di evoluzione, in modo da poter circoscrivere l’elemento di innovazione nella situazione che i movimenti operai si trovano attualmente a dover fronteggiare: solo attraverso questo paragone è possibile distinguere i fenomeni storicamente ricorrenti da quelli realmente nuovi e senza precedenti.

Una delle premesse metodologiche su cui si fonda l’indagine qui descritta sta nell’assunto secondo il quale lavoratori e movimenti operai situati in contesti territoriali differenti sono tra loro collegati dalla divisione del lavoro su scala mondiale e da fenomeni politici globali. Dunque, occorre capire i processi che mettono in relazione ai singoli casi su scala mondiale, sia nel tempo sia nello spazio. Ci si riferisce, nello specifico, ai processi relazionali “diretti”, che, assumendo la duplice forma di diffusione e solidarietà, comportano un’influenza dell’azione di attori sociali distanti nello spazio e nel tempo ad opera della conoscenza del comportamento degli altri e delle relative conseguenze, nel primo caso, mentre necessitano del contatto diretto e dello sviluppo di reti sociali, nel secondo; ed ai processi relazionali “indiretti” nell’ambito dei quali gli attori coinvolti non sono del tutto consapevoli dei loro legami, ma sono uniti senza saperlo da processi di tipo sistemico. L’approccio strategico proposto si basa sulla ricerca delle variazioni, analizzando come la stessa esperienza di proletarizzazione abbia portato ad esiti differenti: questo è assimilabile a quello che Philip McMichael (1990) definisce incorporating comparison (“paragone incorporante”), ovvero una strategia secondo cui le interazioni tra una molteplicità di sottounità del sistema crea il sistema nel corso del tempo. In definitiva, questo libro intende tracciare una storia della formazione della classe operaia in cui gli eventi si sviluppano in una dinamica spazio-temporale.

Al fine di attuare tale strategia di ricerca, è necessario disporre di un quadro delle forme generali della militanza operaia di notevole ampiezza storica e geografica: occorrono informazioni inerenti a tutti i casi su scala mondiale, dagli inizi del movimento operaio moderno, cioè dal tardo Ottocento, fino a oggi. Fino a pochi anni fa non esistevano dati sulle mobilitazioni dei lavoratori che coprissero un ambito storico-geografico così ampio: solo alcuni paesi industrializzati sono muniti di archivi storici degli scioperi, ed inoltre i dati statistici su questi stessi fenomeni sono stati spesso raccolti secondo criteri che escludono alcune tipologie di pratiche oppositorie ritenute secondarie.

L’indagine qui condotta può, tuttavia, avvalersi di un nuovo database concepito appositamente per superare i limiti geografici e tipologici delle fonti precedenti: è il database World Labor Group (WLG). Questo nasce dal ricorso alle maggiori testate giornalistiche come fonti di dati utili per costruire indici di protesta sociale. Il WLG, nell’elaborazione del database, fa riferimento solo al “Times” di Londra ed al “New York Times”. Dal punto di vista metodologico, i ricercatori del WLG hanno letto gli indici di queste testate dal 1870 al 1996, registrando ciascun episodio di mobilitazione operaia identificata su schede standard per la rilevazione dei dati. Sottoposto ad approfonditi studi di attendibilità, il database WLG risulta essere uno strumento valido ed efficace per identificare gli anni in cui sono stati raggiunti livelli particolarmente elevati di mobilitazione operaia in paesi specifici. La mappa fornita da questo sistema informatico è alla base dello studio della storia delle principali ondate di protesta dei lavoratori nello scorso secolo.

Augusto Cocorullo – Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze Sociali – Dottorato di Ricerca in Scienze Sociali e Statistiche – XXIX ciclo

 
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Ruth Milkman L.A. Story: Immigrant Workers and the Future of the U.S. Labor Movement

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Biografia

Ruth Milkman (nata il 18 dicembre 1954) è docente di sociologia presso il CUNY Graduate Center e presso il Joseph F. Murphy Istitute for Worker Education and Labor Studies, del quale è anche Direttore Accademico. Laureatasi nel 1975 presso la Brown University, la Milkman consegue un Master of Arts in sociologia nel 1977 e un dottorato di ricerca in sociologia nel 1981, entrambi presso la University of California a Berkeley. Nel 1981, R. Milkman è nominata assistente, poi professore associato di sociologia presso il Queens College e il CUNY Graduate Center di New York. Nel 1986, insegna storia del lavoro americano presso l’Università di Warwick a Coventry, Regno Unito, professore incaricato presso l’Università di São Paulo in São Paulo, in Brasile nel 1990, visiting research scholar presso Macquarie University di Sydney, in Australia nel 1991, e visiting research associate presso il Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi nel 1993. Ha ottenuto un incarico come professore associato alla UCLA nel 1988, dove è ora docente ordinario di sociologia. È stata nominata direttore dell’UCLA Institute of Industrial Relations nel 2001. Dal 2001 al 2004, la Milkman è stata anche direttrice dell’UC Institute for Labor and Employment.

 

Abstract

Le opere della Milkman si incentrano prevalentemente sulla Sociologia del Lavoro, con uno spiccato interesse per il movimento operaio americano e per la storia del lavoro. L’autrice dedica numerose pubblicazioni all’analisi delle condizioni dei lavoratori a basso salario e delle donne lavoratrici, contestualizzando le diverse opere nel quadro teorico del socialismo. Pubblicato nel 2006, L. A. Story rappresenta un caso di studio di quattro “campagne di sindacalizzazione” (organizing campaigns[1]) di Los Angeles in California, mediante il quale l’autrice perviene ad alcune notevoli conclusioni. In primo luogo, la Milkman sostiene che l’emergere di sindacati relativamente innovativi, come il Service Employees International Union (SEIU), Unit Here ed United Food and Commercial Workers, sia di notevole importanza così come la creazione del Congresso delle Organizzazioni Industriali (Congress of Industrial Organizations) nel 1935.

In secondo luogo, l’analisi delle quattro “campagne di sindacalizzazione” di Los Angeles induce la Milkman a sostenere la tesi della maggiore efficacia della strategia organizzativa propria del modello top-down. Infine, l’autrice afferma che il principale fattore determinante il fallimento delle campagne di sindacalizzazione è costituito dalla mancanza di risorse (economiche ed umane) piuttosto che dall’opposizione del datore di lavoro, da fattori giuridici o dal mancato utilizzo di buone tattiche organizzative.

L. A. Story ha suscitato un dibattito nell’ambito della comunità accademica e del movimento sindacale, in relazione a due aspetti specifici. In primo luogo, le conclusioni cui l’autrice perviene, in materia di impostazione delle campagne di sindacalizzazione secondo le caratteristiche proprie del modello top-down, si ricollegano al filone del new labor history, secondo il quale i lavoratori non dovrebbero essere solo “oggetto di ricerca accademica”, ma in realtà costituirebbero l’aspetto più importante dei movimenti sindacali. In particolare, le conclusioni cui la Milkman giunge, sono assimilabili, in quanto ad ideologia ad esse sottostanti, alla prospettiva istituzionalista ed allo storicismo hegeliano, correnti proprie di alcuni teorici del lavoro, quali Selig Perlman, Philip Taft e John R. Commons. Le scoperte dell’autrice si discostano in misura significativa anche dalle conclusioni di altri studiosi, come Brofenbrenner e Juravich, i quali sostengono che ad una maggiore partecipazione dei lavoratori alle campagne di sindacalizzazione corrisponde un più alto grado di successo del sindacato stesso.

 

L.A. Story: Immigrant Workers and the Future of the U.S. Labor Movement

 

La netta diminuzione dell’appartenenza sindacale dei lavoratori attuatasi negli ultimi cinquant’anni ha indotto molti a considerare il lavoro organizzato come irrilevante nell’ambito del mercato del lavoro dell’epoca contemporanea. Nel settore privato, solo una minima parte dei lavoratori risulta essere attualmente iscritta ad un sindacato. Tuttavia, gli sviluppi verificatisi nel sud della California, inclusi i successi ottenuti dal movimento Justice for Janitors, suggeriscono che i report sulla scomparsa del lavoro organizzato potrebbero essere distorti, non rispecchiando la reale situazione. L’autrice spiega come Los Angeles, un tempo nota come città ostile alla società del lavoro, sia diventata un “focolaio di sindacalismo”, e come i lavoratori immigrati siano emersi come leader inverosimili nella battaglia per i diritti dei lavoratori.

L. A. Story infrange molti miti sul lavoro moderno, mediante un’analisi approfondita della situazione dei lavoratori di Los Angeles di quattro settori specifici: manutenzione degli edifici, autotrasporti, costruzioni, abbigliamento. Nonostante molti denuncino la “de-sindacalizzazione” ed il peggioramento delle condizioni lavorative degli immigrati, la Milkman, tuttavia, dimostra che questa credenza convenzionale è totalmente errata. La sua analisi rivela che il peggioramento degli ambienti di lavoro precede l’afflusso di lavoratori stranieri, i quali hanno occupato tali posizioni lavorative solo dopo che i lavoratori autoctoni hanno abbandonato questi posti di lavoro improvvisamente divenuti poco desiderabili.

Inoltre, L. A. Story dimostra che i lavoratori immigrati, ritenuti incapaci di organizzarsi in sindacati da molti dirigenti sindacali, a causa dei limiti imposti dalla lingua e del timore dell’eventuale deportazione, si sono invece rivelati estremamente sensibili agli sforzi organizzativi. Come argomenta la Milkman, questi lavoratori affrontano il lavoro con un’impostazione mentale maggiormente orientata alla collettività, al “gruppo”, rispetto ai lavoratori americani da essi sostituiti. L’affermarsi di tali caratteristiche, proprie dell’apparato lavorativo di Los Angeles, ha reso tale città il fulcro del movimento per i diritti dei lavoratori.

L’autrice delinea un percorso storico del “sindacalismo di massa”, a partire dai primi sviluppi di questo sistema nel contesto degli Stati Uniti, fino alla spiegazione dei motivi del suo declino. I punti cardine in questo processo sono collocabili nella Grande Depressione, nella nascita del sindacalismo industriale di massa e nella tutela giuridica offerta dal National Labor Relations Act.

In particolare, prima della Depressione, negli Stati Uniti, i sindacati lottavano per la sopravvivenza in un contesto legale generalmente ostile, mediante l’utilizzo di un repertorio di tattiche estremamente vario, tra scioperi, boicottaggi e campagne, al fine di ostacolare l’operato dei datori di lavoro ed ottenere aumenti di stipendio. Successivamente, nel periodo della Grande Depressione, è emersa una nuova forma di sindacalismo industriale a partire dal malcontento e dal senso di solidarietà dei lavoratori di settori industriali specifici, frutto dell’esperienza comune di quel difficile momento storico. In seguito, tali sindacati industriali sono stati estesi sia nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, in un ambiente caratterizzato dalla volontà da parte del governo di creare un clima sereno e pacifico dal punto di vista sociale, sia nel dopoguerra con la legislazione sul lavoro approvata nel 1930. Il declino di questi sindacati tra il 1980 ed il 1990 riflette le crescenti pressioni competitive prodotte dagli sviluppi della tecnologia, dalle liberalizzazioni, dal commercio estero e, motivo principale nella trattazione della Milkman, il mutamento attuatosi nella legge sul lavoro e, ancor più, il modo in cui la legge è stata applicata ed interpretata, indebolendo sensibilmente la protezione da parte del governo.

Tutti i casi di studio dell’autrice sono tratti dall’insieme di industrie storicamente organizzate sotto i vecchi sindacati AFL, che precedono la Grande Depressione e che ancora oggi sono costituiti da numerose piccole imprese instabili. In queste industrie l’organizzazione del lavoro è sempre esistita, anche al di fuori del guscio protettivo di una legislazione in materia di lavoro. I sindacati hanno mantenuto un’organizzazione industriale sfruttando i legami economici lungo la “catena di fornitura”, per disciplinare i datori di lavoro non ottemperanti, ed i cui dipendenti non avevano potuto reagire direttamente ad eventuali inadempienze: essi hanno imparato a sfruttare questi legami attraverso lo sviluppo di una conoscenza approfondita della struttura propria di quel determinato settore industriale. In tal modo, il Teamsters Union, il sindacato degli autotrasportatori, è stato in grado di organizzarsi nel Sud della California assieme alle imprese del Nord che trasferivano navi cargo al Sud: i lavoratori sindacalizzati del Nord hanno costretto i loro datori di lavoro a boicottare le imprese meridionali che non avevano firmato il contratto sindacale. Analogamente, il Ladies’ Garment Union, il sindacato di dimensioni relativamente grandi delle produttrici tessili, ha minacciato di colpire chi non avesse imposto termini comparabili sui loro subappaltatori.

Nel settore edile, gli artigiani qualificati, e quindi dotati di una propria forza lavoro, hanno boicottato i posti di lavoro nell’ambito dei quali i lavoratori non qualificati, e quindi più deboli, e agli addetti alla manutenzione non si erano riuniti in sindacati. Nelle parole della Milkman, questi sindacati più antichi prosperarono negli anni Novanta, facendo rinascere queste tattiche tradizionali, sia che le abbiano desunte dal passato, sia che le abbiano riscoperte in simili circostanze strutturali.

L’opera della Milkman si focalizza sulla descrizione della militanza sindacale, caratterizzata dalla solidarietà delle comunità di lavoratori immigrati e dalla loro tendenza al sacrificio, al fine di attuare con successo i propri piani strategici in difesa dei propri diritti. I sindacalisti e, in effetti, la maggior parte degli osservatori esterni, hanno sottovalutato questo gruppo di lavoratori, considerando la forza lavoro degli immigrati, da un lato, troppo vulnerabile per potersi organizzare in sindacati in modo efficace, temendo la prospettiva della deportazione; dall’altro, troppo poco impegnata nel mercato del lavoro statunitense per poter richiedere interventi di sindacalizzazione.             Inoltre, è pensiero comune che gli immigrati, abituati a vivere in condizioni di miseria economica e di degrado sociale, siano più tolleranti nei riguardi dei salari, spesso irrisori, e delle condizioni di lavoro, palesemente disagevoli, respinte dai lavoratori autoctoni. A tal proposito, l’incremento del fenomeno migratorio è considerato come una delle cause principali del peggioramento delle condizioni lavorative, in termini anche economici. Tuttavia, la Milkman sostiene che, nell’ambito delle industrie dalle quali attinge i suoi casi di studio, gli immigrati non costituiscono la causa della de-sindacalizzazione, ma il risultato. Nel momento in cui si è attivato un processo di indebolimento della struttura portante dei sindacati, e di deterioramento delle condizioni lavorative nelle industrie, i posti di lavoro hanno iniziato a perdere la  loro forza d’attrazione per i lavoratori autoctoni, spingendo questi ultimi a spostarsi in settori che avevano mantenuto la propria organizzazione interna (autotrasporti a lungo raggio ed edilizia commerciale), lasciando un vuoto nei settori interessati da tale involuzione in termini di condizioni lavorative generali (autotrasporti locali ed edilizia residenziale), successivamente colmati dai lavoratori immigrati reclutati proprio per riempirli. Nel corso del tempo, questi operai  si sono stabiliti in modo permanente nel nuovo contesto industriale, ed il potere derivante dalla forza lavoro degli immigrati  è attualmente detenuto da lavoratori con un impegno a lungo termine nel mercato del lavoro degli Stati Uniti e dai loro figli. Le comunità di immigrati, inoltre, si caratterizzano per avere strette reti sociali che facilitano il reclutamento di nuovi membri, da un lato, e forniscono un forte sostegno morale e materiale per scioperi e boicottaggi, dall’altro.

In tale contesto d’analisi delle caratteristiche del lavoro degli immigrati, la Milkman affronta un tema centrale del pensiero contemporaneo sociale americano: la diminuzione del capitale sociale e la crescente anomia nella struttura della società americana. Nell’ideologia dell’autrice, la città di Los Angeles costituisce un esempio emblematico di questi stravolgimenti attuatisi nella società americana: l’impostazione tipica delle comunità di immigrati, in termini di propensione ad un atteggiamento solidale e complice nei riguardi dei propri connazionali, si configura come ulteriore strumento atto ad innescare un processo di rivalutazione e rinnovamento dei sindacati.

In particolare, solo due dei quattro casi analizzati hanno realmente esito positivo, ottenendo risultati rilevanti:  la nota organizzazione Justice for Janitors ed i Dry Wall Carpenters. Invece, l’organizzazione degli autotrasportatori locali ed il tentativo di istituire sindacati per alcune industrie specifiche, come inizio di una campagna atta a rilanciare il sindacalismo nel settore dell’abbigliamento, risultano essere entrambi falliti. I numeri relativi alle due compagne di sindacalizzazione di successo sono relativamente piccoli: circa un milione di membri appartenenti ai sindacati di Los Angeles. Questo si configura come il dato più alto mai registrato, nonostante costituisca soltanto il 15% della forza lavoro totale. Il tasso più alto di appartenenza sindacale si registra  nel settore pubblico, nella produzione su larga scala, in particolare nell’industria automobilistica e nell’ambito delle compagnie aeree.

La Milkman, pertanto, sostiene che il fenomeno migratorio possa contribuire alla rinascita del movimento operaio, giungendo ad argomentare un problema di non semplice ed immediata risoluzione: nonostante le industrie nelle quali si concentra un numero elevato di lavoratori immigrati siano particolarmente sensibili e vulnerabili rispetto alle tattiche organizzative dei sindacati, e nonostante gli stessi immigrati risultino inclini all’istituzione di movimenti sindacali, tuttavia quasi la metà delle campagne di sindacalizzazione sfociano in esiti negativi. L’autrice cerca di fornire al lettore gli strumenti ed i presupposti metodologici atti ad indirizzarlo verso una spiegazione valida ed efficace del problema.

Attraverso l’analisi dei dati e dei risultati delle ricerche esposte dalla Milkman, è possibile articolare talune congetture configurabili come possibili risposte alla questione del fallimento delle campagne di sindacalizzazione.

In particolare, nell’ambito della maggior parte dei vecchi sindacati AFL, non vengono esplicitate, né concettualizzate, modalità e tecniche di potenziamento e conservazione delle pratiche di pressione economica in un contesto legale ostile. Le due campagne che si sono concluse con successo sono state condotte da sindacati operanti in una forma di giurisdizione tradizionale, sviluppando un’approfondita conoscenza del settore industriale di riferimento, necessaria per incrementare la partecipazione dei lavoratori.   Ciò nonostante, la campagna degli autotrasportatori  non è stata condotta esclusivamente dalla Teamsters Union, ma anche dagli addetti alla comunicazione, operando in tal modo al di fuori della propria giurisdizione canonica, nell’ambito di in un settore del quale non possedevano una conoscenza specifica.

Questa strategia mista di sindacalismo, che suggerisce l’organizzazione delle linee di settore laddove sembra possibile raccogliere nuovi membri, può rivelarsi un metodo efficace per la sopravvivenza dei movimenti sindacali, nonostante sia complesso valutarne la validità nel lungo periodo. Tale metodologia strategica, qualora dovesse affermarsi come definitiva e predominante, sarà tuttavia distante rispetto alla forma canonica del sindacalismo industriale precedente. L’autrice incentra la sua attenzione proprio sul concetto di organizability (“organizzabilità”) delle comunità immigrate.

 

 

Augusto Cocorullo – Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze Sociali – Dottorato di Ricerca in Scienze Sociali e Statistiche – XXIX ciclo

 

[1] Secondo l’Agricultural Labor Relations Act, i lavoratori agricoli hanno il diritto di eleggere un rappresentante per negoziare, a suo nome, con il proprio datore di lavoro, in materia di salari, ore e condizioni di lavoro. Mediante una votazione a scrutinio segreto, i lavoratori agricoli scelgono se istituire o meno un sindacato che li rappresenti nelle pratiche di contrattazione con il datore di lavoro. La “campagna di sindacalizzazione” (organizing campaign) si attua prima delle elezioni. Durante tale campagna, sia il datore di lavoro che il sindacato condividono informazioni con i lavoratori, in modo che essi possano scegliere consapevolmente chi votare nell’ambito dell’elezione.
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Luciano Gallino – La lotta di classe dopo la lotta di classe

La disamina delle diverse forme di rappresentanza e lotta sindacale, attuate ed implementate dai lavoratori nei diversi contesti occupazionali, necessita di un’analisi dell’oggetto propulsore sottostante alla determinazione delle stesse unità sindacali: la classe sociale. Inoltre, al fine di attualizzare la trattazione, sarà altresì opportuno focalizzare l’attenzione sulle trasformazioni che, soprattutto nell’ambito della società contemporanea, hanno stravolto, ampliandolo, il concetto di “gruppo sociale”, determinandone tuttavia un’irreversibile metamorfosi che, seppur connotandosi come innovativa, in alcuni casi non ha condotto a risultati ugualmente rivoluzionari.

Si registra una tendenza, diffusa soprattutto tra manager e leader politici, a considerare superata ed obsoleta la canonica identificazione degli operai – ossia dei lavoratori dipendenti generalmente intesi – come classe sociale, retaggio, questo, del periodo della rivoluzione industriale (Gallino, 2012). Appare indispensabile interrogarsi sull’effettivo perdurare dell’esistenza delle classi sociali – in relazione alle quali sono state analizzate e descritte le società sin dalla metà dell’Ottocento – alla luce dei mutamenti verificatisi e delle caratteristiche progressivamente affermatesi nel contesto sociale contemporaneo.

Taluni sostengono la scomparsa delle classi sociali in virtù della constatazione dell’assenza di manifestazioni di massa che possano attribuirsi ad uno specifico aggregato di individui. Analogamente, sarebbe lecito affermare che non esistono più partiti caratterizzantesi per un peso elettorale sostenuto e che, in quanto a statuto e programma, si rifacciano chiaramente all’idea di classe sociale. Tale concezione sostiene, rafforzandola, la tesi dell’ormai sfumato concetto di classe sociale e delle relative forme di lotta sindacale. Allo stesso tempo, una classe sociale non esiste e sussiste solo in quanto capace di innescare azioni collettive – espressioni di un conflitto – o perché stendardo di un partito. Una classe sociale ha ragion d’essere a prescindere dalle formazioni politiche che ne attestano l’esistenza, nonché dalla percezione e dalla concezione che gli individui hanno di essa: «far parte di una classe sociale significa appartenere, volenti o nolenti, ad una comunità di destino, e subire tutte le conseguenze di tale appartenenza» (Gallino, 2012, p. 4).

Inoltre, al fine di definire in maniera completa ed esaustiva il concetto di classe, occorre includere in esso anche la possibilità per chi vi appartiene di poter intervenire nella determinazione del proprio percorso di vita, avendo la facoltà di modificarne la direzione assunta in origine. La tesi dell’avvenuta perdita di pregnanza del costrutto sociale in analisi viene altresì surrogata dall’attivarsi di un processo di omologazione dei consumi e dello stile di vita della classe operaia e delle classi medie, pur permanendo la classica distinzione tra consumo di massa concreto e tangibile e fattori riferibili ai processi lavorativi quali: qualità del lavoro, possibilità di crescita professionale, probabilità di ascesa dal punto di vista della carriera. In tale ottica, dunque, le differenze di classe continuano a esistere e persistere.

Questione altresì spinosa è quella della sempre progressiva evaporazione dei confini circoscriventi le classi e che sanciscono l’appartenenza di un soggetto ad uno piuttosto che ad un altro aggregato sociale. Il confine tra classe operaia – lavoratrice e classe media appare talora sfumato. È possibile definire la classe operaia o lavoratrice come «l’insieme degli individui che con la loro forza lavoro, erogata alle dipendenze di qualcuno, assicurano la produzione delle merci e del capitale, mentre rientrano nella classe media coloro che assicurano la circolazione delle une (ad esempio con il trasporto e il commercio) e dell’altro (ad esempio con il credito)» (Gallino, 2012, p. 7). Quelle che in passato venivano classificate come piccola e media borghesia, per differenziarla rispetto all’alta borghesia costituita da imprenditori, redditieri, proprietari terrieri e alti dirigenti aziendali e della pubblica amministrazione.
L’epoca contemporanea si caratterizza per il mancato avvio di un processo di sviluppo e formazione di una o più classi che si connotino per alto grado di determinazione oggettiva e per capacità di agire come soggetto autonomo e indipendente ai fini di una modifica del proprio destino. Facendo riferimento ad una distinzione di marxiana memoria, è possibile affermare che, pertanto, manca il passaggio dalla classe in sé alla classe per sé, ponendo in questa evoluzione «il passaggio della classe dallo stato di mera categoria oggettiva allo stato di soggetto consapevole e quindi capace di intraprendere un’azione politica unitaria» (Gallino, 2012, p. 8).

In quest’ottica, il concetto di “lotta di classe” assume nuove sfumature di significato e può riferirsi a due situazioni tra loro opposte. Coloro che non hanno raggiunto un alto grado di soddisfazione nei riguardi del proprio percorso di vita e delle vicende che ne scandiscono le tappe principali vedono nella mobilitazione uno strumento atto a raggiungere un possibile miglioramento dell’originaria condizione esistenziale, mediante l’attuazione di processi di collaborazione collettiva tra individui che condividono lo stesso destino. Coloro che invece sono soddisfatti della direzione assunta dal proprio destino, si impegnano a difenderla e preservarla nel timore che questa possa essere invertita – e quindi compromessa – da variabili di contesto difformemente prevedibili.
La lotta di classe si configura altresì come strumento multiforme e dalle molteplici valenze, pur essendo diretta, nella maggior parte dei casi, alla difesa e al miglioramento della posizione sociale dell’individuo che decide di attuarla. Il concetto in analisi si caratterizza per aspetti sia concreti e visibili, sia astratti e subliminali. Ingloba componenti economiche: il reddito, la ricchezza, il capitale; componenti politiche: le leggi, la possibilità di intervenire nella loro determinazione, le norme che regolano la vita sociale generalmente intesa. La “lotta” può anche essere “culturale” quando, ad esempio, i soggetti intendono evidenziare i meriti attribuibili alla posizione sociale occupata, descrivendo negativamente la posizione sociale di altri.

Al fine di analizzare le caratteristiche proprie della lotta di classe nella sua accezione contemporanea, occorre far riferimento a un preciso periodo storico durante il quale si è attivato un peculiare processo di mobilitazione che le ha conferito le caratteristiche tuttora riscontrabili. A partire dal 1980, ha avuto inizio in molti paesi, tra i quali Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia, Germania, un fenomeno da molti definito come “contro-rivoluzione”. Tale processo si riferisce alla mobilitazione ad opera delle classi dominanti che, appunto, hanno avviato una lotta di classe dall’alto, finalizzata al recupero del potere progressivamente perso, attraverso l’implementazione di specifiche e mirate strategie: contenimento dei salari reali; reintroduzione di condizioni di lavoro più rigide nelle fabbriche e negli uffici; incremento della quota dei profitti sul Pil in precedenza erosa dagli aumenti salariali, dagli investimenti, dalle imposte del periodo compreso tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e gli anni Ottanta.

Si è pertanto verificata un’inversione di tendenza in termini di direzione assunta dalla lotta di classe stessa: questa, prima condotta dal basso ai fini di un miglioramento delle condizioni del soggetto agente, viene soppiantata da una lotta innescata dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e il potere. In definitiva, è possibile affermare che la caratteristica principale della lotta di classe nel contesto contemporaneo è collocabile nel fatto che «la classe di quelli che da diversi punti di vista sono da considerare i vincitori […] sta conducendo una tenace lotta di classe contro la classe dei perdenti» (Gallino, 2012, p. 12). Tale forma di lotta vede come protagoniste le classi dominanti dei diversi paesi, costituite da proprietari di grandi patrimoni, top manager, politici di primo piano, grandi proprietari terrieri.

Nell’ambito italiano, la proprietà immobiliare, sostituendo quella del latifondo, rappresenta una componente di peso della classe dominante, definibile come “classe capitalistica transnazionale” e non dissimile, in quanto a composizione, da quella che dominava il settore economico americano, tedesco o inglese agli inizi del Novecento. Tale classe dominante globale, presente in tutti i paesi del mondo, seppur in modo differenziato in quanto a dimensioni e peso, ha come principale obiettivo quello di contenere o contrastare lo sviluppo delle classi medie e operaie, al fine di evitare che esse possano intaccare il suo potere decisionale nei riguardi del capitale, in termini di: scelta delle merci da produrre, determinazione dei prezzi, selezione dei mezzi di produzione, nel caso di un’impresa industriale; modalità di creazione del denaro per mezzo del denaro, nel caso di una società finanziaria. In tale processo, si colloca una serie di strumenti strategici e operativi atti a condurre un’efficace lotta di classe: la circolazione dei top manager da un’impresa all’altra, i convegni, i sistemi di comunicazione, gli strumenti di elaborazione ideologica (Gallino, 2012).

Diversi sono i modi in cui la lotta di classe viene condotta a livello globale. Le leggi, ad esempio, costituiscono un efficace canale atto a rafforzare la posizione e preservare gli interessi della classe dominante, nonché contrastare l’eventuale emergere e la possibile pretesa di riconoscimento dei diritti da parte della classe media e operaia. Ed ancora, l’espulsione dalla terra dei contadini, ritenuti improduttivi ed incapaci di applicare le moderne tecnologie al settore agricolo, soprattutto nei contesti africano, americano e asiatico, rappresenta un’altra forma di lotta di classe nella misura in cui le grandi corporations, specializzate nella produzione di alimenti e nel loro commercio, acquistano o affittano enormi superfici per cifre irrisorie.

Inoltre, quella che mira ad attaccare i sindacati si configura come una particolare forma di lotta di classe, da tempo registrabile anche nel contesto italiano. Nel trentennio del dopoguerra, i sindacati hanno influito in modo significativo nel processo di modifica della distribuzione dei redditi a favore dei lavoratori dipendenti e di estensione dei diritti dei lavoratori. Per tali ragioni, i governi di centro-destra, e anche di centro-sinistra, hanno attaccato i sindacati in Europa a partire dagli anni Ottanta, cercando di indebolire il loro potere e la loro rappresentatività. In ambito europeo, come conseguenza del persistere di tale condizione, si registra una progressiva diminuzione delle iscrizioni ai sindacati, soprattutto nell’industria e nei servizi.

In Italia è stata attuata una campagna contro i sindacati ad opera di gruppi politici di centro-destra che tendono a definirli come retrogradi ed obsoleti, non più adatti ai modelli industriali ed ai servizi moderni. Un pesante attacco legislativo al sindacato è stato implementato mediante un articolo inserito nel decreto sulla manovra economica risalente al settembre 2011, con il quale si perviene ad uno svuotamento dei contratti nazionali collettivi di lavoro ed alla vanificazione dello Statuto dei Lavoratori del 1970, per il fatto che qualsiasi disposizione legislativa può essere derogata se il sindacato più rappresentativo a livello territoriale si accorda con l’azienda (Gallino, 2012).

In virtù dell’insegnamento marxiano, occorre considerare la funzione legittimante dell’ideologia, intesa come stile di pensiero, come modo di conoscere e di affrontare la realtà e di interpretarla, caratteristici di una classe sociale o di un’epoca. Il ruolo assunto dal fattore ideologico è senza dubbio primario, pur nella sua non esclusività d’influenza legata al potenziale di condizionamento proprio di altri fattori, quale, ad esempio, la competitività. Questa è interpretabile sia come lotta della classe dominante contro i lavoratori, sia come fattore che concorre ad alimentare diverse forme di conflitto interno alle classi.

Le imprese occidentali, spostando le attività di produzione in paesi nell’ambito dei quali il costo del lavoro risulta minimo, al fine di accrescere il rendimento derivante dai capitali e i profitti, nonché per poter vendere i prodotti nei paesi d’origine a prezzi contenuti, hanno estromesso dal mercato la concorrenza costituita dalle aziende che non hanno optato per le delocalizzazioni.
Inoltre, un atteggiamento eccessivamente competitivo determina un’opposizione tra coloro che, ad esempio, provenendo da contesti di povertà e degrado, sono disposti ad accettare retribuzioni irrisorie, e coloro che, in seguito all’assunzione della tipologia di lavoratori in questione, perdono il lavoro.

In particolare, uno degli effetti più vistosi derivanti dall’implementazione di pratiche di delocalizzazione da parte delle aziende, nonché dall’assunzione di un atteggiamento competitivo come lotta di classe, è collocabile nel progressivo diffondersi – nei sistemi economici avanzati – di condizioni di lavoro e di modalità produttive tipiche dell’economia informale. Processo, questo, definito come “meridionalizzazione” o “terzomondizzazione” del Nord. A partire dai primi anni Ottanta, alcuni sociologi hanno iniziato a sostenere secondo cui le classi sociali sono state interessate da un processo di perdita di rilevanza in relazione all’inesistenza – nel contesto sociale contemporaneo – di «un ambito di disuguaglianza sovraordinato ad altri a cui riportare le disuguaglianze specifiche tra gruppi» (Gallino, 2012, p. 149). Tale constatazione trova conferma nel progressivo decremento di rilevanza sociale del lavoro generalmente inteso, fenomeno che, tuttavia, intacca principalmente i lavoratori dei paesi sviluppati dell’Europa occidentale, dove, accanto al lavoro dipendente tradizionale, si sono sviluppate nuove tipologie lavorative come, ad esempio, il volontariato e numerose forme di lavoro flessibile. È quindi opportuno focalizzarsi sulle diverse declinazioni assunte dalla pratica lavorativa nel contesto contemporaneo in termini di proliferazione di forme di lavoro atipico e/o flessibile.

Con l’espressione “economia informale” ci si riferisce «all’attività economica svolta al di fuori di qualsiasi legge che regoli le attività produttive, in assenza di diritti e di protezione sociale, in condizioni fisiche o ambientali spesso mediocri o pessime» (Gallino, 2012, p. 65). Nello specifico, l’aggettivo “informale”, riferendosi a situazioni in cui non esiste o è carente un quadro giuridico finalizzato alla determinazione dei confini entro i quali è applicabile la definizione di “occupato”, si discosta da “irregolare” che, di contro, si attribuisce a contesti produttivi nell’ambito dei quali il tale quadro esiste, ma il lavoro viene svolto al di fuori di esso.

Occorre precisare che l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) colloca all’interno dell’economia informale – in riferimento all’Europa ed agli Stati Uniti – anche il lavoro atipico e quindi regolato da contratti di differente tipologia rispetto a quelli tradizionali a tempo indeterminato, a causa della progressiva evaporazione di diritti e protezione per il lavoratore. In quest’ottica, la delocalizzazione ha contribuito notevolmente alla proliferazione di forme di occupazione informale, congiuntamente alla nascita di una nuova classe di lavoratori globali. In essa si collocano quei lavoratori che sono recentemente entrati alle dipendenze delle imprese transnazionali e nazionali sorte sia nei paesi emergenti sia in quelli già industrializzati. La determinazione della classe in analisi ha caratterizzato il fenomeno della globalizzazione fin dalla sua fase aurorale, nei primi anni Ottanta.

All’interno del gruppo sociale in analisi, si registra altresì un’ulteriore partizione interna che ha dato origine a evidenti disuguaglianze tra gli stessi lavoratori globali. Nello specifico, ci si riferisce alla discrasia esistente tra lavoratori a bassa qualificazione e quelli specializzati, con qualificazione elevata e altamente professionale. Tali divisioni interne sono riscontrabili anche nell’ambito dei paesi sviluppati, in virtù del fatto che anche in essi sono presenti i nuovi salariati.
Configurandosi come tramite e veicolo del processo di trasformazione della classe in sé in classe per sé, i sindacati, avendo subito un depotenziamento della canonica funzione di baluardo della classe operaia, appaiono fortemente indeboliti sia in ambito europeo sia in quello nazionale. La crisi dei sindacati, parallelamente alla perdita di pregnanza che ha interessato la rappresentanza sindacale, si connota come estesa e globale (Gallino, 2012). Nello specifico, il fattore che in maniera predominante ha favorito l’innescarsi del processo di erosione del sindacato generalmente inteso è collocabile nel potente attacco di cui esso è stato oggetto da parte di governi conservatori a partire dagli ultimi anni Settanta. A ciò, deve necessariamente aggiungersi la progressiva contrazione dei settori manifatturiero e minerario, roccaforti del movimento sindacale. Tale affermazione trova conferma nella diminuzione della quota degli iscritti che, tuttavia, nel caso italiano non appare essere particolarmente significativa, pur essendosi attestato un disincremento di circa un quarto dei soggetti attivi in appena quindici anni: gli iscritti in attività (esclusi quindi i pensionati, gli autonomi e i disoccupati) erano il 44% nel 1995, e solo il 33% nel 2009. Di conseguenza, a una diminuzione del numero degli iscritti corrisponde una minor forza contrattuale.

Un altro fattore di indebolimento è costituito dagli effetti derivanti dal sistema economico mondiale – quasi integralmente capitalistico – in termini di incapacità di produzione di posti di lavoro atti ad assicurare un’occupazione a tutti coloro che ne fanno richiesta: si è attestata una situazione di eccedenza della forza lavoro rispetto all’utilizzo che le imprese riescono a farne. Siffatto scenario determina una radicale debolezza del sindacato (Gallino, 2012).

Nel contesto contemporaneo, i soggetti in cerca di occupazione, pur di trovare o conservare un posto di lavoro, son disposti a rinunciare alla protezione sindacale ed ai connessi diritti lavorativi, costringendo il sindacato ad operare in un contesto di concreta difficoltà strutturale, connotato, appunto, da una sovrabbondanza di forza lavoro. È necessario riconoscere che i sindacati non si sono dimostrati particolarmente solerti nell’implementare strategie operative finalizzate alla riduzione dei conflitti interni alla classe dei lavoratori globali.

Nello specifico, ci si riferisce alla mancanza di interventi proattivi diretti a far aumentare i salari e incrementare i diritti nei paesi emergenti, così da impedire che gli stessi bassi salari e scarsi diritti potessero essere adoperati come fattore di giustificazione del progressivo peggioramento delle retribuzioni e dell’erosione dei diritti dei lavoratori verificatisi anche nei paesi sviluppati. Va tuttavia ricordato che, soprattutto nei settori dell’industria mineraria, del tessile e dell’abbigliamento, alcuni sindacati americani e italiani hanno ottenuto migliori condizioni lavorative per le sussidiarie di imprese americane operanti in India.
Pertanto, pur esistendo una confederazione europea dei sindacati, ed anche una mondiale, tuttavia la presenza delle forze sindacali dei paesi sviluppati come attori capaci di promuovere interventi a favore dei lavoratori dei paesi emergenti, in termini di richiesta di un miglioramento delle condizioni lavorative, è stata discontinua ed evanescente. Congiuntamente al depotenziamento della capacità d’intervento dei sindacati, nell’ambito della situazione socio-politica contemporanea, si registra un progressivo indebolimento della funzione di rappresentanza degli interessi dei lavoratori storicamente attribuita ai partiti.

A partire dal 2008, la Confederazione internazionale dei Sindacati – che annovera 150 milioni di aderenti compresi gli iscritti a Cgil, Cisl e Uil – promuove la Giornata Mondiale del lavoro dignitoso, espressione coniata dall’Organizzazione internazionale del lavoro per indicare l’attività lavorativa che assicura a chi la svolge alcune specifiche sicurezze: un salario sufficiente, tutele sindacali, possibilità di sviluppo professionale. In linea con tale definizione, è opportuno analizzare la relazione intercorrente tra le nuove forme di lavoro atipico, il concetto di flessibilità e quello di dignità.
Nello specifico, il lavoro flessibile si configura come conseguenza della flessibilità del movimento del capitale connesse alla fase attuale della finanziarizzazione e della smaterializzazione della moneta. A fronte dell’estrema flessibilità del capitale, è necessario che il lavoro si adegui ai ritmi propri della produzione capitalistica. In quest’ottica, le occupazioni atipiche costituiscono uno strumento atto a conseguire un alto grado di flessibilità del lavoro come espressione della necessità della repentina circolazione del capitale e di creazione di impieghi, appunto, flessibili. Il lavoro a tempo indeterminato implica cavillose procedure burocratiche di licenziamento e, più in generale, probabili conflitti sindacali e sociali. Al contrario, il moltiplicarsi di contratti di breve durata, sebbene regolari, e di attività lavorative svolte solo su chiamata, determina il superamento del problema, conferendo al datore di lavoro maggiore potere decisionale e discrezionale.

Nel conteso italiano, a partire dagli anni Novanta, i governi si sono attivamente adoperati nell’introdurre numerose tipologie di lavori flessibili con i relativi contratti atipici: ci si riferisce al cosiddetto “pacchetto Treu”, la legge che, congiuntamente ad altri provvedimenti, e risalente al 1997, ha introdotto il lavoro in affitto; ed al decreto attuativo della legge 30, del settembre 2003, che, combinandosi con le leggi precedenti, ha condotto ad oltre 45 il numero di contratti atipici. Pertanto, l’intera scena del mondo del lavoro è stata stravolta a partire dalle fondamenta, con lo scopo precipuo di rendere i movimenti del lavoro il più possibile somiglianti a quelli propri del capitale in circolazione a livello globale.

In quest’ottica, per la maggior parte dei lavoratori il concetto di “flessibilità” assume connotazioni prettamente negative, essendo automaticamente associato a contratti di breve durata, con la connessa idea di un reddito incerto e dell’impossibilità di costituirsi un percorso professionale: la caratteristica che accomuna la maggior parte dei lavoratori flessibili è costituita dal loro essere precari. Una delle conseguenze scaturenti dall’assunzione da parte della pratica lavorativa della proprietà in analisi, appunto quella della flessibilità, è collocabile nella dissoluzione dei legami sociali e delle relazioni tra lavoratori che, in situazioni di stabilità e omogeneità, rendono la catena produttiva più solida e meno vulnerabile a eventuali attacchi esterni o interni. Infatti, quando in un’azienda si trovano a lavorare gli stessi soggetti per un periodo di tempo piuttosto lungo, turnover fisiologico a parte, è molto più probabile che questi sviluppino forme di cooperazione e di mutuo soccorso, scoprano di avere interessi comuni, maturino un alto grado di coesione sociale, potenzialità, queste, quasi del tutto assenti in ambiti lavorativi frammentati, segmentati e caratterizzati da un continuo mutamento dei dipendenti in essi operanti.

Pertanto, le occupazioni flessibili concorrono oltremodo alla frammentazione delle classi lavoratrici e delle loro forme associative, nonché al presentarsi di una duplice condizione per i lavoratori: di impossibilità di ascesa nella scala occupazionale, da un lato, e di rischio di discesa nella piramide sociale, dall’altro.

Infine, risulta utile, ai fini dell’analisi delle conseguenze sociali della precarietà lavorativa qui condotta, considerare un altro elemento di criticità: il trasferimento della proprietà “precario” anche ad altre sfere della vita degli individui. In particolare, con tale affermazione, si intende evidenziare l’influenza che le disuguaglianze proprie del contesto lavorativo risultano avere rispetto ad altre forme di ineguaglianza: il tipo di lavoro svolto, alla luce del sistema strutturale occupazionale stabilitosi, determina sempre maggiormente il delinearsi delle prospettive future degli individui.

 

AUGUSTO COCORULLO – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI “FEDERICO II” – DIPARTIMENTO DI SCIENZE SOCIALI – DOTTORATO DI RICERCA IN SCIENZE SOCIALI E STATISTICHE – XXIX CICLO
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Anselmo Botte – Mannaggia la miserìa. Storie di braccianti stranieri e caporali nella Piana del Sele

 

Biografia

Anselmo Botte è nato a Barile (Pz) nel 1953. Ha aderito al gruppo politico extraparlamentare del Manifesto ed è stato tra i protagonisti del movimento studentesco del ‘77, partecipando all’occupazione dell’Università. Nel 1980 si è laureato discutendo una tesi sperimentale sull’analisi delle classi sociali in agricoltura, relatore prof. Enrico Pugliese. Ha svolto una delle prime ricerche sul campo sulla presenza degli immigrati in Campania. Per alcuni anni ha lavorato nei laboratori di ceramica di Vietri sul Mare, nelle fabbriche conserviere dell’Agro Sarnese-Nocerino e in quelle metalmeccaniche del bresciano. Alla fine degli anni ‘80 è stato tra gli organizzatori del movimento dei disoccupati di Salerno: suo è il progetto di assistenza domiciliare agli anziani che ha trovato uno sbocco occupazionale per centinaia di disoccupati. Nel 1988 la Cgil di Salerno gli affida la responsabilità della direzione del C.I.D. (Centro Informazione Disoccupati). L’anno successivo entra nella segreteria della FLAI (Federazione Lavoratori dell’Agro Industria), nella quale resterà, con diversi incarichi, fino al 2009, quando verrà eletto nella segreteria della Camera del Lavoro di Salerno. Mannaggia la miserìa. Storie di braccianti stranieri e caporali nella Piana del Sele è il suo primo libro.

 

Abstract

«Mannaggia la miserìa», con l’accento sulla seconda «i», è un’imprecazione ricorrente tra gli immigrati marocchini che vivono nel ghetto di San Nicola Varco, un mercato ortofrutticolo abbandonato nel cuore della Piana del Sele, vicino a Salerno. In quel mercato non si comprano né si vendono i prodotti della terra. C’è altra merce. Ci sono braccia, tante braccia. Con un linguaggio teso e una narrazione incalzante il testo denuncia le condizioni di vita e di lavoro estremamente degradate di un nucleo di settecento immigrati marocchini occupati in agricoltura. Storie raccontate in prima persona, descrizioni impietose di una quotidianità fatta di situazioni abitative disumane, in tuguri senza luce e senza acqua, e segnata da fatica e sfruttamento nelle campagne dominate dal caporalato e dal lavoro nero. Ricorrendo alla forma del racconto, il libro dà voce alle storie personali di una comunità inconsapevole di essere diventata tale. Prendono corpo così tante vite invisibili e sbriciolate, ma anche la voglia e il tentativo di delineare proposte e percorsi utili per la costruzione di un progetto di riscatto.

 

Mannaggia la miserìa

 

Mannaggia la miserìa è un esempio emblematico di quanto la narrativa possa costituire un valido ed efficace strumento di denuncia sociale. Anselmo Botte, autore del testo in analisi, articola lo scritto in due parti ciascuna delle quali corrisponde ad un racconto, narrato in prima persona, rispettivamente attribuibili a Bouchaib Hassan, il primo, ed a Mahfoud Aziz, il secondo. L’opera si apre con una prefazione di Guglielmo Epifani che, introducendo la tematica successivamente sviluppata, mette in evidenza la necessità di assumere un atteggiamento solidale nei riguardi dei marocchini di San Nicola Varco, sottolineando l’inefficacia delle strategie politiche finora attuate ai fini di una regolamentazione della situazione degli immigrati. Ed è proprio questo l’obiettivo perseguito, e mirabilmente raggiunto, dall’autore: denunciare le barbare condizioni in cui sono costretti a vivere i braccianti della Piana del Sele, riportando non solo ciò che egli stesso ha appurato in quanto attento “osservatore partecipante”, ma anche i racconti diretti di coloro che per fuggire dalla miseria del paese natio si sono ritrovati a dover sopravvivere in un contesto non molto dissimile dal precedente. Nel corso della narrazione, vengono affrontate tematiche di notevole rilevanza sociale che conferiscono allo scritto un carattere ambivalente, di racconto pacatamente descrittivo, da un lato, e di analisi implicitamente sociologica, dall’altro. Oltre alla denuncia, nelle parole di G. Epifani, “l’intrecciarsi di queste storie personali fa emergere proposte concrete, come l’urgenza di una regolarizzazione per questi lavoratori con l’emersione del lavoro sommerso, e la necessità di un serio impegno per garantire alloggi decenti”.

Un altro aspetto fondamentale, più volte sottolineato dall’autore, è costituito dall’importanza che per i marocchini di San Nicola Varco riveste quell’atteggiamento solidale capace di rendere meno faticoso il lavoro nei campi, più tollerabile l’afoso caldo estivo, meno pungente il freddo penetrante della notte: la solidarietà costituisce l’unico fattore di conforto per i braccianti. Le descrizioni minuziose e particolareggiate dei luoghi e dei contesti nei quali si svolgono le vicende narrate, alternandosi con veri e propri monologhi interiori dei protagonisti, non sono finalizzate esclusivamente alla critica delle disumane condizioni in cui essi sono costretti a vivere, ma intendono anche denunciare l’illegale attività di sfruttamento operata dai caporali e dai padroni delle terre: questi, approfittando del bisogno dei marocchini di guadagnare cifre anche irrisorie rispetto alle prestazioni richieste, sfruttando la loro situazione di illegalità dal punto di vista burocratico e dei permessi, obbligano i braccianti a lavorare incessantemente in cambio di paghe minime nonché insufficienti, e ciò avviene nella più sconcertante oscurità e disinteresse da parte delle istituzioni.

Il primo racconto, quello di Bouchaib Hassan, marocchino di 26 anni originario di Safi, inizia in un “caldo e umido mattino di luglio”. Il protagonista, estremamente preciso nel fornire particolari circa il luogo in cui si sviluppa la vicenda, descrive le ostili condizioni climatiche che rendono il lavoro di raccolta delle pesche ancora più faticoso ed estenuante. Dalle modalità di trasporto sul campo, fino agli argomenti sui quali i braccianti discorrono durante lo svolgimento dell’attività di selezione dei frutti, vengono esposte tutte le fasi che caratterizzano la giornata lavorativa “tipo”  di un bracciante della Piana del Sele, il cui unico conforto è costituito dalla solidarietà che lo lega agli altri connazionali: “Lavorare a fianco di compagni è una cosa ben più piacevole che lavorare da soli: ci si incoraggia e ci si conforta. Il sentimento di avere gli stessi nemici, caporali – pesche – caldo, infonde calore e crea comunanza”.

A questo punto, il protagonista si sofferma sulla losca figura del caporale. Quest’ultimo si configura come intermediario tra il padrone dei terreni ed i braccianti; ha come unico obiettivo quello di ottenere il massimo profitto con il minimo impiego di risorse economiche a discapito di quelle umane; è quasi sempre anch’egli un marocchino che si differenzia dagli altri solo per tempo di permanenza in quello stesso campo e per il rapporto fiduciario che lo lega al padrone. Il caporalato, attività illegale estremamente disprezzata da Hassan, è alla base del funzionamento delle attività di produzione agricola che, a partire dagli anni Novanta, costituiscono un incessante fonte di guadagno per i proprietari terrieri della Piana del Sele. Ai braccianti vengono imposti ritmi di lavoro duri ed insostenibili, in cambio di paghe misere e del tutto insufficienti ai fini del soddisfacimento dei bisogni primari dei lavoratori. Il protagonista, riflettendo sulla condizione di indigenza in cui è costretto a vivere, nota come, pur guadagnando quattromila euro l’anno (duecento giornate lavorative con una paga giornaliera di ventitré euro), tuttavia non riesca mai ad accumulare alcun risparmio, stentando in talune situazioni ad arrivare alla fine dell’anno autonomamente.

Lo scenario che fa da sfondo all’esposizione di tali contributi è quello della descrizione attenta di un turno di lavoro in un sconfinato pescheto. Terminata l’attività di raccolta, il protagonista ritorna nel campo di San Nicola Varco, definito “ghetto” a causa della numerosità degli abitanti e dell’inadeguatezza delle strutture impropriamente adibite ad abitazioni. Egli alloggia in un box il cui ingresso è chiuso mediante una parete fatta in lamiera, non ci sono servizi di alcun genere, né tantomeno acqua corrente ed elettricità. Il narratore descrive il tormento che gli provoca lo stare rinchiuso nel suo accampamento durante un afoso pomeriggio estivo: “Questa stanza mi opprime. Un tugurio di cemento di dodici metri quadrati, dal soffitto annerito. Sulle pareti, agganciate a dei chiodi, si stendono quattro corde di spago sulle quali sono appesi gli abiti. Una terza parete è fatta in lamiera e chiude l’entrata del box”. Terminata la descrizione dell’alloggio, Hassan continua con l’esposizione delle fasi della sua giornata. Una visita improvvisa al suo vicino, Lharbi Barakat, è motivo di un ulteriore conferma da parte del protagonista della disumanità delle condizioni in cui i braccianti della Piana sono costretti a vivere. Durante il loro breve dialogo, i due compagni discorrono su tematiche di alta valenza sociale che mettono ancor più in evidenza lo stato di degrado generale del ghetto di San Nicola Varco.

Nello specifico, l’attenzione si rivolge al problema del sovraffollamento della struttura cementizia centrale e delle annesse baracche in lamiera, dovuto all’impossibilità da parte degli immigrati di sistemarsi in normali, seppur modesti, appartamenti nel centro urbano, a causa della sproporzione esistente tra il livello dei prezzi degli affitti richiesti ed il loro effettivo stipendio mensile. Inoltre, il continuo giungere di nuovi marocchini all’interno del campo si spiega in relazione alla necessità da parte di questi ultimi di fuggire dalla propria patria, nell’ambito della quale i salari sono estremamente bassi e dove le avverse condizioni climatiche rendono la coltivazione dei campi estremamente faticosa ed infruttuosa. Infine, Hassan racconta a Lharbi l’episodio, verificatosi in quello stesso giorno, della sua richiesta al caporale di un anticipo sullo stipendio, evidenziando ancora una volta la mancanza di umanità e comprensione che connota i loro tanto invisi “datori di lavoro”. Ciò induce Lharbi ad un’amara riflessione sulla crudele natura dei caporali: “Ti buttano via  e ti riprendono quando vogliono, devi stare sempre a loro disposizione. Devi dare regolarmente il massimo e anche quando lo dai, non è detto che siano contenti. Questi, oltre a sfruttarti, ti fanno sudare sangue e qualche volta ti picchiano pure. E per farti pagare gli devi stare appresso per mesi, la paga te la fanno elemosinare”.

Al termine della conversazione, dopo una breve passeggiata serale nel ghetto, durante la quale Hassan riflette sulla rumorosità dello stesso, egli ritorna nel suo box per riposare. Il giorno successivo, non avendo alcun impegno lavorativo, decide di recarsi presso un internet-point per potersi mettere in contatto con la madre. Durante il tragitto, in un significativo monologo sulla sua miserabile condizione, fornisce al lettore un altro dato significativo legato alla pericolosità del lavoro svolto dai braccianti della Piana del Sele: per la concimazione e la disinfestazione dei campi coltivati, infatti, vengono utilizzati potenti pesticidi, estremamente tossici e nocivi per la salute di chi è costretto ad adoperarli, motivo per il quale sarebbe necessario essere muniti di un appropriato equipaggiamento protettivo, quindi guanti e mascherine. Hassan, come prevedibile, afferma che le attività che prevedono l’impiego di questi veleni vengono svolte senza alcun tipo di precauzione: “Capita solo raramente, quando lavoriamo sotto le serre per fare i trattamenti chimici, di avere delle mascherine, ma quando lo facciamo a cielo aperto, neanche quelle ci danno. Quei prodotti dove c’è il teschio, spesso li adoperiamo senza nessuna protezione, a mani nude, respirando a pieni polmoni”. Dopo aver fatto riferimento anche al problema della spazzatura e del cattivo odore da essa emanato, giunge all’internet-point.

Dopo la consueta descrizione dell’ambiente e della struttura, espone il contenuto della videochiamata. Hassan, salutata la madre, le chiede come stiano gli altri membri della famiglia, sottolineando che è costretto a mentire alla genitrice circa le sue reali condizioni di vita nel salernitano, al fine di evitarle un ulteriore dolore oltre quello provocato dalla scelta migratoria. Dopo circa quaranta minuti di conversazione, la videotelefonata si chiude tra saluti commossi e raccomandazioni a sentirsi presto.

L’ultima sezione di questa prima parte del libro contiene un ulteriore spunto di riflessione sulle dinamiche attraverso le quali i marocchini giungono nella Piana del Sele. La narrazione della vicenda legata alla truffa subita da un compagno del protagonista introduce un ultimo contributo di Hassan sull’irregolarità dei contratti lavorativi proposti dai caporali, e sul sentimento di delusione che invade gli animi dei marocchini nel momento in cui essi percepiscono di essere stati ingannati: “In questi tre giorni il ragazzo ha capito di essere caduto in un buco nero dal quale non sa come uscire; è disperato, tutti i soldi spesi, alla fine faranno di lui un altro clandestino. Tanto valeva salire su un barcone in Libia, con duemila euro ce l’avrebbe fatta, sarebbe stato un bel risparmio per lui e per la sua famiglia. Non c’è differenza tra un clandestino che sbarca a Lampedusa e uno che arriva con il nulla-osta nella Piana del Sele alla ricerca di un’azienda inesistente, di un datore di lavoro introvabile, di un caporale che ha staccato il telefono ed è sparito dalla circolazione”.

La seconda parte del testo è dedicata alla trasposizione delle testimonianze di Mahfoud Aziz, bracciante marocchino che alloggia nella seconda palazzina del campo di San Nicola Varco assieme a Chafik Ahmed e Miloud Omar. La narrazione sviluppata dal nuovo protagonista si riferisce ad episodi diversi, verificatisi in differenti contesti geografici, finalizzati a mettere in evidenza aspetti specifici. In questo caso, non viene seguita una sequenza cronologica caratterizzata da linearità e continuità, si opta invece per l’esposizione di episodi tra di loro sconnessi ma tuttavia legati dalla volontà di celare tra le righe di un semplice racconto, una denuncia sociale accesa e motivata.

Nella prima sezione, Aziz si focalizza sulla narrazione dei fatti legati allo sciopero nazionale del 21 ottobre del 2006 organizzato a Foggia dai sindacati. Precedentemente, il 25 settembre 2006, si era tenuto a Salerno uno sciopero organizzato dalla Cgil, per denunciare le gravi situazioni di sfruttamento sul lavoro, il caporalato, le disumane condizioni di vita nel ghetto. Il narratore mette in evidenza l’alto tasso di adesioni da parte dei braccianti della Piana, ed il tentativo dei caporali di ostacolare l’attuarsi della manifestazione. Si sottolinea l’impatto mediatico ottenuto, ed il notevole coinvolgimento emotivo da parte dei partecipanti.

A questo punto, Aziz descrive una fredda giornata di gennaio, trascorsa a lavorare in un campo all’aperto per la raccolta di finocchi. Appare evidente l’obiettivo di Anselmo Botte, il quale, per la selezione delle testimonianze da riportare nell’ambito del testo, si serve di criteri di scelta strategici, finalizzati a delineare un quadro completo della situazione dei braccianti marocchini della Piana, per evidenziarne i disagi con i quali essi sono costretti a convivere in tutte le fasi dell’anno.

Infatti, mentre la giornata lavorativa descritta da Hassan nella prima parte si collocava nella calda ed afosa stagione estiva, il racconto di Aziz si sviluppa nel  gelido e pungente periodo invernale. Il protagonista elenca le difficoltà legate al lavoro da svolgere, precisando che, in questo caso, la paga è proporzionale alla quantità di ortaggi raccolti, strategia, questa, messa in atto dai caporali per evitare di incorrere in eventuali perdite di profitto. Al termine delle otto ore di lavoro, i braccianti rientrano nei loro alloggi per la cena e per trascorrere la notte.

Il giorno seguente, Aziz decide di recarsi a Santa Cecilia per effettuare una videotelefonata in modo da mettersi in contatto con Karim, fratello del protagonista, fermamente intenzionato a voler fuggire dal Marocco con la speranza di migliorare la sua situazione economica in Italia. Il raccontare la vicenda legata alla volontà di Karim di emigrare in Italia ha il duplice obiettivo di evidenziare i legami che i braccianti della Piana, nonostante la scelta migratoria, riescono a mantenere con i membri della propria famiglia rimasti nella terra natia, da un lato, e fornire al lettore minuziosi particolari circa le modalità, spesso illegali, attraverso le quali i marocchini riescono a giungere in Italia, pagando cifre anche molto elevate, dall’altro.

Terminata la conversazione, Aziz rientra nel campo e, giunto al suo “accampamento”, si accinge a riordinare il lurido tugurio. Intanto, riflette sulla concezione che i caporali ed i padroni delle terre hanno dei marocchini della Piana del Sele: “Ci chiamano «braccianti». Ho capito che ai padroni e ai caporali interessano solo le nostre braccia, ma questa parola ci annulla come esseri umani. Qui lo chiamano «il mercato delle braccia» ed è forse anche per questo che molte volte siamo definiti «invisibili». Le braccia isolate dal corpo cosa sono?”.

La narrazione prosegue con la descrizione di una tipica domenica di gennaio, trascorsa a riordinare l’alloggio, a cucinare e ad effettuare compere presso il piccolo bazar costituitosi nel tempo nel cuore della Piana. Questa sezione è dedicata all’esposizione delle modalità di gestione della sfera domestica da parte degli abitanti del ghetto, mediante il riferimento alle attività di pianificazione  collettiva e di organizzazione interna del campo. Si sottolinea ripetutamente l’atteggiamento solidale che connota ciascun membro della comunità, in termini di assistenza reciproca tra compagni: “In tutti ci sarà il ricordo di un periodo vissuto in una condizione disumana, ma dentro un ambiente di fratellanza. Le porte dei nostri rifugi sono aperte e si offre volentieri il pasto al vicino, all’amico”.

Dopo aver consumato il pranzo, il protagonista, assieme ai suoi compagni di “stanza”, decide di recarsi a Battipaglia, al fine di trascorrere un pomeriggio in maniera differente rispetto alla solita e monotona routine settimanale. L’incontro con due anziani del paese funge da pretesto per l’indicazione delle motivazioni che hanno indotto i proprietari delle terre della Piana del Sele ad una continua ed ininterrotta ricerca di manodopera a basso costo, per riuscire a soddisfare le richieste e le pretese delle grandi multinazionali: “Una delle più grandi del mondo nel settore agroalimentare, la Bonduelle, ha uno stabilimento a pochi chilometri da qui. Sono questi colossi che hanno rovinato tutto, con i loro contratti capestro nei confronti dei produttori, che a loro volta applicano salari ancora più da capestro a noi”.

Giunta la sera, il gruppo ritorna al campo. L’ultima sezione di questa seconda ed ultima parte del libro in analisi è dedicata a Toufik Brimila, marocchino giunto a San Nicola Varco nel 2002, che, spinto dall’interesse nei riguardi delle storie di vita dei suoi connazionali, realizza uno scritto di centosessantotto pagine, in arabo, estremamente curato dal punto di vista stilistico e ricco di particolareggiate descrizioni. L’opera, lasciata in copia dal suo creatore presso la moschea del campo perché fosse consentito a tutti di leggerla, costituisce una valida ed esemplare testimonianza scritta del triste passato, del tragico presente e dell’incerto futuro degli abitanti del ghetto di San Nicola Varco, poiché, nelle parole del narratore, “riesce a delineare perfettamente il profilo psicologico dei personaggi, il loro progetto migratorio, la loro posizione all’interno del ghetto, le caratteristiche dei piccoli gruppi, che si creano per la condivisione dello spazio abitativo o delle giornate di lavoro”.

Seguono due appendici iconografiche intitolate I volti, la prima, ed I luoghi, la seconda, contenenti fotografie rispettivamente di Tommaso Bonaventura ed Anselmo Botte, finalizzate a fornire al lettore testimonianze visive di quanto precedentemente descritto nel corso della narrazione.

 

Augusto Cocorullo – Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze Sociali – Dottorato di Ricerca in Scienze Sociali e Statistiche – XXIX ciclo

 
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