Oltre Bauman: sviluppo tecnlogico e nascita di una nuova società

ZygmuntBauman

http://www.media2000.it/2014/10/bauman-sviluppo-tecnologico-nascita-nuova-societa/

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La più fortunata interpretazione della nostra società è quella di società liquida di Zygmunt Bauman. Per il sociologo polacco l’incertezza sociale, generata dal collasso delle predefinite strutture sociali ed acuita dalla profonda sensazione di ansia che ad essa si accompagna, si fa, per questo, individuale. Ed in questo mondo soffocantemente ansiogeno prevalgono forze quali l’industria della paura (si vedano i recenti casi dell’Ebola e dell’ISIS) ed il riemergere di latenti forme di razzismo corredate dai più moderni hashtag, in un inquietante mix neo-moderno (“zio Adolf non è che aveva sempre torto… ‪#‎incontrimultirazzialipocograditi” è il post di un mio amico su Facebook). Fattore decisivo nella liquefazione della società è stato senz’altro lo sviluppo tecnologico: questo ha permesso di vincere il reticolo cristallino sociale tramite l’immissione di nuova energia nel sistema (in questo caso tecnologica, piuttosto che termica). Come nelle più classiche reazioni di fusione, tale passaggio ha portato ad un aumento di volume, ossia alla globalizzazione. Il danno collaterale più evidente di questo passaggio solido-liquido è stato non solo la precaria stabilità dell’individuo-atomo nel reticolo-società, ma anche l’allontanamento reciproco degli individui, con il risultato, come detto sopra, della creazione di un mondo ansiogeno e del riemergere di forme di razzismo e nazionalismo.

L’analisi, tuttavia, non va conclusa ad un livello sociale, ma deve giungere ad interessare, in maniera decisiva, il piano del potere. La crisi degli Stati e del loro ruolo politico risulta, infatti, riconducibile all’evaporazione, concreta, del potere statale, intesa come “trasferimento di funzioni dello Stato all’economia mondiale” (U. Beck). In sostanza, l’insufficienza della democrazia rappresentativa è un problema non locale, non spaziale, ma a-spaziale, e si ricollega, inevitabilmente, alla liquefazione sociale. L’economia politica globalizzata – per alimentare se stessa e per spezzare i vincoli della rappresentanza – ha travalicato i confini dello spazio, globalizzando il mondo, rendendolo singolo ed infinito. Non sono più i governi, politicamente e spazialmente definiti, ma è un’economia mondiale – non legittima né legale, in altri termini translegalizzata (per usare un’espressione che Beck riprende da Max Weber) – a governare il mondo. Si assiste, in pratica, al “declino della legittimazione del potere” ed all’alba di un potere translegale, che ripudia la democrazia rappresentativa (secondo il modello congiuntivo bottum-up) e fa proprie le forme di governo tecno-elitarie (secondo il modello etereo top-down, dove cioè le linee del potere non toccano mai i punti più bassi della società, cioè i cittadini).

In altri termini, la liquidità moderna è la più classica delle conseguenze di un mondo esteso all’infinito e, per questo, a-spaziale. Come nella più logica legge della fluidodinamica, il liquido tende ad accumularsi sul fondo. E lo spazio è vuoto. Il rapporto dell’individuo con il mondo sociale è non più cristallino, cioè solido e definito, ma fluido e, per questo, precario. Il paradosso è che all’aumentare della fluidità, cioè della flessibilità e della possibilità in quanto tale, corrisponde non tanto un aumento della libertà, ma l’incapacità dell’individuo a rendere pieni gli spazi sociali. Ed in tali spazi gioca il suo ruolo, straordinario e predominante, l’economia. Ed il binomio liquidità-consumismo è infatti inscindibile per Bauman.

È lì dove il contenitore sociale si svuota, che si inseriscono “le monete”. È questo paradossale salvadanaio sociale a costituire il più grande vincolo alla libertà. E quanto più l’invasione capitalista riempie nuovi territori (secondo la legge dell’inutilità di un mondo a-capitalista), tanto più i legami sociali, spesso ancora tribali, si rompono e la società si liquefà, aprendo nuovi spazi a tale salvadanaio globale capitalista. In questo contesto, il rischio è che il passo successivo sia l’evaporazione della società. La definita espansione dello spazio globale porta infatti, inevitabilmente, alla vaporizzazione non solo della politica, ma anche dell’individuo. L’analisi di Bauman si conclude, espressamente, con Adorno: “la presenza costante della sofferenza, della paura e della minaccia rende necessario che il pensiero che non può essere realizzato non deve essere messo da parte. Essere fraintesi dal senso comune è il privilegio, persino il dovere della filosofia”. In fondo, il messaggio è ancora nella bottiglia.

Raffaele Vanacore

Laureando in Medicina, da sempre appassionato alla filosofia ed alla ricerca sociale, ed in particolare alle conseguenze che gli sviluppi tecnologici hanno sulla società e sulla coscienza dell’individuo, ha creato e dirige il blog di arte e scienze http://www.danaeblog.com
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L’etere politico

La crisi degli Stati, e del loro ruolo politico – insomma, della loro capacità legislativa ed esecutiva – è riconducibile non tanto a singole e locali inadeguatezze (come quelle che, più propriamente definibili di contro-utilità sociale, hanno caratterizzato i vari governi Monti, Letta e Renzi in Italia e le presidenze Sarkozy ed Hollande in Francia), ma piuttosto all’evaporazione, concreta, del potere statale, intesa come “trasferimento di funzioni dello Stato all’economia mondiale” (U. Beck). Se queste funzioni, in massima parte legislative ed esecutive, son trasferite all’economia globale, il risultato è una governance without government.

In sostanza, l’insufficienza della democrazia rappresentativa – ossia l’incapacità degli eletti di rappresentare gli interessi ed i bisogni non solo di chi li ha votati, ma di tutti i cittadini dello Stato che rappresentano – è un problema non spaziale, ma a-spaziale. Dove lo spazio è esteso all’infinito, infatti, l’individuo, posto in rapporto allo spazio, è a pari a zero. E questo è il fallimento della democrazia rappresentativa: quando, in uno spazio esteso all’infinito, non si rappresenta nessuno, la democrazia rappresentativa fallisce ed il sistema politico si apre a nuove forme di dominio.

L’economia politica globalizzata – per alimentare se stessa e per spezzare i vincoli della rappresentanza – ha travalicato i confini dello spazio, globalizzando il mondo, rendendolo singolo ed infinito. Il vecchio sistema statale, e quindi politico, spaziale è morto. Non sono più i governi, politicamente e spazialmente definiti, ma è un’economia mondiale – non legittima né legale, in altri termini translegalizzata (per usare un’espressione che Beck riprende da Max Weber) – a governare il mondo. Si assiste, in pratica, al “declino della legittimazione del potere” ed all’alba di un potere translegale, che ripudia la democrazia rappresentativa (secondo il modello congiuntivo bottum-up) e fa proprio il modello tecno-elitario (secondo il modello etereo top-down, dove cioè le linee del potere non toccano mai i punti più bassi della società, cioè i cittadini).

L’unica alternativa, in un mondo inesorabilmente – per l’avanzare tecnologico – mondializzato, è la creazione di un’altra globalizzazione, fondata sulle genesi di nuove forme di economia. Queste piuttosto che mettere il capitale (che ha l’unico scopo di estrarre il massimo profitto da se stesso) al centro del sistema socio-politico, pongono l’uomo al centro del nuovo universo socio-politico, con l’obiettivo di estrarre la massima umanità da esso.

 Raffaele Vanacore

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Scozia, occasione perduta o pericolo scampato ?

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Una situazione che non sarebbe piaciuta affatto al celebre William Wallace, il mitico personaggio di Braveheart che combatteva nel ‘300 per l’indipendenza della Scozia dal re inglese Edoardo III Plantageneto. Eppure la realtà di oggi è questa, gli scozzesi hanno letteralmente lasciato cadere il sogno dell’emancipazione dal Regno Unito di Gran Bretagna, lo stesso sogno per il quale in Irlanda del Nord fu versato un mare di sangue anni e anni fa.

“Sunday, bloody Sunday!” recitava la famosa canzone degli U2, in cui il leader del gruppo Bono Vox rievocava le stragi compiute dai soldati di Sua Maestà per reprimere una rivolta popolare durante una tremenda domenica per le vie di Belfast, capitale dell’Ulster sotto il giogo britannico. Se in quel lembo di Irlanda da sempre si combatte per raggiungere l’agognata indipendenza dalla Corona di Elisabetta, per annettersi alla Repubblica dell’Eire, in Scozia è avvenuto qualcosa di diverso. Niente sangue, nessuna battaglia in città, ma un paese profondamente diviso.

Il referendum tanto temuto per l’unità e la stabilità dell’intera Europa, tenutosi lo scorso 19 settembre in Scozia, non ha sortito gli effetti previsti. Positivi per i più idealisti, negativi per i più attaccati alle questioni economiche e nascosti dietro un’unità europea che per ora resta un semplice fantoccio. La campagna mediatica messa in atto dall’Unione Europea contro il Si, ovvero contro la secessione della Scozia dal resto del Regno Unito, è stata la motivazione principale per cui molti scozzesi – forse poco più della metà – si sarebbero fatti pilotare nella scelta. Lo spauracchio di un’uscita definitiva di tutta l’area britannica dalla Comunità Europea è stato agitato a dovere generando diffidenza e paura, soprattutto per le probabili ricadute in altri Stati europei in crisi d’identità. Il pensiero è corso subito al caso spagnolo, dove la Catalogna continua a proclamare la sua indipendenza dalla Corona di Spagna. Non un caso da nulla insomma, anche se in altre aree europee ci si è perfino uccisi in passato per ottenere l’indipendenza (ex Jugoslavia).

A quanto pare avrebbe inciso anche il discorso del petrolio, di cui la Scozia è ricca ma da cui sembra aver avuto “paura” di trarre profitto da sola senza la guida inglese. Gli scozzesi, ai quali già il premier britannico Cameron ha già concesso ampie sfere d’autonomia decisionale, hanno deciso di continuare a cantare “God save the queen”. Niente e nessuno consolerà quel 49 % (stando ai sondaggi) che voleva invece la secessione.

Nulla da fare per i moderni Braveheart, che si facevano sentire soprattutto a Glasgow, la seconda città della Scozia. Dall’altro lato Edimburgo, capitale scozzese, era schierata in maggioranza per il fronte del no all’indipendenza.
Scongiurato in sostanza il pericolo di un nuovo ’48 nel XXI secolo, da Bruxelles tutti i burocrati tirano un sospiro di sollievo per l’incolumità dell’Europa. Il dato di fatto è che ancora una volta le decisioni dei potenti hanno in qualche modo influito su una scelta di democrazia, mettendo gli interessi alla stabilità e la convenienza al primo posto, davanti ad un nazionalismo che in fin dei conti non avrebbe fatto male a nessuno. Soprattutto pensando che l’autonomia scozzese era qualcosa di quasi pieno e assodato, che mancasse solo il sigillo alla questione secolare. Con buona pace della Regina, s’intende!

Francesco Pascuzzo

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Francia, Europa e nazionalismi

Lo sfascio economico, politico e sociale francese è, allo stesso tempo, esempio del fallimento della governance liberal-democratica ed avvertimento circa le possibili vie di fuga di tale crisi.
Mentre in Italia solo un’ottusità collettiva, alimentata da media monolitici, nasconde un disastro socio-economico altrettanto profondo (rifugiandosi dietro le solite affermazioni: “è sempre andata così”, “questa è l’Italia”, “è nella nostra natura” e baggianate simili), in Francia, dove la grandeur è storia (loro hanno vinto la II guerra mondiale, noi l’abbiamo stupidamente combattuta e persa), il dibattito politico sulle cause e sugli sviluppi dell’odierno sfacelo infiamma.
Lasciando da parte le differenze, pur di notevole rilevanza (soprattutto per il fatto che esse in Francia sono realmente ideologiche, e quindi politiche) all’interno della stessa maggioranza, quel che ci interessa è proprio l’interpretazione delle cause della crisi e lo sviluppo di possibili soluzioni.

Sconfitto l’indipendentismo globale golliano (la Francia che “ce la fa da sola”, la scelta di non aderire alla NATO fin qualche anno fa), anche la Francia, paese nazionalista par excellence, si è ritrovata sottomessa al giogo dei poteri transnazionali e globalizzati.
Accomunata all’Italia da una forte tradizione comunista, ma differente da questa per un centralismo burocratico ancor più gravoso, la Francia si è trovata nuda di fronte alle sfide millenarie dell’euro e della globalizzazione.
Disoccupazione, immigrazione, calo della competitività sono all’ordine del giorno. E qui, dove le ricette socialiste son ritenute inefficaci o quanto meno inattuabili (si vedano i primi anni della presidenza Mitterrand ed i primi della presidenza Hollande), nonostante gli sforzi dei più grandi economisti di oggi (Picketty), l’approdo verso lidi neo-nazionalisti, intolleranti verso il diverso (nella figura dell’usurpatore immigrato) ed anti-europeisti è sempre più probabile.

Se è la governance europeista e globalizzatice ad aver affossato la Francia, sarà una politica nazionalista e quasi protezionista a ridarle vigore. Il rischio è che questo rimedio venga reputato efficace dall’Italia e da altri paesi, perpetuando ed alimentando quegli scontri sociali (quasi una ripetizione di quelli avvenuti 100 anni fa in Europa…) tra diverse fasce della popolazione.
L’alternativa a questa soluzione è quella di chi, ritenendo l’Europa un grande esempio di pace e di fratellanza (la generazione Erasmus…), vuol cambiare le fondamenta politiche dell’Europa stessa.
Questa è l’ultima chiamata. Solo rovesciando le politiche di austerity (abolizione del pareggio di bilancio dalla costituzione, uscita dal fiscal compact), imposte al cittadino medio da una finanza accaparratrice, ed attuando delle riforme socio-economiche improntate sulla dignità e sulla libertà, individuale e sociale, del cittadino, si riuscirà a porre una freno alla deriva neo-nazionalista europea.

Raffaele Vanacore

 
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Neoliberismo e Nuova Sinistra

La frasi di Bertinotti sul suo “pentimento” circa il comunismo, sono state un ottimo spunto di riflessione…                       Tuttavia, è meglio lasciar perdere Bertinotti, la sua imitazione di Corrado Guzzanti dice cose più intelligenti..                         In ogni caso, il comunismo politico è finito circa 100 anni fa, quando da movimento di liberazione delle classi più deboli si è trasformato in dominio di una ristretta oligarchia sull’intera popolazione le cui condizioni di vita non sarebbero migliorate, anzi.. In pratica si trattó di un cambiamento dell’ordine sociale che da un sistema di governamence liberal-aristocratico (ad esempio in Italia cento anni fa votava il 7% della popolazione: gli istruiti ed i ricchi) passó ad un sistema socio-oligarchico.     I mezzi di produzione passarono dalla aristocrazia ricca ad una nuova classe sociale che, con il pretesto di un’ideologia, si impossessó di questi, e quindi del potere economico e politico.

Liberalismo vuol dire libertà individuale e non sottomissione ad un potere politico statale che, come detto sopra e coma avvenuto con le rivoluzioni comuniste (specie in Russia e Cina), vuol sottomettere l’individuo nel nome di un’ideologia, ma che in realtà lo sottomette solo in nome del proprio potere. Il liberalismo è stato una straordinaria conquista filosofica ed antropologica dell’occidente ed è ben diverso dal neoliberismo (o liberalismo economico, i cui termini analizzeremo in basso).

Non si dovrebbe dimenticare poi il particolare contesto politico successivo alla Grande Guerra, caratterizzato da un forte timore per un’eventuale ascesa dei totalitarismi. E così Shirer ammoniva che “la democrazia moderna è la faccia delle classi possidenti che non hanno paura, il fascismo la faccia di quando hanno paura”.
Si temeva, insomma, che la paura delle “masse” che rivendicavano diritti (salari più alti, miglioramento delle condizioni lavorative, etc.), avrebbe messo paura alla classe possidenti, facendo virare il sistemi politico da una democrazia rappresentativa ad un fascismo (fatto che si è in effetti verificato in Italia).

Compito di una “sinistra” (posto che si possa parlare in questi termini, io lo scrivo solo per rendere il concetto), sarebbe dovuto essere quello di superare questa visione comunista (nei termini detti sopra) del potere, ma non l’ha fatto per gli intimi rapporti economici che legavano il PCI alla Russia sovietica.
Superata questa visione, la “sinistra” avrebbe dovuto spostare l’attenzione su di un terreno più concretamente economico: lotta alla disoccupazione e per l’aumento dei salari; diritti per le donne, per gli immigrati, per gli omosessuali; difesa dell’ambiente e del territorio; lotta per un’istruzione ed una sanità decenti, etc.
Tutto questo non è stato fatto perché in Italia quando questa visione “comunista” del potere è stata superata (fino a qualche anno fa Bertinotti era ancora Presidente della Camera!), la sinistra italiana (come prima di lei il Labour Party di Tony Blair e come ora la Francia di Valls e Macron) ha fatto proprio quelle ideologie neoliberiste di cui si parlava sopra, il cui scarto con una concreta ed attuale politica progressista si potrebbe riassumere citando Marcuse: “la creazione di un plusvalore adeguato impone non soltanto l’intensificazione del lavoro, ma anche maggiori investimenti in servizi inutili che servono a generare solo nuovo profitti, mentre trascura ed addirittura riduce i servizi pubblici che non danno profitto (trasporti, istruzione, assistenza)”.

Ecco, questo dovrebbe essere il compito di una nuova “sinistra”: opporsi al sistema del profitto, ossia alla razionalità neoliberista. Tale nuovo sistema economico, e per questo di governo, si può riassumere, con le parole di Wendy Brown: “come uno strumento della politica economica dello Stato, con, da un lato, lo smantellamento degli aiuti sociali, della progressività dell’imposta e di altri strumenti distributivi della ricchezza; e dall’altro la stimolazione di un’attività scevra da vincoli del capitale, attraverso la deregolamentazione del sistema sanitario, del lavoro e delle politiche ambientali”.         Quel che è decisivo è il fatto che il neoliberismo, seguendo l’interpretazione biopolitica del potere di Foucault, magistralmente reinterpretata oggi da Dardot e Laval nel loro testo fondamentale “La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista”, è divenuto una nuova modalità di governo, che ha spazzato via diritti acquisiti dopo secolari lotte politiche e che ha massimamente contribuito al degrado economico e culturale odierno. Compito di una nuova sinistra oggi dovrebbe essere quello di svelare questa razionalità, creare delle alternative socio-economiche ed applicarle.

Il massimo esempio di Politica con la P maiuscola, in contrasto proprio con queste teorie neoliberiste, si è avuto in realtà proprio in Italia, quando dopo la II guerra mondiale e con un Paese distrutto dalla guerra, le maggiori forze politiche hanno convissuto per scrivere la Costituzione italiana, una delle più belle al mondo, nella quale i più importanti diritti sono garantiti. Dopo la Costituente, sulla scia ideologica di Sturzo, De Gasperi, Vanoni, Fanfani ecc hanno ricostruito l’Italia, da posizioni di “centrosinistra”. Non è un caso che la DC non abbia mai voluto trasformarsi in forte partito di centrodestra, come la CDU in Germania o il partito dei Tories in Gran Bretagna. La tradizione riformista, ed anzi socialista, era in realtà ben più simile alla più vera tradizione cattolica di aiuto al prossimo ed ai più deboli. Poi certo con gli anni di piombo, l’assassinio di Moro ecc è cambiato tutto…

Raffaele Vanacore

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U.E., al via il Semestre italiano. Matteo Renzi lancia l’ “operazione Telemaco”

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Si è da poco concluso l’intervento del premier italiano Matteo Renzi nell’aula del Parlamento Europeo a Strasburgo (FR). Apre ufficialmente il “semestre italiano” di presidenza dell’Unione Europea. Il discorso del leader PD ha strappato gli applausi dell’assemblea in seguito alle numerose citazioni storiche legate al passato ed alle relazioni culturali esistenti con la Grecia – paese dal quale l’Italia riceve, a partire da oggi, il testimone nella guida dell’Ue.
Veemente, arguta ma, al contempo, carica di partecipazione emotiva è stata la relazione d’apertura del premier Renzi a Strasburgo – per di più trasmessa in diretta tv. Un discorso che ha colpito la platea soprattutto per l’esortazione rivolta all’Europa intera affinchè si faccia molto di più per garantire un futuro alle nuove generazioni. Sotto uno sguardo attento dei suoi colleghi connazionali, fra cui Gianni Pittella (PD) in prima fila, nonché del presidente uscente della Commissione Europea Juan Manuel Barroso e del neo presidente del Parlamento Martin Schulz, le battute renziane hanno preso il via da quella fotografia che ipoteticamente tutti potremmo auto scattarci nella fase storica in corso. Un “selfie” che – come ha detto lo stesso Renzi – evidenzierebbe soprattutto noia e stanchezza. Due sentimenti che vanno cavalcati non per dire che tutti i guai nascano dall’Europa. Ma al contrario (e qui la sottile stoccata al nemico politico Grillo e M5S – ndr), è dall’Italia che deve ripartire l’intero sistema. Un riferimento anche alla nuova situazione politica che si sta vivendo nell’aula del Parlamento neo eletto, con le nuove “famiglie” e schieramenti che si vanno componendo nell’assemblea di Strasburgo. In particolare è con i problemi concreti, però, che bisogna iniziare a fare i conti, sfruttando al meglio le reali potenzialità di un continente che “non si indigna” di fronte a tragedie come quella degli immigrati del nord Africa che muoiono ogni giorno sui barconi nel Canale di Sicilia; che “non si indigna” davanti alla prigionia di cristiani nelle lontane terre del Medio Oriente, trattenuti per il solo fatto di non essere islamici; che “non si indigna” se una donna è costretta a partorire senza le giuste forme d’assistenza di un paese democratico solo per motivi ideologici (cit.).
Il personaggio dell’antica mitologia greca di Ulisse ha affascinato generazioni intere di studenti. Ora, raccogliendo l’eredità della Grecia alla guida dell’Unione, è giunto il momento di passare alla fase 2, con l’ “operazione Telemaco”. Dal nome del figlio del re di Itaca eroe dell’Odissea, che ebbe all’epoca il duro compito di ricercare il padre e l’identità perduta di un popolo, ecco quindi la sottilissima metafora culturale con cui Matteo Renzi ha voluto chiudere il suo discorso di insediamento ed inaugurare il semestre italiano. Nella storia e nell’epica classica noi come penisola italica tramandammo le radici di Enea e Anchise con l’emergere della potenza di Roma. Oggi l’Europa deve fare lo stesso, ripartendo da un passaggio di consegne che non è solo greco-italiano (quanto alla presidenza Ue). A variare, nei primissimi mesi dell’Agenda italiana, saranno infatti anche il presidente della Commissione, con il tedesco J.P. Juncker in pole position, oltre che l’Alto Rappresentante per la Politica Estera e il leader del Consiglio Europeo. Insomma un totale cambiamento di rotta, nel segno di quel 40 % di uno dei partiti più votati – quello di Renzi appunto – che si eleva così a guida della nuova Europa verso gli obiettivi di stabilità e crescita ancora non raggiunti.

 

Francesco Pascuzzo

 

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Berlinguer, la questione morale ed il riformismo sociale

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La questione Berlinguer vien solitamente ricondotta, in sintesi, alla questione morale. Ma cos’è la morale? La morale in senso politico, e per questo etico, secondo Kant non è “null’altro se non l’autonomia della ragion pura pratica, cioè della libertà ”. Posta dunque la libertà come radice etico-politica della morale, ecco che questa viene ad assumere la sua più concreta espressione in un passo del coraggioso discorso di Berlinguer al congresso di Mosca del ’76: l’indimenticato politico sardo afferma, infatti, che “noi ci battiamo per una società socialista che sia il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e garantisca il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose e della libertà della cultura, dell’arte e delle scienze”. Per Berlinguer la morale è libertà e la libertà è lotta politica.

A questo punto giungiamo alla questione cruciale. Rivelata, infatti, la natura della morale – che consiste, come visto, nella libertà – ne deriva che la stessa natura del compromesso storico è la libertà e che quindi la questione morale coincide, in larga parte, col compromesso storico. In altre parole, dal momento che il compromesso storico si poneva come argine democratico ad una deriva autoritaria-golpista dell’Italia degli anni ’70 – tutt’altro che improbabile in considerazione non solo del colpo di Stato cileno di Pinochet (e delle future barbarie di una dittatura come quella argentina di Videla), ma anche della natura autoritaria delle istituzioni delle altre nazioni mediterranee (Franco in Spagna, Salazar in  Portogallo, i colonelli in Grecia) – la questione morale si rivela come presupposto del compromesso storico.

Se quindi l’obiettivo del compromesso storico è la libertà, ha ancora senso oggi parlare di questione morale, e quindi di compromesso storico? Scacciati i fantasmi di dittature quasi coreografiche (le divise di un Franco o di un Videla sono certamente molto sceniche..), emergono, tuttavia, dittature più velate, in quanto conformizzate al tipo medio, ma non per questo meno pericolose. Negli ultimi anni, infatti, la netta sottrazione di potere politico ai cittadini e la sua redistribuzione alla top class – secondo l’ormai celebre definizione di “un dollaro un voto” (Stiglitz) – ha reso possibile l’imposizione di strategie critiche che hanno devastato la socialità, ossia il ruolo nella società, di milioni di persone in Italia e nel mondo. Secondo B. C. Lynn “la vera competizione, in altre parole, è tra i miliardari che creano e governano monopoli come Wal Mart e persone come voi e me” (citato in Finanzcapitalismo di L. Gallino). In sostanza, in una società liquida, peraltro caratterizzata dalla “fine delle classi sociali” (L. Gallino), la vera contrapposizione è tra un residuo gruppo di capitalisti monopolisti (l’1% di Sriglitz) ed il resto della popolazione.

È possibile, in un tal quadro, ipotizzare un compromesso storico per scongiurare la dittatura del capitale?  Con chi dovrebbe avvenire oggi il compromesso storico? È possibile pensare che quest’ingorda classe creatrice ed auto-consumatrice di denaro, così largamente dominante oggi, accetti un compromesso storico?

Come già Berlinguer aveva intuito ormai più di 30 anni fa, la situazione ecologica mondiale è ormai allo stremo: non è casuale, che oggi il Lancet, tra le più rilevanti riviste scientifiche, abbia lanciato un sentito “Manifesto per la salute” (che avrebbe potuto esser stato scritto da Enrico!), che si basa sul presupposto che “i nostri modelli di sovra-consumo sono insostenibili e finiranno per causare il collasso della nostra civiltà. […]. La nostra tolleranza per il neoliberismo e le forze transnazionali che si dedicano a soddisfare bisogni estremamente lontani da quelli della stragrande maggioranza delle persone, e specialmente di quelle più deprivate e vulnerabili, sta solo approfondendo la crisi che abbiamo davanti”.

Questa era, ed è, l’austerità di cui parlava Berlinguer. Lungi dalla tecnocratica austerità oggi imposta, che prevede un ridimensionamento sociale tramite una riduzione del patrimonio individuale, l’austerità di Berlinguer, e del Lancet, è – al contrario – un processo di arricchimento umano, sociale ed ecosistemico. Veniamo dunque al punto: come e con chi realizzare il nuovo promesso storico?

Il nuovo compromesso storico – saltata ogni distinzione di classe, lievitata l’importanza della politica transnazionale, enfatizzata la connettività, concretizzatasi la dittatura del capitalismo – dovrebbe svilupparsi come comunione sociale, post-ideologica, trans-nazionale, di idee e progetti (insomma, come partecipazione) finalizzati ad arginare la dittatura del capitale (del “dollaro”) ed a riportare in scena una democrazia libera. L’unica prospettiva, in tal senso, sembra quella di pensare un’altra società, di studiare le possibili alternative socio-economiche e di lottare per attuarle.

Come avrebbe concluso Berlinguer, “se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”.

Raffaele Vanacore
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