Oltre Bauman: sviluppo tecnlogico e nascita di una nuova società

ZygmuntBauman

http://www.media2000.it/2014/10/bauman-sviluppo-tecnologico-nascita-nuova-societa/

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La più fortunata interpretazione della nostra società è quella di società liquida di Zygmunt Bauman. Per il sociologo polacco l’incertezza sociale, generata dal collasso delle predefinite strutture sociali ed acuita dalla profonda sensazione di ansia che ad essa si accompagna, si fa, per questo, individuale. Ed in questo mondo soffocantemente ansiogeno prevalgono forze quali l’industria della paura (si vedano i recenti casi dell’Ebola e dell’ISIS) ed il riemergere di latenti forme di razzismo corredate dai più moderni hashtag, in un inquietante mix neo-moderno (“zio Adolf non è che aveva sempre torto… ‪#‎incontrimultirazzialipocograditi” è il post di un mio amico su Facebook). Fattore decisivo nella liquefazione della società è stato senz’altro lo sviluppo tecnologico: questo ha permesso di vincere il reticolo cristallino sociale tramite l’immissione di nuova energia nel sistema (in questo caso tecnologica, piuttosto che termica). Come nelle più classiche reazioni di fusione, tale passaggio ha portato ad un aumento di volume, ossia alla globalizzazione. Il danno collaterale più evidente di questo passaggio solido-liquido è stato non solo la precaria stabilità dell’individuo-atomo nel reticolo-società, ma anche l’allontanamento reciproco degli individui, con il risultato, come detto sopra, della creazione di un mondo ansiogeno e del riemergere di forme di razzismo e nazionalismo.

L’analisi, tuttavia, non va conclusa ad un livello sociale, ma deve giungere ad interessare, in maniera decisiva, il piano del potere. La crisi degli Stati e del loro ruolo politico risulta, infatti, riconducibile all’evaporazione, concreta, del potere statale, intesa come “trasferimento di funzioni dello Stato all’economia mondiale” (U. Beck). In sostanza, l’insufficienza della democrazia rappresentativa è un problema non locale, non spaziale, ma a-spaziale, e si ricollega, inevitabilmente, alla liquefazione sociale. L’economia politica globalizzata – per alimentare se stessa e per spezzare i vincoli della rappresentanza – ha travalicato i confini dello spazio, globalizzando il mondo, rendendolo singolo ed infinito. Non sono più i governi, politicamente e spazialmente definiti, ma è un’economia mondiale – non legittima né legale, in altri termini translegalizzata (per usare un’espressione che Beck riprende da Max Weber) – a governare il mondo. Si assiste, in pratica, al “declino della legittimazione del potere” ed all’alba di un potere translegale, che ripudia la democrazia rappresentativa (secondo il modello congiuntivo bottum-up) e fa proprie le forme di governo tecno-elitarie (secondo il modello etereo top-down, dove cioè le linee del potere non toccano mai i punti più bassi della società, cioè i cittadini).

In altri termini, la liquidità moderna è la più classica delle conseguenze di un mondo esteso all’infinito e, per questo, a-spaziale. Come nella più logica legge della fluidodinamica, il liquido tende ad accumularsi sul fondo. E lo spazio è vuoto. Il rapporto dell’individuo con il mondo sociale è non più cristallino, cioè solido e definito, ma fluido e, per questo, precario. Il paradosso è che all’aumentare della fluidità, cioè della flessibilità e della possibilità in quanto tale, corrisponde non tanto un aumento della libertà, ma l’incapacità dell’individuo a rendere pieni gli spazi sociali. Ed in tali spazi gioca il suo ruolo, straordinario e predominante, l’economia. Ed il binomio liquidità-consumismo è infatti inscindibile per Bauman.

È lì dove il contenitore sociale si svuota, che si inseriscono “le monete”. È questo paradossale salvadanaio sociale a costituire il più grande vincolo alla libertà. E quanto più l’invasione capitalista riempie nuovi territori (secondo la legge dell’inutilità di un mondo a-capitalista), tanto più i legami sociali, spesso ancora tribali, si rompono e la società si liquefà, aprendo nuovi spazi a tale salvadanaio globale capitalista. In questo contesto, il rischio è che il passo successivo sia l’evaporazione della società. La definita espansione dello spazio globale porta infatti, inevitabilmente, alla vaporizzazione non solo della politica, ma anche dell’individuo. L’analisi di Bauman si conclude, espressamente, con Adorno: “la presenza costante della sofferenza, della paura e della minaccia rende necessario che il pensiero che non può essere realizzato non deve essere messo da parte. Essere fraintesi dal senso comune è il privilegio, persino il dovere della filosofia”. In fondo, il messaggio è ancora nella bottiglia.

Raffaele Vanacore

Laureando in Medicina, da sempre appassionato alla filosofia ed alla ricerca sociale, ed in particolare alle conseguenze che gli sviluppi tecnologici hanno sulla società e sulla coscienza dell’individuo, ha creato e dirige il blog di arte e scienze http://www.danaeblog.com
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L’etere politico

La crisi degli Stati, e del loro ruolo politico – insomma, della loro capacità legislativa ed esecutiva – è riconducibile non tanto a singole e locali inadeguatezze (come quelle che, più propriamente definibili di contro-utilità sociale, hanno caratterizzato i vari governi Monti, Letta e Renzi in Italia e le presidenze Sarkozy ed Hollande in Francia), ma piuttosto all’evaporazione, concreta, del potere statale, intesa come “trasferimento di funzioni dello Stato all’economia mondiale” (U. Beck). Se queste funzioni, in massima parte legislative ed esecutive, son trasferite all’economia globale, il risultato è una governance without government.

In sostanza, l’insufficienza della democrazia rappresentativa – ossia l’incapacità degli eletti di rappresentare gli interessi ed i bisogni non solo di chi li ha votati, ma di tutti i cittadini dello Stato che rappresentano – è un problema non spaziale, ma a-spaziale. Dove lo spazio è esteso all’infinito, infatti, l’individuo, posto in rapporto allo spazio, è a pari a zero. E questo è il fallimento della democrazia rappresentativa: quando, in uno spazio esteso all’infinito, non si rappresenta nessuno, la democrazia rappresentativa fallisce ed il sistema politico si apre a nuove forme di dominio.

L’economia politica globalizzata – per alimentare se stessa e per spezzare i vincoli della rappresentanza – ha travalicato i confini dello spazio, globalizzando il mondo, rendendolo singolo ed infinito. Il vecchio sistema statale, e quindi politico, spaziale è morto. Non sono più i governi, politicamente e spazialmente definiti, ma è un’economia mondiale – non legittima né legale, in altri termini translegalizzata (per usare un’espressione che Beck riprende da Max Weber) – a governare il mondo. Si assiste, in pratica, al “declino della legittimazione del potere” ed all’alba di un potere translegale, che ripudia la democrazia rappresentativa (secondo il modello congiuntivo bottum-up) e fa proprio il modello tecno-elitario (secondo il modello etereo top-down, dove cioè le linee del potere non toccano mai i punti più bassi della società, cioè i cittadini).

L’unica alternativa, in un mondo inesorabilmente – per l’avanzare tecnologico – mondializzato, è la creazione di un’altra globalizzazione, fondata sulle genesi di nuove forme di economia. Queste piuttosto che mettere il capitale (che ha l’unico scopo di estrarre il massimo profitto da se stesso) al centro del sistema socio-politico, pongono l’uomo al centro del nuovo universo socio-politico, con l’obiettivo di estrarre la massima umanità da esso.

 Raffaele Vanacore

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Neoliberismo e Nuova Sinistra

La frasi di Bertinotti sul suo “pentimento” circa il comunismo, sono state un ottimo spunto di riflessione…                       Tuttavia, è meglio lasciar perdere Bertinotti, la sua imitazione di Corrado Guzzanti dice cose più intelligenti..                         In ogni caso, il comunismo politico è finito circa 100 anni fa, quando da movimento di liberazione delle classi più deboli si è trasformato in dominio di una ristretta oligarchia sull’intera popolazione le cui condizioni di vita non sarebbero migliorate, anzi.. In pratica si trattó di un cambiamento dell’ordine sociale che da un sistema di governamence liberal-aristocratico (ad esempio in Italia cento anni fa votava il 7% della popolazione: gli istruiti ed i ricchi) passó ad un sistema socio-oligarchico.     I mezzi di produzione passarono dalla aristocrazia ricca ad una nuova classe sociale che, con il pretesto di un’ideologia, si impossessó di questi, e quindi del potere economico e politico.

Liberalismo vuol dire libertà individuale e non sottomissione ad un potere politico statale che, come detto sopra e coma avvenuto con le rivoluzioni comuniste (specie in Russia e Cina), vuol sottomettere l’individuo nel nome di un’ideologia, ma che in realtà lo sottomette solo in nome del proprio potere. Il liberalismo è stato una straordinaria conquista filosofica ed antropologica dell’occidente ed è ben diverso dal neoliberismo (o liberalismo economico, i cui termini analizzeremo in basso).

Non si dovrebbe dimenticare poi il particolare contesto politico successivo alla Grande Guerra, caratterizzato da un forte timore per un’eventuale ascesa dei totalitarismi. E così Shirer ammoniva che “la democrazia moderna è la faccia delle classi possidenti che non hanno paura, il fascismo la faccia di quando hanno paura”.
Si temeva, insomma, che la paura delle “masse” che rivendicavano diritti (salari più alti, miglioramento delle condizioni lavorative, etc.), avrebbe messo paura alla classe possidenti, facendo virare il sistemi politico da una democrazia rappresentativa ad un fascismo (fatto che si è in effetti verificato in Italia).

Compito di una “sinistra” (posto che si possa parlare in questi termini, io lo scrivo solo per rendere il concetto), sarebbe dovuto essere quello di superare questa visione comunista (nei termini detti sopra) del potere, ma non l’ha fatto per gli intimi rapporti economici che legavano il PCI alla Russia sovietica.
Superata questa visione, la “sinistra” avrebbe dovuto spostare l’attenzione su di un terreno più concretamente economico: lotta alla disoccupazione e per l’aumento dei salari; diritti per le donne, per gli immigrati, per gli omosessuali; difesa dell’ambiente e del territorio; lotta per un’istruzione ed una sanità decenti, etc.
Tutto questo non è stato fatto perché in Italia quando questa visione “comunista” del potere è stata superata (fino a qualche anno fa Bertinotti era ancora Presidente della Camera!), la sinistra italiana (come prima di lei il Labour Party di Tony Blair e come ora la Francia di Valls e Macron) ha fatto proprio quelle ideologie neoliberiste di cui si parlava sopra, il cui scarto con una concreta ed attuale politica progressista si potrebbe riassumere citando Marcuse: “la creazione di un plusvalore adeguato impone non soltanto l’intensificazione del lavoro, ma anche maggiori investimenti in servizi inutili che servono a generare solo nuovo profitti, mentre trascura ed addirittura riduce i servizi pubblici che non danno profitto (trasporti, istruzione, assistenza)”.

Ecco, questo dovrebbe essere il compito di una nuova “sinistra”: opporsi al sistema del profitto, ossia alla razionalità neoliberista. Tale nuovo sistema economico, e per questo di governo, si può riassumere, con le parole di Wendy Brown: “come uno strumento della politica economica dello Stato, con, da un lato, lo smantellamento degli aiuti sociali, della progressività dell’imposta e di altri strumenti distributivi della ricchezza; e dall’altro la stimolazione di un’attività scevra da vincoli del capitale, attraverso la deregolamentazione del sistema sanitario, del lavoro e delle politiche ambientali”.         Quel che è decisivo è il fatto che il neoliberismo, seguendo l’interpretazione biopolitica del potere di Foucault, magistralmente reinterpretata oggi da Dardot e Laval nel loro testo fondamentale “La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista”, è divenuto una nuova modalità di governo, che ha spazzato via diritti acquisiti dopo secolari lotte politiche e che ha massimamente contribuito al degrado economico e culturale odierno. Compito di una nuova sinistra oggi dovrebbe essere quello di svelare questa razionalità, creare delle alternative socio-economiche ed applicarle.

Il massimo esempio di Politica con la P maiuscola, in contrasto proprio con queste teorie neoliberiste, si è avuto in realtà proprio in Italia, quando dopo la II guerra mondiale e con un Paese distrutto dalla guerra, le maggiori forze politiche hanno convissuto per scrivere la Costituzione italiana, una delle più belle al mondo, nella quale i più importanti diritti sono garantiti. Dopo la Costituente, sulla scia ideologica di Sturzo, De Gasperi, Vanoni, Fanfani ecc hanno ricostruito l’Italia, da posizioni di “centrosinistra”. Non è un caso che la DC non abbia mai voluto trasformarsi in forte partito di centrodestra, come la CDU in Germania o il partito dei Tories in Gran Bretagna. La tradizione riformista, ed anzi socialista, era in realtà ben più simile alla più vera tradizione cattolica di aiuto al prossimo ed ai più deboli. Poi certo con gli anni di piombo, l’assassinio di Moro ecc è cambiato tutto…

Raffaele Vanacore

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Berlinguer, la questione morale ed il riformismo sociale

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La questione Berlinguer vien solitamente ricondotta, in sintesi, alla questione morale. Ma cos’è la morale? La morale in senso politico, e per questo etico, secondo Kant non è “null’altro se non l’autonomia della ragion pura pratica, cioè della libertà ”. Posta dunque la libertà come radice etico-politica della morale, ecco che questa viene ad assumere la sua più concreta espressione in un passo del coraggioso discorso di Berlinguer al congresso di Mosca del ’76: l’indimenticato politico sardo afferma, infatti, che “noi ci battiamo per una società socialista che sia il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e garantisca il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose e della libertà della cultura, dell’arte e delle scienze”. Per Berlinguer la morale è libertà e la libertà è lotta politica.

A questo punto giungiamo alla questione cruciale. Rivelata, infatti, la natura della morale – che consiste, come visto, nella libertà – ne deriva che la stessa natura del compromesso storico è la libertà e che quindi la questione morale coincide, in larga parte, col compromesso storico. In altre parole, dal momento che il compromesso storico si poneva come argine democratico ad una deriva autoritaria-golpista dell’Italia degli anni ’70 – tutt’altro che improbabile in considerazione non solo del colpo di Stato cileno di Pinochet (e delle future barbarie di una dittatura come quella argentina di Videla), ma anche della natura autoritaria delle istituzioni delle altre nazioni mediterranee (Franco in Spagna, Salazar in  Portogallo, i colonelli in Grecia) – la questione morale si rivela come presupposto del compromesso storico.

Se quindi l’obiettivo del compromesso storico è la libertà, ha ancora senso oggi parlare di questione morale, e quindi di compromesso storico? Scacciati i fantasmi di dittature quasi coreografiche (le divise di un Franco o di un Videla sono certamente molto sceniche..), emergono, tuttavia, dittature più velate, in quanto conformizzate al tipo medio, ma non per questo meno pericolose. Negli ultimi anni, infatti, la netta sottrazione di potere politico ai cittadini e la sua redistribuzione alla top class – secondo l’ormai celebre definizione di “un dollaro un voto” (Stiglitz) – ha reso possibile l’imposizione di strategie critiche che hanno devastato la socialità, ossia il ruolo nella società, di milioni di persone in Italia e nel mondo. Secondo B. C. Lynn “la vera competizione, in altre parole, è tra i miliardari che creano e governano monopoli come Wal Mart e persone come voi e me” (citato in Finanzcapitalismo di L. Gallino). In sostanza, in una società liquida, peraltro caratterizzata dalla “fine delle classi sociali” (L. Gallino), la vera contrapposizione è tra un residuo gruppo di capitalisti monopolisti (l’1% di Sriglitz) ed il resto della popolazione.

È possibile, in un tal quadro, ipotizzare un compromesso storico per scongiurare la dittatura del capitale?  Con chi dovrebbe avvenire oggi il compromesso storico? È possibile pensare che quest’ingorda classe creatrice ed auto-consumatrice di denaro, così largamente dominante oggi, accetti un compromesso storico?

Come già Berlinguer aveva intuito ormai più di 30 anni fa, la situazione ecologica mondiale è ormai allo stremo: non è casuale, che oggi il Lancet, tra le più rilevanti riviste scientifiche, abbia lanciato un sentito “Manifesto per la salute” (che avrebbe potuto esser stato scritto da Enrico!), che si basa sul presupposto che “i nostri modelli di sovra-consumo sono insostenibili e finiranno per causare il collasso della nostra civiltà. […]. La nostra tolleranza per il neoliberismo e le forze transnazionali che si dedicano a soddisfare bisogni estremamente lontani da quelli della stragrande maggioranza delle persone, e specialmente di quelle più deprivate e vulnerabili, sta solo approfondendo la crisi che abbiamo davanti”.

Questa era, ed è, l’austerità di cui parlava Berlinguer. Lungi dalla tecnocratica austerità oggi imposta, che prevede un ridimensionamento sociale tramite una riduzione del patrimonio individuale, l’austerità di Berlinguer, e del Lancet, è – al contrario – un processo di arricchimento umano, sociale ed ecosistemico. Veniamo dunque al punto: come e con chi realizzare il nuovo promesso storico?

Il nuovo compromesso storico – saltata ogni distinzione di classe, lievitata l’importanza della politica transnazionale, enfatizzata la connettività, concretizzatasi la dittatura del capitalismo – dovrebbe svilupparsi come comunione sociale, post-ideologica, trans-nazionale, di idee e progetti (insomma, come partecipazione) finalizzati ad arginare la dittatura del capitale (del “dollaro”) ed a riportare in scena una democrazia libera. L’unica prospettiva, in tal senso, sembra quella di pensare un’altra società, di studiare le possibili alternative socio-economiche e di lottare per attuarle.

Come avrebbe concluso Berlinguer, “se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”.

Raffaele Vanacore
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1914-2014, L’Europa affronta il suo “esame di maturità”

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Cent’anni fa nessuno auspicava di certo una traccia del genere, nelle scuole di tutta Italia. Una fra quelle prescelte dal Ministero dell’Istruzione per la prima prova dell’esame di Stato 2014 come tema storico – tipologia C – riguarda appunto il confronto fra il vecchio continente com’era allo scoppiare della prima guerra mondiale e quello odierno. Ma l’Europa ha realmente passato il suo “esame di maturità” ?

Gli studenti più ferrati su questa materia saranno in grado di dare il loro responso a questa bella domanda. La memoria riporta allo scorso anno, quando per la stessa tipologia di tema d’esame Pigs e Brics furono croce e delizia di alunni ed insegnanti. Nessuno ancora ci ha fatto i conti, ma la grave carenza di informazione sulle tematiche europee – che rappresentano pur sempre parte della storia contemporanea – è sembrata sussistere nel 2013 nella maggioranza delle scuole italiane, specialmente quelle della provincia più remota.

Ebbene, per il secondo anno di fila è l’Europa a spopolare fra tutte le possibili tracce storiche ministeriali. Il raffronto fra la Grande Guerra, di cui a breve ricorrerà l’anniversario dello scoppio (28 giugno 1914 – 28 giugno 2014), è non a caso l’oggetto della prima prova della maturità di quest’anno. Cento anni fa nessuno avrebbe mai pensato a quel che dopo ben due conflitti mondiali sarebbe potuto accadere in Europa. Dall’assassinio dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando d’Asburgo a Sarajevo nel 1914 è scattata infatti una scintilla che avrebbe di lì a poco cambiato per sempre gli equilibri geopolitici del continente. Le grandi potenze centro europee (Austria e Germania) videro ridimensionate fortemente le proprie ambizioni, dopo la sconfitta. Il blocco occidentale vittorioso, con l’adesione degli Stati Uniti, avrebbe portato poi alla Società delle Nazioni, soppiantata dopo la seconda guerra mondiale dall’attuale ONU. L’Europa, dal canto suo, avrebbe iniziato ad assumere connotati di una vera e propria Istituzione di diritto internazionale solo negli anni ’50. Da oltre due mesi vediamo in tv spot pubblicitari che recitano lo slogan “Di Europa si deve parlare!”. Allora vuol dire che qualcuno finalmente se n’è accorto e che gli stessi studenti – magari quelli più avveduti – potrebbero durante la loro prova d’esame testare le reali capacità della società attuale di confrontarsi con l’argomento Europa così com’è oggi.

Strano ma vero! Gavrilo Princip (lo studente serbo che uccise l’arciduca d’Austria a Sarajevo nel 1914 – ndr) costituisce la chiave di volta per capire l’Europa che sarebbe venuta di lì ai seguenti cent’anni. Russia, Impero Ottomano, Italia alle prese con il completamento dell’unità nazionale, Germania, Austria, Usa, Gran Bretagna, Francia e altri Stati aderenti all’uno o all’altro blocco hanno quindi scritto le sorti del mondo e dell’Europa stessa. Sorvolando su tutto quanto accaduto nel mezzo, magari con un cenno alle contrastanti idee d’Europa seguenti ad Alcide De Gasperi ed Altiero Spinelli a cavallo fra anni ‘40 e ’50 del Novecento, oggi ci si ritrova con un continente alle prese con un problema d’identità.

Se nel 1914 era l’identità nazionale a vacillare di fronte all’imperialismo sovietico, turco, austro-tedesco, adesso invece il gigante dai piedi d’argilla che è l’Unione Europea è messo alla prova da tantissimi “esami di maturità”. Quali ? Eccone un rapido elenco, auspicabile quale punto di vista assunto da parte di quegli studenti che sceglieranno la traccia C.

La questione del gas dalla Russia, dopo l’annuncio delle ultime ore del colosso Gazprom di voler tagliare le forniture di metano all’Ucraina e, quindi, a tutta l’Europa. Dove e come approvvigionarsi di fonti energetiche alternative è la prova di maturità dell’Europa oggi. La “guerra del gas” che segue alla (seconda) guerra di Crimea, insomma. Altra vicenda, l’immigrazione clandestina. Frontex, Mare Nostrum, sono solo nomi dietro i quali l’Ue si sta celando lasciando in concreto la patata bollente all’Italia in quanto Stato. Il Ministro dell’Interno Angelino Alfano ha quindi dichiarato pubblicamente di voler sospendere il programma d’accoglienza se l’Europa non darà prova di maturità, ancora, sul fronte immigrazione dal nord Africa.

Integrazione, scambi giovanili, Erasmus e altri simili, ecco un altro terreno minato dove pochi mesi fa l’Ue ha tentennato per motivi economici, mettendo a rischio i sogni di milioni di studenti desiderosi di viaggiare e confrontarsi con altre realtà lavorative attraverso esperienze internazionali. Poi, a seguire : crisi economica, stop all’Euro, tassi d’interesse, Unione bancaria, Federazione Europea. Tutti temi che le istituzioni dell’Ue, l’indomani delle elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, stanno lentamente affrontando ma senza concrete soluzioni di breve periodo.

Insomma, mentre agli studenti di tutta Italia basteranno solo sei ore per mettere nero su bianco le reali possibilità di svolta per l’Europa di oggi confrontandola con quella di cent’anni fa, cosa farà l’Unione nei prossimi mesi – per di più i mesi del “semestre italiano” ? L’Europa a cent’anni dalla Grande Guerra ha davvero superato il suo esame di maturità ???

di Francesco Pascuzzo

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Cosa fare?

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Il diradarsi del profilo politico italiano, ormai intrecciato a quello europeo,consente una chiara definizione dello stesso: da un lato, infatti, sembrano cristallizzarsi quelle forme monostatiche – e quasi indistinguibili – di “governi delle larghe intese”. Essi, in altre parole, rispecchiano nient’altro che vecchie forme partitiche – per non dire vecchi centri di potere – non più in grado, per il loro stesso fallimento, di assicurarsi da sole il potere. Ecco che allora necessitano l’una dell’altra per alimentare il proprio potere, spesso così ben radicato nei più profondi, quanto nei più superficiali, gangli istituzionali dei vari Paesi. Il collante di queste proposte, differenti spesso solo per il colore dei simboli, in quanto esse stesse vittime di un’osmosi incontrastabile, per sua natura liquida, non è nient’altro se non l’ideologia economica, che – in conseguenza dello sradicamento della cultura come forma politica – si è radicata, ipso facto, come fondamento di ogni politica. La divisione politica non è più culturale, è economica. Questo concetto può non sembrare nuovo – di certo è di matrice marxista – ma si rivela di assoluta rilevanza se posto in relazione con l’evidenza che partiti, pur culturalmente diversi, sono ormai economicamente armonizzati. È per tale motivo, dunque, che la battaglia politica futura si svolgerà su basi economiche.

Difatti, se da un lato – come visto – l’orizzonte politico è occupato da questo monolitico, ma fluido, blocco autocratico, dall’altro lato si levano all’orizzonte nuove forme di nazionalismi egoistici e di razzismi xeno-omofobi. Essi sfruttano – come già Altiero Spinelli ricordava nella sezione del Manifesto dedicata alla formazione degli Stati Uniti d’Europa – “le tendenze atavistiche latenti nell’animo umano” e lo Spinelli scopriva, con lucida lungimiranza e franchezza, che questo “è in realtà un docile strumento in mano alle ristrette caste veramente dominanti ed è adoperato per sottomettere altri popoli” (ibidem). Ora, svelata la natura viziata – perché cognitivamente fondata e socialmente sfruttata – dei nuovi razzismi, ricordato che i fascismi nacquero come risposta di queste classi dominanti all’avanzare delle rivendicazioni socialiste (), posto a fondamento dell’azione politica sincera la creazione – in senso francofortese – di una “società senza sfruttamento”, si impone l’esigenza di una politica altresì fondata. L’evidenza che tanto il monocratico blocco delle “larghe intese” quanto i nuovi razzismi sono “in mano alle ristrette caste veramente dominanti” e che – per compiacere i loro interessi – praticano una politica economica di stampo schiettamente neoliberista, il cui unico scopo è quello di una ridistribuzione bottom-up della ricchezza ed il cui unico risultato – non imprevedibile – è stato la creazione di una società estremamente diseguale, suggerisce – in un’ottica di scontro economico, come delineato all’inizio – la genesi di un movimento con nuove basi economiche.

A fondamento di questa sfida politica all’economia neoliberista andrebbe posta una seria ricerca socio-economica che crei le fondamenta per un nuovo tipo di società. Ad esempio, sia la vecchia concezione keynesiana di fondi statali all’economia per stimolare la crescita – per la constatazione che gran parte di questi fondi finiscono in mano a capitali monopolistici con gli unici risultati di arricchire questi ultimi e di aumentare il debito pubblico – sia la concezione della tassazione come redistribuzione della ricchezza – per il medesimo fatto: i soldi delle tasse vanno a finanziare spesso abili gruppi finanziari (vedi) – impongono la ricerca di strade alternative per lo sviluppo e per la creazione di lavoro. Ad esempio, è possibile riconoscere perché il debito pubblico è aumentato, svelando i colpevoli e liberando così i singoli Paesi dall’obbligo di ripagare i debiti così contratti? Ancora, perché non parlare – oltre che di riduzione del debito – di aumento del Prodotto Interno Lordo, investendo nelle tecnologie e nel capitale umano? Questi, certo, sono solo modesti e banali esempi, ma devono servire per chiarire le vie da percorrere.

Per riuscire a sviluppare al massimo questa ricerca socio-economica occorre che tale movimento sia profondamente radicato nelle università, non solo in quelle economiche (che, tuttavia, sono largamente dominate da una cultura neoliberista, in massima parte espressione della Scuola di Chicago), ma anche, e soprattutto, in quelle di scienze sociali (vedi). In poche parole, la cultura in senso lato, la ricerca sociale insomma (vedi), dovrebbe essere il presupposto della formazione di questo movimento (come è avvenuto in Spagna con il movimento Podemos, per intenderci).

Un movimento così formato, poste queste basi economiche e la ricerca socio-economica come suo fondamento, dovrebbe poi dispiegarsi nella società. A questo punto – per affrontare il problema di primaria importanza, ossia la creazione del consenso – viene sicuramente in aiuto la tecnologia. Così come Roosevelt riuscì a creare un consenso – nonostante gli attacchi anche personali a lui e Keynes – potendo poi applicare quel New Deal che fece risollevare gli americani dalla devastante crisi del ’29, “entrando nelle case” grazie alla radio, ecco che, per applicare questo New Deal europeo, bisogna “entrare nelle case” degli italiani per spiegar loro le vere cause della crisi e far conoscere le proposte socio-economiche.

In tal modo – ed in associazione, ovviamente, alle più classiche forme di partecipazione politica quali il volontariato, le assemblee ecc. – si potrà creare una nuovo comunità, nel vero senso di pensieri ed idee comuni, che consentano all’Italia ed all’Europa di risollevarsi da queste situazione di sfruttamento.

Raffaele Vanacore
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Stati e nazioni

danae.ricercasociale

Il concetto di Stato, ad un’analisi profonda, si pone come esso è realmente e come non ci appare: esso è un concetto storico ed, in quanto storico, deve concedersi ad una profonda critica ed all’analisi stessa del suo ruolo nel futuro. In somma, quale è e quale sarà il ruolo dello Stato nel mondo globalizzato?

Il concetto di Stato che noi abbiamo è quello di un territorio, solitamente omogeneo per cultura, religione e lingua, che si dà delle leggi, specie politiche ed economiche, atte a regolare la vita delle persone al suo interno. La finalità dello Stato sarebbe quella dello sviluppo di se stesso e, di conseguenza, della popolazione al suo interno. Posta in questi termine, la questione si svolge in questo testo: come si sviluppa lo Stato?

Lo Stato ha conosciuto diversi modi di espressione, a partire dalle poleis greche fino agli imperi di qualche secolo fa…

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