Movimenti operai e politica mondiale


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Capitolo 4. Movimenti operai e politica mondiale
Il quarto capitolo si propone di analizzare il rapporto tra politica globale e movimenti operai. I processi economici globali sono profondamente implicati nelle dinamiche politiche anch’esse globali, dalla formazione degli stati ai confini della nazionalità, fino ai conflitti tra gli stati e alle guerre mondiali. In particolare, si possono individuare due diversi movimenti oscillatori, l’uno tra la mercificazione del lavoro e lo sgretolamento dei patti sociali, l’altro tra la demercificazione del lavoro ed il consolidamento di nuovi patti sociali. Al fine di comprendere le dinamiche sottostanti ad entrambi i processi di oscillazione, nonché di estrapolare l’impalcatura che ne sorregge la struttura, occorre fornire, secondo l’ideologia della Silver, un quadro empirico delle agitazioni operaie su scala mondiale del XX secolo, a partire dai dati raccolti dal database del World Labour Group: questo percorso sottolinea l’impatto delle guerre mondiali sulla traiettoria complessiva delle agitazioni operaie del Novecento. Vengono proposti alcuni grafici cartesiani che evidenziano una notevole influenza dei conflitti mondiali sugli sviluppi temporali delle lotte operaie: i due picchi più importanti avvengono negli anni immediatamente successivi alle guerre. Questa stretta interdipendenza risulta particolarmente evidente nei paesi metropolitani, pur rimanendo apprezzabile anche nell’aggregato dei dati relativi ai paesi coloniali e semicoloniali: le mobilitazioni si intensificano alla vigilia delle guerre mondiali, mentre declinano fortemente in concomitanza con l’evolversi del conflitto, per poi ripresentarsi sotto forma di grandi ondate di agitazioni nel dopoguerra. Da tempo, nell’ambito delle scienze sociali, si tende a collegare le guerre alla militanza operaia od alla conflittualità sociale in generale.

Nello specifico, Michael Stohl (1980) ritiene che quella del nesso tra i conflitti internazionali ed i conflitti civili sia una delle ipotesi più accreditate delle scienze sociali, evidenziando le differenti direzioni assunte dal dibattito sulla questione di quali forme esattamente questo nesso assuma, e quanto siano determinanti gli aspetti spazio-temporali. Stohl identifica tre varianti di tale ipotesi: la prima sostiene che l’avvento della guerra incrementi la coesione a livello nazionale conducendo la società verso una condizione di pace interna; per la seconda, l’avvento della guerra aumenta la conflittualità sociale a livello nazionale facendo crescere la probabilità di una rivoluzione; la terza, infine, attribuisce alla conflittualità sociale interna alla nazione un aumento della propensione dei governi ad entrare in guerra. Queste diverse interpretazioni vengono spesso proposte come alternative: l’autrice, invece, ritiene che esse siano complementari, essendo ciascuna delle tre ipotesi pertinente rispetto alle differenti fasi temporali del conflitto: la prima ipotesi corrisponde alla durata del conflitto, la seconda descrive la situazione del periodo del dopoguerra, la terza ipotesi quella dei periodi che precedono le guerre mondiali.

È utile considerare anche il rapporto tra la dinamica del ciclo del prodotto e quella dei conflitti e delle egemonie mondiali: i due processi hanno avuto effetti opposti sull’andamento spazio-temporale delle lotte operaie. La dinamica delle guerre mondiali, infatti, ha determinato una tendenza all’unificazione, portando a fasi di diffusione rapida su scala planetaria di una forte militanza operaia, come nel caso dei due periodi post-bellici; al contrario le soluzioni incentrate su pratiche di riorganizzazione spaziale del capitale, legate alle dinamiche del ciclo del prodotto, tendono a sortire effetti distensivi, poiché la dispersione geografica della produzione induce cambiamenti spazio-temporali nei centri nevralgici del conflitto operaio: le insorgenze in un luogo specifico vengono controbilanciate dal declino in altri luoghi.

La globalizzazione di fine Ottocento e l’ascesa del movimento operaio moderno.
La grande espansione dell’economia mondiale attuatasi nella metà del XIX secolo, l’“età dell’oro del capitale”, culmina nella “grande depressione” degli anni 1873-1896, un periodo caratterizzato da una notevole competitività su scala mondiale e da mutamenti nei processi di accumulazione del capitale. In questo contesto di profonde trasformazioni, nasce il movimento operaio moderno nell’Europa occidentale e nel Nord America: ai tre tipi di soluzioni precedentemente analizzati (la riorganizzazione spaziale, l’innovazione tecnologica dei processi, l’innovazione di prodotto), se ne aggiunge un altro, ovvero la riorganizzazione finanziaria. A partire dall’ultimo quarto del XIX secolo si assiste ad un aumento esponenziale dei livelli di concorrenza su scala mondiale ed ad una diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli ed industriali, con una conseguente contrazione dei profitti, alla quale gli imprenditori cercano di provvedere mediante la combinazione di soluzioni basate sulla riorganizzazione spaziale e sull’innovazione dei processi e delle tecnologie. Un ambito promettente, individuato dai capitalisti come ulteriore sito di innovazione del prodotto, è quello dell’industria bellica, nella misura in cui la gara imperialistica in atto negli anni ottanta e novanta dell’Ottocento trasforma il settore industrializzato degli armamenti in una nuova importante sfera di investimento privato, divenendo uno dei siti fondamentali per la rapida formazione di una classe operaia attiva e reattiva. La corsa agli armamenti apre la strada verso la ricerca di un nuovo tipo si soluzione alle crisi, quella, appunto, basata sulla riorganizzazione finanziaria.

La soluzione finanziaria presenta alcune analogie con l’innovazione di prodotto: i capitali vengono dirottati al di fuori del commercio e della produzione ed immessi nelle attività di prestito, di intermediazione finanziaria e di speculazione. La redditività di tali attività finanziarie alla fine dell’Ottocento si collega all’impennata della corsa agli armamenti, data la necessità da parte degli stati di accedere ai prestiti con i quali finanziare gli investimenti militari. La finanziarizzazione del capitale, di conseguenza, è causa dell’indebolimento del potere di contrattazione nel mercato del lavoro in quei settori dell’attività industriale dai quali il capitale viene progressivamente ritirato. A partire dagli anni novanta del XIX secolo, come conseguenza della combinazione di diverse tipologie di soluzioni, il capitale inizia a subire una minore pressione competitiva, con il relativo, ed opposto, aumento della stessa per i lavoratori. Inoltre, a causa della crescita superiore e più repentina dei prezzi rispetto ai salari, la disoccupazione strutturale diviene persistente e si accentua il divario tra stati ricchi e quelli poveri.

La prima reazione alla ristrutturazione capitalistica nei paesi metropolitani si concretizza una grande ondata di agitazioni attuate dalla classe operaia: questa, nella seconda metà del Novecento, vede accrescere enormemente le sue dimensioni e la sua estensione, pur essendosi verificata un’erosione della “aristocrazia operaia” a causa dell’abbassamento degli standard di professionalità richiesta, in seguito all’implementazione delle soluzioni tecnologiche e di processo. Di conseguenza, gli operai qualificati si vedono costretti a coadiuvare quelli senza qualificazione. Il fatto che la manodopera non specializzata stesse aumentando e che si trovasse concentrata nelle zone industriali delle città e nei quartieri facilitava tanto la rapida propagazione delle proteste da una categoria all’altra e da uno stabilimento all’altro, quanto la diffusione di una coscienza di classe. Di conseguenza, l’emergere di una classe operaia politicamente organizzata e strutturata, novità cui la classe dominante non poteva far fronte con una semplice modifica della linea tattica adottata, mette in evidenza la necessità di un cambiamento radicale della strategia. Tale trasformazione può essere definita come la “socializzazione dello stato”: come spiega Polanyi (1957), tutti i paesi occidentali, a prescindere dalle differenze interne, iniziano ad istituire politiche di protezione dei cittadini dalle crisi causate dall’autoregolazione del mercato, mediante l’implementazione di misure di sicurezza sociale.

Il circolo vizioso dei conflitti interni e internazionali.
È possibile individuare una serie di aspetti relativi al rapporto tra conflitti mondiali e mobilitazioni operaie, diretti alla verifica della validità delle tre ipotesi precedentemente esposte. In particolare, le azioni e le reazioni che conducono allo scoppio della prima guerra mondiale vengono considerate prove a favore della congettura, terza nell’ordine, secondo la quale l’attuarsi della guerra si può considerare come una mossa “diversiva” da parte di alcuni governi europei. Analogamente, lo scioglimento della Seconda Internazionale ed il declino generale della militanza operaia coincidenti con lo scoppio della guerra sembrano comprovare la validità della prima ipotesi, che collega lo stato di guerra con la coesione sociale. Ed ancora, le crisi rivoluzionarie del periodo conclusivo della prima guerra mondiale forniscono un sostegno alla seconda ipotesi, che associa lo stato di guerra alla rivoluzione. Si determina dunque un circolo vizioso che è causa del reciproco succedersi di fasi peculiari che, come dimostrato, comportano una complementarità delle tre ipotesi in sostituzione dell’ideologia che le vede come alternative, l’una escludente l’altra. L’analisi, finora incentrata sui paesi centrali del sistema capitalista, deve essere estesa anche alle aree coloniali e semicoloniali, dove i disagi e le trasformazioni legate alle rivalità imperialistiche ed allo sviluppo del colonialismo danno vita ad una crescente militanza operaia e ad aspri conflitti sociali. Infatti, il periodo che va dalle grande depressione alla prima guerra mondiale è caratterizzato da vaste ondate di proletarizzazione in tutto il mondo.

Il potere contrattuale strategico degli operai viene rafforzato in quelle aree inserite nel sistema di approvvigionamento delle potenze in guerra, e l’aumento della militanza operaia si intreccia con le crescenti agitazioni nazionaliste, in India, in Cina ed anche in Africa. Come al termine della prima guerra mondiale, anche alla fine della seconda si propagano forti ondate di agitazioni operaie in tutto il mondo coloniale e semicoloniale, con la differenza che questa seconda ondata si caratterizza per una maggiore intensità ed una più lunga durata rispetto alla precedente.
È importante osservare come il circolo vizioso creatosi tra la guerra e le agitazioni operaie si esaurisca in concomitanza con il consolidamento dell’egemonia statunitense a livello mondiale nel secondo dopoguerra. Nello specifico, si verifica un netto cambiamento nelle dinamiche delle agitazioni operaie, con la transizione da una prima metà del secolo in cui le mobilitazioni sono soggette ad un aumento sostanziale, ad una seconda metà in cui esse sono stabili o in declino. Tale mutamento deriva dalla concentrazione senza precedenti di potere militare ed economico nell’ambito degli Stati Uniti alla conclusione della seconda guerra mondiale, evento che pone fine alla rivalità tra le grandi potenze che avevano dato vita al circolo vizioso di guerre ed agitazioni operaie. A sortire questo effetto, concorrono anche le profonde riforme a livello aziendale, che conducono ad una parziale demericficazione del lavoro in seguito allo stabilizzarsi della crescente forza dei lavoratori a livello mondiale ed ai grandi successi riportati dai movimenti rivoluzionari nella prima metà del secolo. Il modo in cui si attua questo processo è strettamente influenzato dalle strategie di differenziazione spaziale. Infatti, l’equilibrio tra riforme e repressione era sbilanciato a favore di quest’ultima nei paesi coloniali e postcoloniali piuttosto che in quelli metropolitani.

Le sequenze temporali che emergono dal database del WLG forniscono un dato coerente con questa differenziazione: nell’aggregato che comprende in paesi metropolitani si nota un declino lento ed inarrestabile delle citazioni di agitazioni operaie, mentre nel contesto geografico coloniale e semicoloniale il livello di mobilitazione operaia rimane alto, raggiungendo vette storiche nel corso degli anni cinquanta e sessanta. È quindi utile analizzare le trasformazioni subite dai modelli di lotta operaia nel dopoguerra, in rapporto alla portata e alla natura delle riforme attuate e al peso delle misure repressive, ed il ruolo giocato dai processi di riorganizzazione dell’economia mondiale che hanno contribuito a determinare l’esito negativo per la forza lavoro della crisi degli anni settanta. In particolare, le ricorrenti spinte rivoluzionarie del dopoguerra inducono le classi dirigenti degli stati più avanzati ad attuare una profonda riforma del sistema capitalistico mondiale, congiuntamente alle strategie di ricostruzione postbellica: vengono presi rilevanti provvedimenti a livello politico, sociale ed economico, mediante l’adozione di specifiche strategie nell’ambito dei paesi avanzati e non solo. I politici statunitensi sapevano che tali riforme del dopoguerra non potevano essere limitate ai contesti geografici sviluppati, essendo anche i movimenti operai di molti paesi del Terzo Mondo delle potenti armi di mobilitazione. Considerata l’inconsistenza delle riforme offerte ai lavoratori del Terzo Mondo, non sorprende che si dovesse ricorrere maggiormente alla repressione come meccanismo di controllo del movimento operaio: nell’equilibrio tra riforme e repressione, quest’ultima ha un peso molto maggiore nei paesi del Sud del mondo.

La decolonizzazione, ossia l’estensione della sovranità giuridica a tutte le nazioni, si configura come la più grande riforma ottenuta da mondo coloniale in seguito all’epoca delle guerra e delle rivoluzioni. Tuttavia, essa mina uno dei fondamenti da cui trae forza il movimento operaio nel mondo coloniale: nell’ambito di una colonia, ottenuta l’indipendenza, si dissolvono le alleanze interclassiste tipiche dei movimenti nazionalisti, con la relativa perdita dell’appoggio delle altre classi sociali nelle lotte dei contadini e dei lavoratori. Infine, i vasti processi di ristrutturazione dell’accumulazione capitalistica mondiale costituiscono il terzo fattore da considerare nell’analisi della reazione postbellica ai movimenti operai. Dagli accordi di Bretton Woods, alla creazione della Comunità Europea, si assiste all’affermarsi di un processo di “modernizzazione” che, negli anni cinquanta e sessanta, induce gli studiosi di sociologia a parlare di “declino dello sciopero” come conseguenza inevitabile e benefica della rapida diffusione delle tecniche statunitensi di produzione di massa, determinanti la riduzione del potere contrattuale dei lavoratori, da un lato, ed il rafforzamento di una classe di operai semispecializzati, dall’altro. Dunque, i vari tentativi di controllare e di rispondere alla forza dei movimenti operai nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale hanno presentato diversi limiti e numerose contraddizioni.

La ristrutturazione del sistema capitalistico mondiale promossa dagli Stati Uniti pone solide fondamenta per due decenni di profitti e di crescita senza precedenti, che fornisce le basi materiali per sostenere i patti sociali del dopoguerra. Tuttavia, come già accaduto nell’età dell’oro del capitalismo della metà del XIX secolo, la rapida crescita degli scambi commerciali e della produzione conduce ad una crisi di sovraccumulazione, caratterizzata da forti pressioni competitive e da una generale contrazione dei profitti, cui si tenta di provvedere mediante un incremento sostanziale della produttività che, a sua volta, provoca un’accelerazione dei ritmi di lavoro con la conseguente mancanza di collaborazione degli operai. Quindi, è ragionevole pensare che i processi contemporanei della globalizzazione e delle lotte operaie stiano ripercorrendo le tracce della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento. Inoltre, in relazione all’ipotesi secondo la quale la politica mondiale e le guerre determinano le modalità delle agitazioni operaie nel corso del tempo, emerge una domanda chiave, ovvero se le dinamiche politiche e belliche dell’inizio del XXI secolo siano fondamentalmente diverse da quelle che influenzarono le traiettorie del conflitto operaio nel XX secolo.

Capitolo 5. Le dinamiche contemporanee in una prospettiva storico-mondiale

Nel quinto ed ultimo capitolo viene sviluppata un’analisi incentrata sulle caratteristiche e sulla gravità della crisi che i movimenti operai stanno attraversando nell’epoca contemporanea, alla luce delle riflessioni sul passato precedentemente condotte. Attraverso un confronto tra le modalità di gestione delle mobilitazioni dei lavoratori nelle diverse fasi storiche, si delinea un possibile scenario futuro di sviluppo dei modelli di lotta operaia nel XXI secolo. Inserendo l’analisi della forza lavoro entro una cornice teorica storico-mondiale, è possibile interpretare la sempre più diffusa crisi dei movimenti operai contemporanei.

L’analisi condotta nel secondo capitolo a proposito delle riorganizzazioni spaziali della produzione di massa nei settori industriali classici può essere letta anche come l’adombramento di una tendenza globale all’omogeneizzazione delle condizioni lavorative, in grado di colmare il divario tra Nord e Sud del mondo. Tuttavia, dalla riformulazione critica del modello di ciclo del prodotto sono emerse controtendenze sistematiche in termini di modi in cui la disparità tra Nord e Sud si riproduce costantemente determinando forti differenze tra movimenti operai situati in luoghi e posizioni diverse: ciò si spiega in relazione al fatto che ogni meccanismo analogo ha avuto luogo in un ambito competitivo fondamentalmente diverso. Dunque, si assiste ad una tendenza a riprodurre i profitti generati dalle innovazioni tecnologiche e del prodotto solo nei paesi avanzati, mentre i paesi caratterizzati da un basso costo del lavoro ne beneficiano raramente.
Se la riorganizzazione spaziale del capitale tende ad annullare le differenze tra Nord e Sud del mondo, le soluzioni tecnologiche o bastate sul prodotto operano in senso contrario.

Inoltre, avendo precedentemente sostenuto che l’epicentro delle agitazioni operaie non si è solamente spostato di luogo in luogo parallelamente alle successive delocalizzazioni, ma anche di settore in settore, in seguito alle congiunte innovazioni di prodotto, attestato il passaggio delle agitazioni operaie dall’industria tessile a quella automobilistica, nel contesto attuale del XXI secolo è lecito attendersi la formazione di nuove classi operaie e l’insorgenza di nuovi movimenti operai in quello che si configurerà come nuovo settore trainante. In relazione a ciò, risulta fondamentale affrontare la questione del peso e della natura del potere contrattuale dei lavoratori in queste stesse nuove industrie trainanti. Nello specifico, si può affermare che la tendenza novecentesca all’aumento del potere contrattuale legato al luogo di lavoro appare invertita nel nostro secolo e, al contrario, il potere di contrattazione associativo è in ascesa: tale constatazione porta a prevedere che il destino dei movimenti operai del XXI secolo sarà legato alle dinamiche mutevoli della politica mondiale e, in virtù dell’analisi della situazione dei lavoratori tessili agli inizi del Novecento, che ha portato a conferire rilevanza ai legami tra movimenti operai e movimenti di liberazione nazionale, oggi, similmente, è necessario cercare analoghi collegamenti tra i movimenti operai contemporanei ed altri movimenti.

Dunque, la questione relativa al probabile ripresentarsi nel XXI secolo di una situazione di escalation e radicalizzazione dei movimenti operai su scala mondiale è legata alla possibilità che si ricrei un clima di conflittualità internazionale analogo a quello dei primi decenni del XX secolo: a questo riguardo, la guerra del Vietnam rappresenta un caso significativo. Si tratta di un tipo di conflitto sostanzialmente diverso rispetto a quelli che avevano avuto l’effetto di radicalizzare i movimenti dei lavoratori.
Nelle parole dell’autrice, le guerre recenti hanno danneggiato soprattutto i paesi poveri, non colpendo interiormente le masse dei paesi ricchi: ne consegue che ben difficilmente si produrrà quel tipo di movimenti operai forti, coesi, e combattivi tipici della prima metà del secolo scorso. Agli inizi del XXI secolo la sfida più ardua per i lavoratori di tutto il mondo consiste nella lotta non solo contro il proprio sfruttamento e la propria esclusione, ma per un sistema internazionale capace di subordinare il profitto alla sopravvivenza di tutti.

Appendici
A conclusione dell’opera, vengono accluse tre appendici finalizzate all’approfondimento di alcune procedure pratiche sottostanti all’elaborazione ed allo sviluppo dell’analisi esposta nell’ambito dei capitoli precedenti. Pertanto, sarà utile sintetizzare schematicamente il contenuto di ciascuna sezione, in modo da delineare brevemente il contesto pratico dal quale la trattazione ha avuto origine. Nello specifico, l’appendice A, Il database del World Labor Group: concettualizzazione, misurazioni e raccolta dati, si focalizza sulla descrizione delle procedure che hanno condotto alla creazione di questo importante strumento di raccolta dati. Quale principale fonte empirica cui ci si riferisce nel volume in questione per documentare i modelli storico-mondiali di agitazioni operaie, il database nasce da un progetto di ricerca di alcuni dottorandi e docenti del Fernand Braudel Center presso l’Università di Binghamton, che negli anni ottanta costituirono il World Labor Research Working Group. La stessa autrice del testo analizzato, B. J. Silver, ha successivamente approfondito ed aggiornato il database costruito inizialmente dal gruppo di lavoro. Vengono quindi esposte le modalità di sviluppo ed attuazione del progetto di raccolta dati, nella sua concettualizzazione, nelle misurazioni e nelle procedure di reperimento delle informazioni, con la relativa descrizione dei risultati dei test di attendibilità dei dati stessi.
Nell’appendice B, Indicazioni per la raccolta dei dati, sono riportate le linee guida utilizzate da ogni ricercatore che ha proceduto alla schedatura dei dati indicizzati dai quotidiani dai quali precedentemente erano state desunte le notizie pertinenti. L’appendice C, Classificazione dei paesi, infine, elenca i paesi inclusi rispettivamente nel gruppo “metropolitano” ed in quello “coloniale e semicoloniale”.

Augusto Cocorullo – Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze Sociali – Dottorato di Ricerca in Scienze Sociali e Statistiche – XXIX ciclo
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