Scozia, occasione perduta o pericolo scampato ?

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Una situazione che non sarebbe piaciuta affatto al celebre William Wallace, il mitico personaggio di Braveheart che combatteva nel ‘300 per l’indipendenza della Scozia dal re inglese Edoardo III Plantageneto. Eppure la realtà di oggi è questa, gli scozzesi hanno letteralmente lasciato cadere il sogno dell’emancipazione dal Regno Unito di Gran Bretagna, lo stesso sogno per il quale in Irlanda del Nord fu versato un mare di sangue anni e anni fa.

“Sunday, bloody Sunday!” recitava la famosa canzone degli U2, in cui il leader del gruppo Bono Vox rievocava le stragi compiute dai soldati di Sua Maestà per reprimere una rivolta popolare durante una tremenda domenica per le vie di Belfast, capitale dell’Ulster sotto il giogo britannico. Se in quel lembo di Irlanda da sempre si combatte per raggiungere l’agognata indipendenza dalla Corona di Elisabetta, per annettersi alla Repubblica dell’Eire, in Scozia è avvenuto qualcosa di diverso. Niente sangue, nessuna battaglia in città, ma un paese profondamente diviso.

Il referendum tanto temuto per l’unità e la stabilità dell’intera Europa, tenutosi lo scorso 19 settembre in Scozia, non ha sortito gli effetti previsti. Positivi per i più idealisti, negativi per i più attaccati alle questioni economiche e nascosti dietro un’unità europea che per ora resta un semplice fantoccio. La campagna mediatica messa in atto dall’Unione Europea contro il Si, ovvero contro la secessione della Scozia dal resto del Regno Unito, è stata la motivazione principale per cui molti scozzesi – forse poco più della metà – si sarebbero fatti pilotare nella scelta. Lo spauracchio di un’uscita definitiva di tutta l’area britannica dalla Comunità Europea è stato agitato a dovere generando diffidenza e paura, soprattutto per le probabili ricadute in altri Stati europei in crisi d’identità. Il pensiero è corso subito al caso spagnolo, dove la Catalogna continua a proclamare la sua indipendenza dalla Corona di Spagna. Non un caso da nulla insomma, anche se in altre aree europee ci si è perfino uccisi in passato per ottenere l’indipendenza (ex Jugoslavia).

A quanto pare avrebbe inciso anche il discorso del petrolio, di cui la Scozia è ricca ma da cui sembra aver avuto “paura” di trarre profitto da sola senza la guida inglese. Gli scozzesi, ai quali già il premier britannico Cameron ha già concesso ampie sfere d’autonomia decisionale, hanno deciso di continuare a cantare “God save the queen”. Niente e nessuno consolerà quel 49 % (stando ai sondaggi) che voleva invece la secessione.

Nulla da fare per i moderni Braveheart, che si facevano sentire soprattutto a Glasgow, la seconda città della Scozia. Dall’altro lato Edimburgo, capitale scozzese, era schierata in maggioranza per il fronte del no all’indipendenza.
Scongiurato in sostanza il pericolo di un nuovo ’48 nel XXI secolo, da Bruxelles tutti i burocrati tirano un sospiro di sollievo per l’incolumità dell’Europa. Il dato di fatto è che ancora una volta le decisioni dei potenti hanno in qualche modo influito su una scelta di democrazia, mettendo gli interessi alla stabilità e la convenienza al primo posto, davanti ad un nazionalismo che in fin dei conti non avrebbe fatto male a nessuno. Soprattutto pensando che l’autonomia scozzese era qualcosa di quasi pieno e assodato, che mancasse solo il sigillo alla questione secolare. Con buona pace della Regina, s’intende!

Francesco Pascuzzo

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Francia, Europa e nazionalismi

Lo sfascio economico, politico e sociale francese è, allo stesso tempo, esempio del fallimento della governance liberal-democratica ed avvertimento circa le possibili vie di fuga di tale crisi.
Mentre in Italia solo un’ottusità collettiva, alimentata da media monolitici, nasconde un disastro socio-economico altrettanto profondo (rifugiandosi dietro le solite affermazioni: “è sempre andata così”, “questa è l’Italia”, “è nella nostra natura” e baggianate simili), in Francia, dove la grandeur è storia (loro hanno vinto la II guerra mondiale, noi l’abbiamo stupidamente combattuta e persa), il dibattito politico sulle cause e sugli sviluppi dell’odierno sfacelo infiamma.
Lasciando da parte le differenze, pur di notevole rilevanza (soprattutto per il fatto che esse in Francia sono realmente ideologiche, e quindi politiche) all’interno della stessa maggioranza, quel che ci interessa è proprio l’interpretazione delle cause della crisi e lo sviluppo di possibili soluzioni.

Sconfitto l’indipendentismo globale golliano (la Francia che “ce la fa da sola”, la scelta di non aderire alla NATO fin qualche anno fa), anche la Francia, paese nazionalista par excellence, si è ritrovata sottomessa al giogo dei poteri transnazionali e globalizzati.
Accomunata all’Italia da una forte tradizione comunista, ma differente da questa per un centralismo burocratico ancor più gravoso, la Francia si è trovata nuda di fronte alle sfide millenarie dell’euro e della globalizzazione.
Disoccupazione, immigrazione, calo della competitività sono all’ordine del giorno. E qui, dove le ricette socialiste son ritenute inefficaci o quanto meno inattuabili (si vedano i primi anni della presidenza Mitterrand ed i primi della presidenza Hollande), nonostante gli sforzi dei più grandi economisti di oggi (Picketty), l’approdo verso lidi neo-nazionalisti, intolleranti verso il diverso (nella figura dell’usurpatore immigrato) ed anti-europeisti è sempre più probabile.

Se è la governance europeista e globalizzatice ad aver affossato la Francia, sarà una politica nazionalista e quasi protezionista a ridarle vigore. Il rischio è che questo rimedio venga reputato efficace dall’Italia e da altri paesi, perpetuando ed alimentando quegli scontri sociali (quasi una ripetizione di quelli avvenuti 100 anni fa in Europa…) tra diverse fasce della popolazione.
L’alternativa a questa soluzione è quella di chi, ritenendo l’Europa un grande esempio di pace e di fratellanza (la generazione Erasmus…), vuol cambiare le fondamenta politiche dell’Europa stessa.
Questa è l’ultima chiamata. Solo rovesciando le politiche di austerity (abolizione del pareggio di bilancio dalla costituzione, uscita dal fiscal compact), imposte al cittadino medio da una finanza accaparratrice, ed attuando delle riforme socio-economiche improntate sulla dignità e sulla libertà, individuale e sociale, del cittadino, si riuscirà a porre una freno alla deriva neo-nazionalista europea.

Raffaele Vanacore

 
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IL MANIFESTO DI VENTOTENE. PER UN’EUROPA LIBERA ED UNITA

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INTRODUZIONE ED ANALISI DELLA PREFAZIONE DI EUGENIO COLORNI ALL’EDIZIONE 1944

La comprensione dell’attualità, oltre che dell’importanza, del Manifesto di Ventotene si fa piena considerando il titolo in toto: difatti, quello a cui aspirano Spinelli e Rossi è un’ Europa libera ed unita. In tal senso, si rivelano i due aspetti peculiari della loro visionaria e possente passione  (non dimentichiamo che mentre scrivevano il nazismo imperava in Europa): da un lato, dunque, c’è la ben conosciuta unità europea (aspetto sul quale torneremo più avanti), dall’altro si riscontra quella che dovrebbe essere l’architrave di una unione europea realmente realizzatasi. Questa è la libertà.

Essa non va intesa soltanto come libertà individuale, ma altresì come libertà da vincoli esteri. E ciò risulta decisamente rilevante in questa terzo millennio, caratterizzato per un verso dall’avanzata russa, che crea dipendenza economica grazie alle sue riserve di gas e petrolio, e dall’altro dalla sempre stabile influenza (per non dire egemonia) degli Stati Uniti sulla gran parte degli Stati europei.

È singolare, dunque, che mentre le idee centrali del Manifesto andavano maturando – e quindi mentre si affrontava con forza la necessità di una libertà dall’esterno – allo stesso tempo Erich Fromm, nel suo “Fuga dalla libertà” analizzava nitidamente il problema della libertà interiore, riconoscendo che “milioni di persone, invece di volere la libertà, cercavano i modi di evaderne”. Insomma, per Fromm “la crisi della democrazia non è problema peculiarmente italiano e tedesco, ma è problema di ogni Stato moderno”. Si evince da ciò – agevolmente –che il problema decisivo non è solo quello di creare le condizioni socio-economiche per un pieno libertà dall’esterno, ma anche quello di generare – ove e se possibile – le premesse cognitive per una piena libertà dall’interno.

Questo punto è fondamentale e da ciò si ricava la natura marxista del pensiero di Spinelli e Rossi; se per Marx il lavoro alienato incatena e soggioga l’uomo, per gli autori del Manifesto è la guerra ad assoggettare l’uomo: “le libertà individuali si riducono al nulla, dal momento che tutti sono militarizzati e continuamente chiamati a prestare servizio militare”. La liberazione dal lavoro alienato rappresenta una liberazione per l’individuo tanto quanto la liberazione dal giogo della guerra: la ricerca della pace risulta, dunque, la ricerca della libertà individuale.

È sempre Fromm a stabilire – in via definitiva – il nocciolo della questione quando cita, magistralmente, un celebre passo di “Freedom and Culture” di Dewey: “la vera minaccia per la nostra democrazia non è l’esistenza di Stati totalitari stranieri. È l’esistenza, nei nostri atteggiamenti personali e nelle nostre istituzioni, di condizioni che in paesi stranieri hanno dato la vittoria all’autorità esterna, alla disciplina, all’uniformità ed alla sottomissione al Capo. E quindi il campo di battaglia è anche qui: in noi stessi e nelle nostre istituzioni”.

È oltremodo chiaro, dunque, come il problema è, inestricabilmente, in noi e nelle nostre istituzioni, dal momento che – e qui ci ricolleghiamo alla più coerente tradizione marxista – sono le istituzioni a costituirsi come coscienza individuale. In somma, istituzioni libere equivalgono ad individui liberi. Ma quali sono queste istituzioni libere? Non di certo gli stati sovrani che – come rileva Colorni nella Prefazione all’edizione del ’44 – “geograficamente, economicamente, militarmente individuati” praticano un bellum omnia contra omnes. Cosa dunque può apportare la pace, e dunque la libertà – sociale ed individuale?

Scacciato “il tacito presupposto dell’esistenza dello stato nazionale” (concetto, quindi, incontrovertibilmente storico e, pertanto, superabile), occorre procedere alla “creazione delle premesse, economiche, politiche, morali per l’instaurazione di un ordinamento federale che abbracci tutto il continente”. È forse un caso che lo stesso Colorni citi espressamente le “premesse morali” come fondamento di una nuova società libera? Risulta, infatti, notevole rilevare come vi sia un fulcro marxista-freudiano della questione della libertà, che da un lato evolverà come psico-sociologia – si pensi alla Scuola di Francoforte, in cui si forma appunto Fromm – dall’altro come economia politica – si pensi proprio agli esponenti del Manifesto.

Ma quali sono queste “premesse”? Colorni le riconosce in: esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni tra gli stati appartenenti alla Federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica. Queste sono, in conclusione, le premesse – ben chiarite da Colorni nella prefazione – per una Federazione di Stati che liberi la società e l’individuo.

Raffaele Vanacore
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MOSE, EXPO….E POI??? LAGUNA VENETA, GRAVI VIOLAZIONI DI DIRETTIVE UE SU AMBIENTE ED APPALTI

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Quando ci sono di mezzo gli appalti pubblici è sicuro che, qualsiasi essa sia, la bomba farà sempre notizia. Specialmente in Italia, paese ormai additato da tutta Europa come patria di ladri e imprenditori senza scrupoli dediti al malaffare. Politica corrotta, tangenti, appalti truccati e persino violazioni di quanto disposto dall’Ue e recepito dallo Stato italiano, ecco la costante di un paese ormai alla deriva.

I disonesti cercano sempre di farla franca. “Siamo furbi che più furbi di così si muore” canta Luciano Ligabue nella sua recente Il sale della terra. L’indignazione popolare cresce fra gli italiani onesti, per una società che fa notizia sempre e solo per fatti criminali e corruzione a tutti i livelli dalla macchina amministrativa. Smascherata dalla Procura di Venezia la cupola degli appalti per il Mose – ovvero il sistema di dighe e chiuse che avrebbe dovuto evitare il fenomeno dell’acqua alta nel capoluogo veneto – ecco aprirsi un mondo davanti agli investigatori, ma anche davanti ai fortunati giornalisti che seguiranno direttamente l’inchiesta. Super testimoni, come la segretaria del leader della ditta Mantovani principale indiziata – capofila di quell’incriminato “Consorzio Venezia Nuova” che avrebbe tessuto le fila della rete di appalti truccati e di tangenti versate a pubblici funzionari. Insospettabili che allo stato attuale starebbero intentando improbabili querele ai danni dei loro presunti traditori, di coloro che avrebbero fatto il loro nome. Dal sindaco di Venezia Giorgio Orsoni al presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan. Dagli appalti lagunari alle connesse opere per il passante stradale di Mestre (Ve) e per gli ospedali locali, tutto è finito nel calderone della mega inchiesta veneziana. Lo stesso Expo Milano 2015 non è al di sopra di ogni sospetto, anzi le grandi opere – che a livello comunitario vogliono dire anche “grandi deroghe” quanto al regime contabile – agguantano come una piovra tutti i protagonisti, volenti o nolenti, che ci siano finiti dentro per chi sa quali oscure ragioni. Ora spetta ai magistrati chiarire l’intricata vicenda veneta, mentre a vigilare sulle insidiose gare d’appalto milanesi per l’Expo del prossimo anno sarà l’illustre giudice Raffaele Cantone alla guida dell’Autorità Garante Anticorruzione. L’illecito ambientale, tornando al caso Mose, è dietro l’angolo. Vicinissimi al nuovo reato di “disastro ambientale” come avvenuto in Campania con la “terra dei fuochi”, il caso Venezia riporta al lontano 1997, quando lo stesso Ministero dell’Ambiente vietò l’avvio di determinati cantieri in Laguna. L’Unione Europea aveva emanato già anni addietro delle normative sull’habitat e sulla fauna selvatica di determinati ecosistemi. Tenendo conto della situazione di alta insalubrità delle acque di Porto Marghera, nella laguna, dovuta ad anni e anni di attività del complesso petrolchimico attivo nella zona, è ancora più grave la violazione delle precedenti Direttive Ue recepite dagli Stati membri. In spregio a qualsiasi valutazione di impatto ambientale e di controllo sulle grandi opere è insomma venuta fuori, in questi giorni, un’abominevole violazione delle leggi vigenti, a partire dal nuovo Codice Ambiente del 2006. Il tutto nel quadro generale di strane procedure d’appalto, sempre più private e sempre meno ad evidenza pubblica come prescritto dalla legge.

Francesco Pascuzzo
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Europa, un problema di comunicazione e di…..educazione – di Francesco Pascuzzo

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Di Europa si parla sempre meno del dovuto, quando poco quando troppo fino alla nausea. Ma l’effetto è sempre lo stesso. Al voto si sono recati molti meno italiani rispetto al 2009, quando il Parlamento Europeo era fresco di novità dopo il varo della strategia di Lisbona (2008). Oggi, facendo i conti con la netta affermazione delle forze stataliste ed euroscettiche – da Farage al FN della Le Pen alla Lega Nord fino ai 5 stelle – è automatico dover fare riferimento anche ad un sempre più evidente problema di comunicazione.

Che si tratti di comunicazione distorta, o di informazione in senso univoco, sussiste comunque sia una netta presa di posizione contro l’Euro e contro l’integrazione europea. Fra i grandi d’Europa, come sottolineato l’indomani delle elezioni dal quotidiano Il Sole 24 ore in una rapida analisi delle forze del nuovo Parlamento di Strasburgo, a far la voce grossa e sbattere i pugni sul tavolo è stata senza dubbio la Francia. La punizione transalpina alla classe politica del Presidente Hollànde e la netta affermazione del Front Nacionàl di Marine Le Pen suona troppo da schiaffo morale al resto d’Europa. L’asse con Berlino può ora ritenersi interrotto.

Analizzando Stati come l’Italia o altri paesi dell’Europa del sud, quindi mediterranea, salta all’occhio invece il progressivo lento declino di quelle belle parole e velleità d’integrazione con la sponda sud del mare nostrum. Chiusisi in sé stessi – salvo il boom del Pd di Matteo Renzi (40 %) – i paesi euro mediterranei hanno praticamente abbandonato ogni speranza di “contagio” con le culture dei loro dirimpettai. Negli anni ’90 con la Dichiarazione di Barcellona si tentò una prima via verso il superamento dei confini, con il lancio di politiche d’integrazione con il nord Africa poi fallite a cause di serpeggianti nazionalismi sotterranei. La dottrina dello “scontro di civiltà” seguente la Guerra fredda fra Usa e Urss sembra essere stata totalmente messa da parte, per lasciar spazio ad un ritorno alla chiusura in sé stessi per trincerarsi dietro lo spauracchio della crisi economica. Anche in tal caso un problema di comunicazione, come lo è stato tre anni fa in occasione delle primavere arabe nel Maghreb oppure per l’annosa questione Frontex (inadatta a fronteggiare l’immigrazione clandestina in Italia). Quello che i partenariati euro mediterranei avrebbero potuto significare se applicati alla lettera può ora ritenersi lettera morta in seguito al voto dello scorso 25 maggio. Sempre negli anni ’90 partì dall’europarlamentare Jaques Delors un nuovo piano di comunicazione europea, che garantisse efficacia nell’informare il pubblico circa le politiche dell’Ue. Ma giocoforza le ondate populiste ed euroscettiche degli ultimi anni hanno preso in mano la situazione, restando poca cosa le belle intenzioni di alcuni anni fa contenute nel Libro Bianco sulla Comunicazione dello stesso Delors.

Le frontiere della comunicazione multimediale, con Twitter e gli altri social network divulgativi stentano ancora a mostrare la loro reale potenza rendendo sexy le tematiche europee per i comuni cittadini. L’Europa resta ancora oggi uno stereotipo lontanissimo dall’uomo qualunque, dal povero pensionato di paese e dal giovane senza speranze della piccola provincia meridionale. I media di oggi possono ancora dire l’ultima parola contro il deficit d’informazione ormai endemico nell’eurozona ? Tre sono gli obiettivi cardine: comunicare, informare, educare. L’ultimo di essi quello di più difficile attuazione. Il dibattito non è però assolutamente morto, anzi è proprio in questi giorni che ad esempio nella città di Napoli ci si sta confrontando intorno alle reali possibilità di riuscita delle nuove generazioni nella futura Europa 2020. Un interessante dibattito è stato infatti avviato intorno a tale tema dall’associazione Prospettiva Europea in collaborazione con la sezione Gfe Napoli (Gioventù federalista europea). In memoria del Manifesto di Ventotene e di Altiero Spinelli non muore, anzi risorge in questi giorni, quell’originaria spinta verso l’unitarietà europea.

Francesco Pascuzzo

 
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Stati e nazioni

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Il concetto di Stato, ad un’analisi profonda, si pone come esso è realmente e come non ci appare: esso è un concetto storico ed, in quanto storico, deve concedersi ad una profonda critica ed all’analisi stessa del suo ruolo nel futuro. In somma, quale è e quale sarà il ruolo dello Stato nel mondo globalizzato?

Il concetto di Stato che noi abbiamo è quello di un territorio, solitamente omogeneo per cultura, religione e lingua, che si dà delle leggi, specie politiche ed economiche, atte a regolare la vita delle persone al suo interno. La finalità dello Stato sarebbe quella dello sviluppo di se stesso e, di conseguenza, della popolazione al suo interno. Posta in questi termine, la questione si svolge in questo testo: come si sviluppa lo Stato?

Lo Stato ha conosciuto diversi modi di espressione, a partire dalle poleis greche fino agli imperi di qualche secolo fa…

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Stati e nazioni

Il concetto di Stato, ad un’analisi profonda, si pone come esso è realmente e come non ci appare: esso è un concetto storico ed, in quanto storico, deve concedersi ad una profonda critica ed all’analisi stessa del suo ruolo nel futuro. In somma, quale è e quale sarà il ruolo dello Stato nel mondo globalizzato?

Il concetto di Stato che noi abbiamo è quello di un territorio, solitamente omogeneo per cultura, religione e lingua, che si dà delle leggi, specie politiche ed economiche, atte a regolare la vita delle persone al suo interno. La finalità dello Stato sarebbe quella dello sviluppo di se stesso e, di conseguenza, della popolazione al suo interno. Posta in questi termine, la questione si svolge in questo testo: come si sviluppa lo Stato?

Lo Stato ha conosciuto diversi modi di espressione, a partire dalle poleis greche fino agli imperi di qualche secolo fa. Nel mondo occidentale odierno, esso si è sviluppato come nazione. Secondo Mazzini “per nazione noi intendiamo l’universalità de’ cittadini parlanti la stessa favella, associati, con eguaglianza di diritti politici, all’intento comune di sviluppare e perfezionare progressivamente le forze sociali e l’attività di quelle forze”.

Quel che risulta interessante è che Mazzini considerava come miglior forma di Stato, la nazione. Gli intenti di Mazzini erano, certo, politici ed adeguati al tempo, in cui, con la pretesa di costruire una nazione, ossia la miglior forma di Stato possibile, si giustificava l’estensione del dominio da parte di un certo gruppo su di un altro territorio (si pensi, ovviamente, ad Italia e Germania di fine XIX secolo).

Di certo il concetto di “nazione” è un concetto storico: per Aristotele, lo Stato è “una pluralità di cittadini” e, teoricamente, non ha limiti di estensione né alcuna rapporto con la lingua. Infatti, il concetto di nazione viene a svilupparsi soprattutto per questioni geografiche, come dimostrato dai casi emblematici di isole, come Islanda e Giappone, o di territori geograficamente limitati, come la porzione a sud delle Alpi ed immersa nel Mediterraneo, l’Italia appunto.

Il concetto di nazione, tuttavia, così europeo, ed associato peraltro ad una sorta di volontà razionale di controllo, è stato estremamente dannoso per alcuni continenti, la cui cultura è profondamente diversa da quella europea, come appunto quello africano. In questo caso, il concetto di Stato nazione, ossia di un territorio geograficamente limitato, si è sviluppato in parallelo al crearsi delle colonie. In questi territori, lo Stato, ossia la pluralità di cittadini, esprimeva se stesso in modalità diverse, spesso tribali ed etnologiche, che nulla avevano a che fare con il concetto di nazione. L’esempio più recente è quello della Libia, dove, a seguito della caduta del colonnello Gheddafi, dittatore che riusciva a tenere insieme tribù e popolazioni diverse, il presunto Stato si è disgregato, lasciando spazio ad una sorta di guerra di tutti contro tutti.

Il substrato storico su cui forgiamo la nostra idea di Stato è quel contesto in cui sviluppiamo la nostra esistenza: pertanto, questa viene in larga parte a coincidere con l’idea di nazione. Così si accetta alla prima lettura, seppur inconsciamente, senza obiezione il concetto di Stato dato all’inizio, che ovviamente, risulta, pertanto, non corretto, in quanto intriso di concetti storici quali lingua, cultura e religione. Questo, infatti, è il concetto di nazione, che noi applichiamo inconsciamente al concetto di Stato.

Lo Stato, invece, va più correttamente definito, secondo il dizionario Coletti, come “entità giuridica e politica sovrana costituita da un territorio, da una popolazione che lo occupa e da un ordinamento giuridico attraverso cui la sovranità viene esercitata”. Vi sono quindi due concetti fondamentali: il primo è quello di territorio, che, come accennato in precedenza, teoricamente non ha limiti. Il secondo è quello di ordinamento giuridico attraverso cui l’autorità viene esercitata.

In Europa, l’analisi del concetto di Stato-nazione ha avuto un grande impulso dalla creazione dell’Unione Europea: è possibile, infatti, considerare la nazione uno Stato? Quale è il soggetto giuridico che esercita realmente l’autorità? L’UE possiede, infatti, delle competenze esclusive, quali la politica monetaria, doganale e commerciale: può considerarsi una nazione uno Stato se essa non detiene completamente la sovranità? La risposta, alquanto scontata, è negativa.

Considerando, poi, come obiettivo socio-politico, come già fatto in altre occasioni, la pace perpetua occorre considerare quale può essere la forma di Stato che maggiormente può avvicinarsi a questo obiettivo (secondo Kant, infatti, “lo stato di pace tra gli uomini, che vivono gli uni a fianco degli altri, non è uno stato naturale, il quale è piuttosto uno stato di guerra. È necessario allora istituirlo”).

Ma come si istituisce uno stato di pace perpetua? Secondo Kant attraverso l’istituzione di una lega di pace, che altro non è se non una federazione di popoli, che si uniscono, e sottostanno alla medesima autorità giuridica, affinché non debbano sottostare ad un altro Stato, evitando così di creare i presupposti per lo sfruttamento e la guerra. Di conseguenza, l’UE dovrebbe avere il compito di creare i presupposti per la pace perpetua, superando il concetto di Stato-nazione ed istituendosi dunque come federazione di popoli in una lega di pace.

Sarebbe forse azzardato spingersi ancor oltre, sperando che, in qualche futuro remoto, gli Stati mondiali si organizzino in un’unica federazione? Concludiamo con le stesse parole con cui Kant conclude il suo pamphlet:

“Se è un dovere, e insieme una fondata speranza, realizzare una situazione di diritto pubblico, sebbene solo con una approssimazione progressiva all’infinito, allora la pace perpetua, che succederà a quelli che sino ad ora sono stati falsamente denominati trattati di pace, non è idea vuota. E anzi sarà un compito che, assolto per gradi, si avvicinerà sempre più velocemente al suo adempimento”.

Raffaele Vanacore
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