Sottomissione, ovvero l’Islam e il potere

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Il profondo gap politico, che ha da sempre separato potere e rappresentanza, sembra oggi riproporsi, nei paesi occidentali, in termini diversi da quelli che lo hanno caratterizzato nei secoli scorsi, ed anzi per tutta la storia del mondo occidentale stesso. Se infatti in passato il divario tra sovranità individuale ed esercizio effettivo del potere politico era in larga parte riconducibile ad una differenza di classe (ed ancor prima alla nascita stessa), oggi l’incrociarsi, spesso in maniera violenta, di diverse culture e diverse religioni ha fatto sì che l’interminabile lotta per il potere politico tra chi lo detiene e chi lo rivendica risulti fondata, appunto, su nuove basi. È l’insieme di una serie di fattori, in particolare economici e demografici, a rendere questa evoluzione ancor più pressante e questo scontro ancor più netto.

Il magistrale esempio fornito da Michel Houellebecq nel suo capolavoro “Sottomissione” – romanzo edito da poco, ma già annoverato tra le cult novel e tra i romanzi distopici, che si ripromettono tuttavia di avverarsi, come “1984” di Orwell – può certamente offrire una valida base ad un’attenta riflessione circa le dinamiche del potere nel XXI secolo. Perché dunque è ipotizzabile, o almeno immaginabile, che in un prossimo futuro un partito musulmano arrivi a detenere il potere in uno stato europeo? Non è forse questa una contraddizione tra la natura cristiana del mondo occidentale ed un possibile potere islamico?

In effetti, considerando l’ormai secolare dominio occidentale su paesi musulmani (emblematici sono i casi della Palestina e dell’Iraq), il principio cuius regio eius religio applicato ancor oggi nella politica occidentale sembra in realtà in bilico. Se “alcuni animali sono più uguali degli altri”, alcune nazioni possono essere escluse da una forma secolare di rappresentanza. Tuttavia, ad interessare è la possibilità che il suddetto principio possa disapplicarsi all’Europa stessa.

A tal proposito, ed ancora una volta, a rendere urgenti le considerazioni sulla natura stessa del potere sono i cambiamenti demografici. Saranno loro, che tanto influenzarono sia Darwin che Marx, a ridefinire i termini politici di questo secolo? Riflettendo sui recenti dati demografici risulta, infatti,  chiaro come il crollo del tasso di natalità nei paesi europei sia parallelo ad un tasso elevato tra le popolazioni musulmane. Di conseguenza, è evidente che la percentuale di musulmani sia destinata ad aumentare, alquanto vigorosamente e velocemente, nei paesi europei ed in particolare nei grandi centri urbani (Londra, Parigi, Milano, etc.).

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Ma qual è la costante politica, che, esprimendosi come scarto rappresentanza – potere politico si esprime oggi in questa nuova forma, culturale? Il vulnus della società contemporanea europea sembra essere proprio il fatto che salendo nella “gerarchia sociale” la percentuale di musulmani si riduce sempre più, fin praticamente ad annullarsi al livello più alto, ossia quello politico. In altri termini, mentre il numero di islamici è elevato tra la popolazione generale  (tra il 5 ed il 10% in paesi quali Francia, Germania, Paesi Bassi e Svezia) e tra coloro che esercitano professioni non specializzate, esso si riduce nelle professioni specializzate fino a risultare pressoché nullo in Parlamento (Tab. 1). A questo punto, come le rivendicazioni socialiste ed operaie nello scorso secolo aprirono il campo politico a nuove fasce di popolazione, ampliando il diritto di voto, così le rivendicazioni delle popolazioni immigrate (sovente da più generazioni) potrebbero, a breve, portare all’accesso al potere politico da parte di nuove fasce sociali, rappresentate, in gran parte, da musulmani. E questo è lo scenario di “Sottomissione”.

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Tab. 1: Situazione dei musulmani in Francia

Facciamo l’esempio della Francia, dove il numero dei musulmani si aggirerebbe intorno all’8%. Se questa percentuale demografica si tramutasse in un’analoga percentuale elettorale, quali potrebbero essere le conseguenza per una nazione come la Francia? Certo, le ipotesi di Houllebecq sono probabilmente esagerate (islamizzazione delle università, fine del lavoro femminile, etc.), ma è indubbio che, per la prima volta da almeno cinque secoli, il potere politico cristiano prospetta una sua possibile erosione a favore dell’islam. Cosa succederebbe poi se, ad esempio, il Qatar o gli emiri del Dubai, dopo aver comprato squadre di calcio e gran parte del patrimonio urbanistico delle capitali europee, decidessero di acquistare capacità politica finanziando massicciamente un partito musulmano laico e moderato, quale una sorta di Fratellanza musulmana europea?

La risposta a questo processo, certo fisiologico ed effetto, in parte, della globalizzazione e del consumismo individualista occidentale, la stiamo già vivendo. Posto infatti che questo processo di erosione del potere cristiano in Europa è già iniziato, anche le politiche atte a contrastarlo sono già cominciate. Secondo questo schema, l’aumento della violenza islamica (ISIS, attentati a Parigi, Boko Haram) sarebbe funzionale all’erezione di nuove ed ancor più nette barriere volte a contrastare l’ormai inevitabile erosione del potere cristiano a favore di quello musulmano, così come le violenze delle Brigate Rosse servirono a stabilizzare il sistema negli anni ’70, impedendo l’accesso al governo del PCI.

La crescita, in sostanza, sarebbe come un fiume in piena che inevitabilmente tende a riempire di sé finanche i più lontani gangli sociali, ossia quelli politici stessi. È per contrastare questa deriva che l’Occidente sta erigendo dighe sempre più forti; ma riuscirà a fermare questa evoluzione? L’osmosi tra religioni e popolazioni renderà il prossimo il secolo della ridefinizione del potere politico. L’intreccio delle popolazioni, delle culture e delle religioni potrà cambiare, drasticamente, la futura degli Stati occidentali.

Raffaele Vanacore

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SERBIA vs ALBANIA. IL DRONE, STRUMENTO DI TECNOLOGIA O DI GUERRIGLIA ?

Tornano a far parlare le vicende balcaniche, dopo gli anni di silenzio e di pace seguiti ai tremendi massacri in Kosovo e Bosnia Erzegovina. Quanto accaduto la sera del 14 ottobre scorso a Belgrado, presso il Partizani Stadium, in occasione della partita di qualificazione europea fra Serbia ed Albania, ha veramente dell’assurdo. Ciò per una serie di motivi, prima di tutto legati al calcio ed al senso di quella manifestazione che, purtroppo, di sportivo ha avuto ben poco.

I principali esponenti in Italia del calcio albanese si sono espressi nel dopo partita, scagliandosi soprattutto contro certi media che avrebbero caricato troppo il match, infuocandone la vigilia. Hotel della nazionale albanese presidiato dalle forze di polizia e dai militari, a Belgrado, per evitare contatti con la squadra da parte di facinorosi serbi. Ma il nazionalismo serbo è forse quello che, a livello europeo, ha mostrato i suoi lati più distruttivi ed inquietanti nel corso degli ultimi due secoli. Ai tempi di Gavrilo Princip, che nel 1914 scatenò con l’attentato di Sarajevo la Prima guerra mondiale, erano certamente diversi i mezzi di propaganda politica e di incitamento all’odio etnico nei Balcani. I droni, come quello che ha sorvolato Belgrado due sere fa trainando una bandiera kosovara con stemma albanese, non erano nemmeno lontanamente immaginabili fra serbi, albanesi, sloveni, croati e bosniaci. L’ex Jugoslavia era e continua ad essere una polveriera, dove alla minima provocazione c’è pericolo di scatenare una nuova guerra. Fu guerra negli anni ’90, prima in Bosnia poi in Kosovo. I crimini del presidente serbo Svobodan Milosevic sono rimasti nell’immaginario collettivo come le peggiori fra le efferatezze compiute nell’area balcanica nel ‘900. Gli albanesi stessi ne sanno qualcosa, sterminati e perseguitati nel ’99 dalle truppe serbe per la morbosa pulizia etnica attuata dal suo leader. Una Serbia quale vera potenza nell’area slava, ortodossa per religione, filorussa per ascendente politico (i serbi scrivono in cirillico) e per la storica amicizia con i cugini russi. La stessa rassegna stampa del giorno seguente la gara di calcio di Belgrado, sia albanese che serba, ha calcato la mano propendendo ovviamente per l’una o l’altra Nazione.

Il nazionalismo serbo è latente, messo apparentemente a tacere dopo la “perdita” prima del Montenegro – non senza polemiche – e poi del Kosovo appunto, tuttora non effettivamente riconosciuto come Stato dalla comunità internazionale. Ecco quindi il sogno della “Grande Albania” che torna a far discutere, infiammando persino i giocatori delle due nazionali in campo. Il modo in cui il pubblico stesso ha replicato alla provocazione del drone è soltanto una ovvia conseguenza di un odio etnico che si ripresenta più violento che mai. Serbi e albanesi non troveranno mai pace. Mentre a Belgrado si combatteva, in strada e in campo, nelle piazze di Tirana si esultava, fra lo sconcerto generale dei calciatori presenti – molti dei quali militanti nel campionato italiano. Laziali soprattutto, dagli albanesi Cana, Berisha e Tare (oggi dirigente biancoceleste) ai serbi Djordjevic e Basta (quest’ultimo a casa per infortunio). L’Italia ne ha ancora tanti nel suo campionato, dove non sono mancate le istigazioni alla memoria di quell’odio mai sopito in Serbia. Ricordiamo l’esposizione da parte della curva laziale stessa, anni fa, di croci celtiche e simboli inneggianti alle feroci “tigri” di Arkan – corpo paramilitare che nel ’90-’91 commise alcuni delle più atroci stragi durante la guerra in Bosnia, che portò alla fine della federazione jugoslava. L’indipendenza del Kosovo, regione della Serbia a maggioranza albanese, riprende vigore con questa scorribanda del drone su Belgrado. Il gesto simbolico e le sue conseguenze nefaste sono stati vissuti con sdegno e paura anche dal nostro Gianni De Biasi, allenatore della nazionale albanese, che si è unito al coro dei calciatori presenti all’evento.

Non poteva mancare lui, Ivan il terribile (Ivan Bogdanov), capo ultras serbo che nel 2010 impressionò l’Italia a Genova, mostrando muscoli e tatuaggi simbolo di una Serbia che fa davvero paura, facendo sospendere la partita di qualificazione europea dopo aver fatto di tutto, a cavallo della sua gradinata, strappando reti, provocando polizia e pubblico dello stadio Ferraris. Già nel derby di Belgrado, fra Partizan e Stella Rossa, esplode normalmente l’opposto credo politico degli ultras serbi. Tutto farebbe pensare al nostro Genny a’ carogna dell’Olimpico, capo ultras del Napoli nonché camorrista oggi agli arresti. Niente in confronto all’impeto dei serbi, leoni al servizio del loro capobranco, non pecore come gli ultras partenopei. Secondo alcune voci Bogdanov avrebbe, così come Genny a Roma lo scorso 5 maggio, “moderato” gli animi trattando in campo per consentire la continuazione del match – come Genny a’ carogna. Una presenza temuta e rispettata nelle fila serbe, ma questa volta non è bastato a placare la furia di un popolo stuzzicato, forse inutilmente, nel suo orgoglio nazionalista.

Impossibile separare sport e politica, almeno nelle frange estreme delle tifoserie slave, dove episodi di violenza avvengono costantemente, sia in Serbia che nella cattolica Croazia (Hajduk Spalato e Dinamo Zagabria soprattutto), durante derby della violenza che mettono a nudo i sentimenti di popoli che forse non riusciranno mai ad amarsi fra loro. Sconcertante, infine, è pensare che personaggi simili a Ivan il terribile continuino, dopo quanto abbiano combinato in passato, a marciare indisturbati per gli stadi stabilendo le logiche di un mondo perverso che è giocoforza mischiato con lo sport.

 

Francesco Pascuzzo

 

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Il chiattone e il tubo in c**o

Le sevizie ai danni di un obeso 14enne di Pianura potrebbero esser interpretate come la classica prevaricazione, lo sfottò, verso un ragazzo più piccolo, più debole, obeso. Questo in parte è vero, ma la dinamica dell’incidente (quel tubo in c**o…) è emblematica di un più profondo disagio sociale. La volontà di far “esplodere il chiattone” è il simbolo, appunto, di quell’evaporazione sociale che tanto sembra caratterizzare il mondo moderno ( https://danaeblog.com/2014/10/11/oltre-bauman-sviluppo-tecnlogico-e-nascita-di-una-nuova-societa/ ).

Se da un lato, infatti, la liquefazione sociale si accompagna ad un generale impoverimento – peraltro acuito in zone già sofferenti, le quali, piuttosto che svilupparsi, arretrano sempre di più sul piano socio-economico – dall’altro l’aumento della violenza si presenta come danno collaterale dell’impoverimento stesso. E tale analisi trova conferma proprio in Bauman, secondo cui “povertà e disoccupazione cronica, così come il lavoro senza prospettive, sono correlate a tassi delinquenziali superiori alla media”. Insomma, per il teorico della società liquida, le cause di questi fenomeni di violenza sono di natura sociale  e si presentano come “danno collaterale della globalizzazione orientata al profitto”.

In sostanza, è lo scarto tra i modelli di vita agognati e la realtà fatta di povertà, mancanza di possibilità e miseria a generare lo scacco di questi segmenti più disagiati della società (ben inteso, non solo napoletana o italiana, ma anche inglese, americana etc.). E’ l’inquietante paradosso che la globalizzazione, con l’avanzare tecnologico e l’aumento della ricchezza totale, piuttosto che guidare ad una generale aumento della qualità di vita della popolazione, conduce ad un impoverimento sociale ed economico proprio delle fasce più deboli della società (in cui, tuttavia, un  numero sempre maggiore di persone viene risucchiato) a rappresentare il maggior atto d’accusa ad una globalizzazione asimmetrica, che ha tradito le aspettative di progresso globale.

Il ciccione gonfiato fino a far esplodere l’intestino, Ciro Esposito morto per la guerriglia calcistica, Davide Bifolco ucciso per un alt non rispettato, sono i simboli di quell’avanzante evaporazione sociale, caratterizzata dalla mancanza di lavoro, di prospettive, di affetti, in cui – in virtù del vuoto stesso creato da una società asimmetrica ( https://danaeblog.com/2014/10/11/oltre-bauman-sviluppo-tecnlogico-e-nascita-di-una-nuova-societa/ ) – si inserisce l’economia globalizzata, che amplifica essa stessa le differenze e aumenta la probabilità di danni collaterali.

E il paradosso è che di fronte all’inconsistenza politica l’unico punto fermo è Genny ‘a carogn’… (https://danaeblog.com/2014/05/06/la-vera-questione-genny-a-carogn/)

Raffaele Vanacore

Laureando in Medicina, da sempre appassionato alla filosofia ed alla ricerca sociale, ed in particolare alle conseguenze che gli sviluppi tecnologici hanno sulla società e sulla coscienza dell’individuo, ha creato e dirige il blog di arte e scienze http://www.danaeblog.com

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Dai cittadini un nuovo impulso alla lotta al cambiamento climatico

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A poche ore dal Climate Summit di New York, l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sembra ridestarsi sui temi del cambiamento climatico dopo mesi di sostanziale assenza dalle prime pagine dei giornali. Le crisi economiche e geopolitiche hanno fatto il gioco degli scettici sulle battaglie contro il cambiamento climatico, ritenendolo un falso problema e soprattutto un costo inutile in tale congiuntura economica. La sostanziale inattività politica delle istituzioni europee negli ultimi mesi ha fatto il resto e il tema è finito per ricomparire sui mezzi di informazione solo quando milioni di residenti urbani in tutto il mondo sono scesi in piazza per manifestare. Ma quanto le autorità europee e nazionali saranno in grado di accogliere questo grido che emerge dalle piazze? Se è vero che le istituzioni sovranazionali hanno promosso negli ultimi anni in maniera sempre più convinta approcci e orizzonti operativi tali da indurre anche i paesi più riluttanti ad accettare le logiche della governante multilivello, l’Europa appare ancora troppo debole e frammentata sullo scenario mondiale per giocare un vero ruolo guida soprattutto per quanto riguarda la cooperazione con i BRICS.

Passa proprio dalle economie emergenti, o affermatesi negli ultimi anni e in recente rallentamento, il peso di un’azione davvero globale sul clima che non può prescindere da tre temi chiave: innovazione urbana, risparmio di suolo, efficienza energetica. In una parola, dalle smart city. Mentre India e Cina hanno di recente annunciato imponenti piani di urbanizzazione intelligente, Russia e Sudafrica stentano ancora nella definizione di piani di efficienza energetica urbana. Ciò comporta effetti negativi non tanto strettamente sul piano della mancata riduzione di emissioni di CO2 ma anche nel ruolo guida che questi paesi possono esercitare nei paesi di loro influenza economica e culturale, che messi assieme rappresentano i principali poli di sviluppo demografico dei prossimi decenni.

Ripartire dalle politiche partecipative del Brasile e dal mix di interventi di pianificazione strategica e partecipazione civica rappresenta una strada non solo per riorientare l’azione di un continente in nome della sostenibilità ma anche per tracciare un modello che renda l’azione per il clima un fattore di crescita economica e di reale coinvolgimento sociale. Sta puntando su questo anche il Perù, che ospiterà il prossimo round negoziale della Conferenza delle Parti, ma ciò indica una strada valida anche ad altre realtà impegnate sulla strada dell’innovazione contro il cambiamento climatico. Senza una reale condivisione di obiettivi e scenari futuri, l’azione sul clima rischia di restare un affare istituzionale lontano dalle persone. Se i governi saranno realmente capaci di mettere in pratica i principi della multilevel governante, i benefici non saranno solo sulla qualità dell’aria che respiriamo ma anche sui processi di crescita democratica ed economica decisivi per uscire da una crisi globale.

Simone D’Antonio
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La fine delle tasse

La politica economica (o l’economia politica..) odierna si arricchisce, quotidianamente, di nuove contraddizioni e, con esse, di nuovi inquietanti dilemmi per il cittadino comune. Egli, colui che – in altri termini – non è in grado di spostare il reddito derivato dal proprio lavoro in paradisi fiscali, si trova a finanziare, con le ingenti tasse da lui pagate, un distorto sistema di tassazione regressiva.

Insomma, ci troviamo di fronte all’enigmatico paradosso, il quale, in sintesi, è l’antitesi della politica economica stessa, del finanziamento, da parte dei meno ricchi e tramite il suddetto meccanismo di tassazione regressiva, peraltro globalizzato, dei più ricchi. E’ inaccettabile, in pratica, che colossi come Amazon paghino lo 0,5% dei propri ricavi ed un commerciante arrivi a pagare il 60-70% di tasse.

Questo sistema economico è arrivato al culmine: l’economia politica non può più essere il gioco delle tre carte, dove vince sempre il banco, cioè l’imbroglione di turno, peraltro translegalizzato. 

Il sistema economico va rifondato: le spese, quantomeno, per istruzione e sanità vanno, DA SUBITO, integrate nel calcolo del PIL, al pari di prostituzione, contrabbando e spaccio di droga. Il sistema di Welfare va inteso come occasione di sviluppo: l’istruzione arricchisce le nazioni, i trasporti facilitano i commerci, la sanità rende dignitosa la vita del cittadino.

L’economia dello Stato va rifondata ora, prima del baratro.

Raffaele Vanacore

 
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Il tempo dei gelati

Dopo la frutta c’è il gelato. Non siamo più alla frutta quindi, ma al gelato, per quanto gustoso possa essere (crema e limone i gusti più gettonati..).
Lo show del gelato è l’emblema di una politica italiana incapace di ascoltare gli allarmi e di analizzare attentamente i dati socio-economici: chi li fa notare è anzi un gufo, probabilmente incapace anche di gustare un buon gelato.
L’inadeguatezza della politica italiana (secondo il gufo Economist vi sarebbe in Europa una “carenza di leader politici con il coraggio e la convinzione di far passare le riforme strutturali per migliorare la competitività e riaccendere la crescita”) si riflette nell’incapacità di apportare strategie politiche ben definite, salvo poi mettere in scena divertenti show su gelati ecc.
Il primo punto, che andrebbe superato e sul quale pone l’accento l’ormai famoso articolo dell’Economist (con l’Europa che affonda e Renzi che mangia, beatamente, un bel gelato), è che “l’opinione pubblica non è convinta della necessità urgente di cambiamenti profondi e radicali”.

L’opinione pubblica italiana, assolutamente inetta a cogliere la realtà, contestualizzare i problemi socio-economici e, magari, operare un confronto con Paesi più “virtuosi” (dove sarebbero poi questo “rigore” e questa “austerità” se in questi Paesi in ospedale si mangia e si alloggia meglio che in tanti ristoranti ed alberghi italiani?), potrebbe anche credere che il PIL cresca del 10, ad anche del 20, % annuo, se solo glielo venisse detto.
Così sotto elezioni si propinavano improbabili dati sulla crescita economica italiana, sulla ripresa e sullo sbarco degli alieni (cosa che magari avrebbe innalzato il PIL, sai com’è magari son ricchi…).
Ad elezioni avvenute, ci tocca far i conti con una realtà di recessione, stagnazione e deflazione. Insomma stiamo rovinati.
A questo punto, viene un dubbio: visto che la situazione ormai da 7 anni peggiora continuamente, non si può mica dire che il governo non è poi tanto male perché, se non ci fosse stato, le cose sarebbero andate peggio?
Sarebbe dire che è meglio mangiare il gelato solo alla crema piuttosto che a crema e limone perché avremmo potuto non mangiarlo proprio il gelato…
Non è che questo governo ha il solo obiettivo di mettere le persone giuste nelle giuste caselle? ENI, ENEL ed altre società statali; ruoli europei; Regioni ed altre amministrazioni…
Queste, al netto di simpatici spot e colorate slides, sono le uniche cose importanti fatte dal governo.

L’incapacità di comprendere che il deficit dell’Italia è socio-economicamente non congiunturale (cioè dovuto solo alla crisi), ma STRUTTURALE (cioè la crisi ha agito su di un corpo malato, portandolo più agevolmente alla rovina), evita di attuare reali strategie politiche volte alla cura del nostro Paese.
Il rapporto Bowles, ad esempio, ha mostrato come nei prossimi anni l’Italia sarà tra i Paesi che, per l’avanzamento tecnologico, vedrà scomparire il maggior numero di posti di lavoro. Questo significa che, mentre nei Paesi a più alto sviluppo tecnologico, la perdita di posti di lavoro, proprio per il più alto tasso tecnologico presente, sarà minore, in Paesi a basso sviluppo tecnologico, come appunto l’Italia, al contrario, l’avanzare della tecnologico ridurrà ulteriormente l’occupazione
L’Italia in pratica è un Paese in via di sviluppo tecnologico.

In questo contesto di arretratezza tecnologica (al quale si può associare anche la scarsa conoscenza delle lingue) e di vincoli europei (che faranno ridurre la spesa sociale e quindi la qualità di vita di moltissime persone), piuttosto che puntare sull’innovazione e sull’istruzione, si pensa agli slogan ed alla solita elargizione di fondi a ca…so…

Raffaele Vanacore

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La Terza Guerra Mondiale ed i sistemi di dominio

Il più pertinente sistema di dominio di un uomo, o di una ristretta cerchia di uomini, sugli altri uomini è senz’altro stato quello “divino”: in tal caso non vi era necessità di una giustificazione del dominio, né tantomeno – fatto tutt’altro che irrilevante – dei mezzi con cui tal dominio si esercitava.
Era l’essenza divina, la consacrazione, a garantire al regnante la sua affermazione. E gli altri erano sottomessi al suo dominio.
Quando tale sistema è venuto, sotto spinte filosofiche e scientifiche, a crollare, i regnanti, non potendo più governare “in nome della divinità” e spesso vincolati da Costituzioni, hanno dovuto trovare altre forme di giustificazione del dominio.
Tra queste la più evidente è stata senza dubbio l’uso interno della forza: le brutali repressioni di insurrezioni od albe di rivoluzioni hanno fatto da deterrente per lo sviluppo di ulteriori contestazioni al dominio.
Tuttavia, un secondo, e certamente più subdolo, sistema di dominio su di una certa popolazione è stata la guerra: lo scatenare una guerra comportava – e comporta – un’ingente perdita di uomini.
E gli uomini che si perdevano non appartenevano alle classi dominanti, ma in larghissima parte alle altre classi: in tal modo, la maggior parte degli individui si trovava a vivere sotto il pericolo della guerra e, quindi, della morte.
Il potere di non partecipare alla guerra è stato decisivo affinché le classi dominanti perpetuassero il proprio dominio. Questo è il punto cruciale, e di estrema attualità: la differenza tra chi sceglie di fare la guerra e chi la guerra la fa.
L’importanza di tal punto è ancor più evidente in questo periodo, nel quale è emersa una sorta di “Terza Guerra Mondiale fluida”.
Chi detiene il potere, per perpetuarlo (ed oggi che il mezzo di misura del poter è il denaro: per arricchirsi) ha bisogno di dominare la maggior parte della popolazione, più che mettendo a tacere, evitando proprio l’insorgenza di contestazioni. E come lo fa?

All’interno dei proprio confini (oggi, in un mondo post-Statale, più che indefiniti, ma comunque ancora occidento-centrici), lo fa, seguendo Adorno, aumentando la quantità dei beni a disposizione della popolazione, sicché con la qualità della vita cresce direttamente anche la dirigibilità (o, si potrebbe dire, la voglia di essere sotto questo piacevole dominio).
Ma affermato il dominio entro le proprie mura, come fa il dominio ad espandersi se l’era delle guerre dirette è finita (dato proprio che gli studenti – che classicamente, per la loro giovane età, son quelli che hanno fatto la guerra – si son ribellati a questo sistema di dominio, pur finendo placidamente controllati nel secondo modo) ?
Lo fa, e qui ritorniamo al punto di partenza, scegliendo chi deve fare la guerra: chi (in questo caso non più persone, ma organi istituzionali) sceglie di fare la guerra è chi detiene il dominio, chi fa la guerra (generalmente le popolazioni delle nazioni meno sviluppate) è sotto il dominio.

E qui trova la giustificazione la Terza Guerra Mondiale: si può considerarla “fluida” perché ci troviamo in assenza di concreti obiettivi geostrategici, se non quelli propri del dominio.
È questo mettere fuori dal novero dei liberi, perché dominati dalla necessità della guerra, che perpetua il dominio. Così in Iraq, in Libia, in Siria, etc. la guerra è fluida perché l’obiettivo stesso della guerra è il fare la guerra per perpetuare il dominio. Per perseguire quest’obiettivo si è giunti, addirittura, alla creazione di guerre civili: si arma prima un popolo, poi l’altro e li si spinge a far guerra tra di loro.
In tal modo il dominio è assicurato: la distruzione di interi popoli, tra cui soprattutto giovani e studenti, è la più grande garanzia che quel popolo non avrà futuro.
E la Pace è il più grande strumento rivoluzionario.

I don’t need your civil war
It feeds the rich while it buries the poor
Your power hungry sellin’ soldiers
In a human grocery store
Ain’t that fresh
I don’t need your civil war

                                                                                                                                  Raffaele Vanacore

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