Movimenti operai e politica mondiale

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Capitolo 4. Movimenti operai e politica mondiale
Il quarto capitolo si propone di analizzare il rapporto tra politica globale e movimenti operai. I processi economici globali sono profondamente implicati nelle dinamiche politiche anch’esse globali, dalla formazione degli stati ai confini della nazionalità, fino ai conflitti tra gli stati e alle guerre mondiali. In particolare, si possono individuare due diversi movimenti oscillatori, l’uno tra la mercificazione del lavoro e lo sgretolamento dei patti sociali, l’altro tra la demercificazione del lavoro ed il consolidamento di nuovi patti sociali. Al fine di comprendere le dinamiche sottostanti ad entrambi i processi di oscillazione, nonché di estrapolare l’impalcatura che ne sorregge la struttura, occorre fornire, secondo l’ideologia della Silver, un quadro empirico delle agitazioni operaie su scala mondiale del XX secolo, a partire dai dati raccolti dal database del World Labour Group: questo percorso sottolinea l’impatto delle guerre mondiali sulla traiettoria complessiva delle agitazioni operaie del Novecento. Vengono proposti alcuni grafici cartesiani che evidenziano una notevole influenza dei conflitti mondiali sugli sviluppi temporali delle lotte operaie: i due picchi più importanti avvengono negli anni immediatamente successivi alle guerre. Questa stretta interdipendenza risulta particolarmente evidente nei paesi metropolitani, pur rimanendo apprezzabile anche nell’aggregato dei dati relativi ai paesi coloniali e semicoloniali: le mobilitazioni si intensificano alla vigilia delle guerre mondiali, mentre declinano fortemente in concomitanza con l’evolversi del conflitto, per poi ripresentarsi sotto forma di grandi ondate di agitazioni nel dopoguerra. Da tempo, nell’ambito delle scienze sociali, si tende a collegare le guerre alla militanza operaia od alla conflittualità sociale in generale.

Nello specifico, Michael Stohl (1980) ritiene che quella del nesso tra i conflitti internazionali ed i conflitti civili sia una delle ipotesi più accreditate delle scienze sociali, evidenziando le differenti direzioni assunte dal dibattito sulla questione di quali forme esattamente questo nesso assuma, e quanto siano determinanti gli aspetti spazio-temporali. Stohl identifica tre varianti di tale ipotesi: la prima sostiene che l’avvento della guerra incrementi la coesione a livello nazionale conducendo la società verso una condizione di pace interna; per la seconda, l’avvento della guerra aumenta la conflittualità sociale a livello nazionale facendo crescere la probabilità di una rivoluzione; la terza, infine, attribuisce alla conflittualità sociale interna alla nazione un aumento della propensione dei governi ad entrare in guerra. Queste diverse interpretazioni vengono spesso proposte come alternative: l’autrice, invece, ritiene che esse siano complementari, essendo ciascuna delle tre ipotesi pertinente rispetto alle differenti fasi temporali del conflitto: la prima ipotesi corrisponde alla durata del conflitto, la seconda descrive la situazione del periodo del dopoguerra, la terza ipotesi quella dei periodi che precedono le guerre mondiali.

È utile considerare anche il rapporto tra la dinamica del ciclo del prodotto e quella dei conflitti e delle egemonie mondiali: i due processi hanno avuto effetti opposti sull’andamento spazio-temporale delle lotte operaie. La dinamica delle guerre mondiali, infatti, ha determinato una tendenza all’unificazione, portando a fasi di diffusione rapida su scala planetaria di una forte militanza operaia, come nel caso dei due periodi post-bellici; al contrario le soluzioni incentrate su pratiche di riorganizzazione spaziale del capitale, legate alle dinamiche del ciclo del prodotto, tendono a sortire effetti distensivi, poiché la dispersione geografica della produzione induce cambiamenti spazio-temporali nei centri nevralgici del conflitto operaio: le insorgenze in un luogo specifico vengono controbilanciate dal declino in altri luoghi.

La globalizzazione di fine Ottocento e l’ascesa del movimento operaio moderno.
La grande espansione dell’economia mondiale attuatasi nella metà del XIX secolo, l’“età dell’oro del capitale”, culmina nella “grande depressione” degli anni 1873-1896, un periodo caratterizzato da una notevole competitività su scala mondiale e da mutamenti nei processi di accumulazione del capitale. In questo contesto di profonde trasformazioni, nasce il movimento operaio moderno nell’Europa occidentale e nel Nord America: ai tre tipi di soluzioni precedentemente analizzati (la riorganizzazione spaziale, l’innovazione tecnologica dei processi, l’innovazione di prodotto), se ne aggiunge un altro, ovvero la riorganizzazione finanziaria. A partire dall’ultimo quarto del XIX secolo si assiste ad un aumento esponenziale dei livelli di concorrenza su scala mondiale ed ad una diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli ed industriali, con una conseguente contrazione dei profitti, alla quale gli imprenditori cercano di provvedere mediante la combinazione di soluzioni basate sulla riorganizzazione spaziale e sull’innovazione dei processi e delle tecnologie. Un ambito promettente, individuato dai capitalisti come ulteriore sito di innovazione del prodotto, è quello dell’industria bellica, nella misura in cui la gara imperialistica in atto negli anni ottanta e novanta dell’Ottocento trasforma il settore industrializzato degli armamenti in una nuova importante sfera di investimento privato, divenendo uno dei siti fondamentali per la rapida formazione di una classe operaia attiva e reattiva. La corsa agli armamenti apre la strada verso la ricerca di un nuovo tipo si soluzione alle crisi, quella, appunto, basata sulla riorganizzazione finanziaria.

La soluzione finanziaria presenta alcune analogie con l’innovazione di prodotto: i capitali vengono dirottati al di fuori del commercio e della produzione ed immessi nelle attività di prestito, di intermediazione finanziaria e di speculazione. La redditività di tali attività finanziarie alla fine dell’Ottocento si collega all’impennata della corsa agli armamenti, data la necessità da parte degli stati di accedere ai prestiti con i quali finanziare gli investimenti militari. La finanziarizzazione del capitale, di conseguenza, è causa dell’indebolimento del potere di contrattazione nel mercato del lavoro in quei settori dell’attività industriale dai quali il capitale viene progressivamente ritirato. A partire dagli anni novanta del XIX secolo, come conseguenza della combinazione di diverse tipologie di soluzioni, il capitale inizia a subire una minore pressione competitiva, con il relativo, ed opposto, aumento della stessa per i lavoratori. Inoltre, a causa della crescita superiore e più repentina dei prezzi rispetto ai salari, la disoccupazione strutturale diviene persistente e si accentua il divario tra stati ricchi e quelli poveri.

La prima reazione alla ristrutturazione capitalistica nei paesi metropolitani si concretizza una grande ondata di agitazioni attuate dalla classe operaia: questa, nella seconda metà del Novecento, vede accrescere enormemente le sue dimensioni e la sua estensione, pur essendosi verificata un’erosione della “aristocrazia operaia” a causa dell’abbassamento degli standard di professionalità richiesta, in seguito all’implementazione delle soluzioni tecnologiche e di processo. Di conseguenza, gli operai qualificati si vedono costretti a coadiuvare quelli senza qualificazione. Il fatto che la manodopera non specializzata stesse aumentando e che si trovasse concentrata nelle zone industriali delle città e nei quartieri facilitava tanto la rapida propagazione delle proteste da una categoria all’altra e da uno stabilimento all’altro, quanto la diffusione di una coscienza di classe. Di conseguenza, l’emergere di una classe operaia politicamente organizzata e strutturata, novità cui la classe dominante non poteva far fronte con una semplice modifica della linea tattica adottata, mette in evidenza la necessità di un cambiamento radicale della strategia. Tale trasformazione può essere definita come la “socializzazione dello stato”: come spiega Polanyi (1957), tutti i paesi occidentali, a prescindere dalle differenze interne, iniziano ad istituire politiche di protezione dei cittadini dalle crisi causate dall’autoregolazione del mercato, mediante l’implementazione di misure di sicurezza sociale.

Il circolo vizioso dei conflitti interni e internazionali.
È possibile individuare una serie di aspetti relativi al rapporto tra conflitti mondiali e mobilitazioni operaie, diretti alla verifica della validità delle tre ipotesi precedentemente esposte. In particolare, le azioni e le reazioni che conducono allo scoppio della prima guerra mondiale vengono considerate prove a favore della congettura, terza nell’ordine, secondo la quale l’attuarsi della guerra si può considerare come una mossa “diversiva” da parte di alcuni governi europei. Analogamente, lo scioglimento della Seconda Internazionale ed il declino generale della militanza operaia coincidenti con lo scoppio della guerra sembrano comprovare la validità della prima ipotesi, che collega lo stato di guerra con la coesione sociale. Ed ancora, le crisi rivoluzionarie del periodo conclusivo della prima guerra mondiale forniscono un sostegno alla seconda ipotesi, che associa lo stato di guerra alla rivoluzione. Si determina dunque un circolo vizioso che è causa del reciproco succedersi di fasi peculiari che, come dimostrato, comportano una complementarità delle tre ipotesi in sostituzione dell’ideologia che le vede come alternative, l’una escludente l’altra. L’analisi, finora incentrata sui paesi centrali del sistema capitalista, deve essere estesa anche alle aree coloniali e semicoloniali, dove i disagi e le trasformazioni legate alle rivalità imperialistiche ed allo sviluppo del colonialismo danno vita ad una crescente militanza operaia e ad aspri conflitti sociali. Infatti, il periodo che va dalle grande depressione alla prima guerra mondiale è caratterizzato da vaste ondate di proletarizzazione in tutto il mondo.

Il potere contrattuale strategico degli operai viene rafforzato in quelle aree inserite nel sistema di approvvigionamento delle potenze in guerra, e l’aumento della militanza operaia si intreccia con le crescenti agitazioni nazionaliste, in India, in Cina ed anche in Africa. Come al termine della prima guerra mondiale, anche alla fine della seconda si propagano forti ondate di agitazioni operaie in tutto il mondo coloniale e semicoloniale, con la differenza che questa seconda ondata si caratterizza per una maggiore intensità ed una più lunga durata rispetto alla precedente.
È importante osservare come il circolo vizioso creatosi tra la guerra e le agitazioni operaie si esaurisca in concomitanza con il consolidamento dell’egemonia statunitense a livello mondiale nel secondo dopoguerra. Nello specifico, si verifica un netto cambiamento nelle dinamiche delle agitazioni operaie, con la transizione da una prima metà del secolo in cui le mobilitazioni sono soggette ad un aumento sostanziale, ad una seconda metà in cui esse sono stabili o in declino. Tale mutamento deriva dalla concentrazione senza precedenti di potere militare ed economico nell’ambito degli Stati Uniti alla conclusione della seconda guerra mondiale, evento che pone fine alla rivalità tra le grandi potenze che avevano dato vita al circolo vizioso di guerre ed agitazioni operaie. A sortire questo effetto, concorrono anche le profonde riforme a livello aziendale, che conducono ad una parziale demericficazione del lavoro in seguito allo stabilizzarsi della crescente forza dei lavoratori a livello mondiale ed ai grandi successi riportati dai movimenti rivoluzionari nella prima metà del secolo. Il modo in cui si attua questo processo è strettamente influenzato dalle strategie di differenziazione spaziale. Infatti, l’equilibrio tra riforme e repressione era sbilanciato a favore di quest’ultima nei paesi coloniali e postcoloniali piuttosto che in quelli metropolitani.

Le sequenze temporali che emergono dal database del WLG forniscono un dato coerente con questa differenziazione: nell’aggregato che comprende in paesi metropolitani si nota un declino lento ed inarrestabile delle citazioni di agitazioni operaie, mentre nel contesto geografico coloniale e semicoloniale il livello di mobilitazione operaia rimane alto, raggiungendo vette storiche nel corso degli anni cinquanta e sessanta. È quindi utile analizzare le trasformazioni subite dai modelli di lotta operaia nel dopoguerra, in rapporto alla portata e alla natura delle riforme attuate e al peso delle misure repressive, ed il ruolo giocato dai processi di riorganizzazione dell’economia mondiale che hanno contribuito a determinare l’esito negativo per la forza lavoro della crisi degli anni settanta. In particolare, le ricorrenti spinte rivoluzionarie del dopoguerra inducono le classi dirigenti degli stati più avanzati ad attuare una profonda riforma del sistema capitalistico mondiale, congiuntamente alle strategie di ricostruzione postbellica: vengono presi rilevanti provvedimenti a livello politico, sociale ed economico, mediante l’adozione di specifiche strategie nell’ambito dei paesi avanzati e non solo. I politici statunitensi sapevano che tali riforme del dopoguerra non potevano essere limitate ai contesti geografici sviluppati, essendo anche i movimenti operai di molti paesi del Terzo Mondo delle potenti armi di mobilitazione. Considerata l’inconsistenza delle riforme offerte ai lavoratori del Terzo Mondo, non sorprende che si dovesse ricorrere maggiormente alla repressione come meccanismo di controllo del movimento operaio: nell’equilibrio tra riforme e repressione, quest’ultima ha un peso molto maggiore nei paesi del Sud del mondo.

La decolonizzazione, ossia l’estensione della sovranità giuridica a tutte le nazioni, si configura come la più grande riforma ottenuta da mondo coloniale in seguito all’epoca delle guerra e delle rivoluzioni. Tuttavia, essa mina uno dei fondamenti da cui trae forza il movimento operaio nel mondo coloniale: nell’ambito di una colonia, ottenuta l’indipendenza, si dissolvono le alleanze interclassiste tipiche dei movimenti nazionalisti, con la relativa perdita dell’appoggio delle altre classi sociali nelle lotte dei contadini e dei lavoratori. Infine, i vasti processi di ristrutturazione dell’accumulazione capitalistica mondiale costituiscono il terzo fattore da considerare nell’analisi della reazione postbellica ai movimenti operai. Dagli accordi di Bretton Woods, alla creazione della Comunità Europea, si assiste all’affermarsi di un processo di “modernizzazione” che, negli anni cinquanta e sessanta, induce gli studiosi di sociologia a parlare di “declino dello sciopero” come conseguenza inevitabile e benefica della rapida diffusione delle tecniche statunitensi di produzione di massa, determinanti la riduzione del potere contrattuale dei lavoratori, da un lato, ed il rafforzamento di una classe di operai semispecializzati, dall’altro. Dunque, i vari tentativi di controllare e di rispondere alla forza dei movimenti operai nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale hanno presentato diversi limiti e numerose contraddizioni.

La ristrutturazione del sistema capitalistico mondiale promossa dagli Stati Uniti pone solide fondamenta per due decenni di profitti e di crescita senza precedenti, che fornisce le basi materiali per sostenere i patti sociali del dopoguerra. Tuttavia, come già accaduto nell’età dell’oro del capitalismo della metà del XIX secolo, la rapida crescita degli scambi commerciali e della produzione conduce ad una crisi di sovraccumulazione, caratterizzata da forti pressioni competitive e da una generale contrazione dei profitti, cui si tenta di provvedere mediante un incremento sostanziale della produttività che, a sua volta, provoca un’accelerazione dei ritmi di lavoro con la conseguente mancanza di collaborazione degli operai. Quindi, è ragionevole pensare che i processi contemporanei della globalizzazione e delle lotte operaie stiano ripercorrendo le tracce della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento. Inoltre, in relazione all’ipotesi secondo la quale la politica mondiale e le guerre determinano le modalità delle agitazioni operaie nel corso del tempo, emerge una domanda chiave, ovvero se le dinamiche politiche e belliche dell’inizio del XXI secolo siano fondamentalmente diverse da quelle che influenzarono le traiettorie del conflitto operaio nel XX secolo.

Capitolo 5. Le dinamiche contemporanee in una prospettiva storico-mondiale

Nel quinto ed ultimo capitolo viene sviluppata un’analisi incentrata sulle caratteristiche e sulla gravità della crisi che i movimenti operai stanno attraversando nell’epoca contemporanea, alla luce delle riflessioni sul passato precedentemente condotte. Attraverso un confronto tra le modalità di gestione delle mobilitazioni dei lavoratori nelle diverse fasi storiche, si delinea un possibile scenario futuro di sviluppo dei modelli di lotta operaia nel XXI secolo. Inserendo l’analisi della forza lavoro entro una cornice teorica storico-mondiale, è possibile interpretare la sempre più diffusa crisi dei movimenti operai contemporanei.

L’analisi condotta nel secondo capitolo a proposito delle riorganizzazioni spaziali della produzione di massa nei settori industriali classici può essere letta anche come l’adombramento di una tendenza globale all’omogeneizzazione delle condizioni lavorative, in grado di colmare il divario tra Nord e Sud del mondo. Tuttavia, dalla riformulazione critica del modello di ciclo del prodotto sono emerse controtendenze sistematiche in termini di modi in cui la disparità tra Nord e Sud si riproduce costantemente determinando forti differenze tra movimenti operai situati in luoghi e posizioni diverse: ciò si spiega in relazione al fatto che ogni meccanismo analogo ha avuto luogo in un ambito competitivo fondamentalmente diverso. Dunque, si assiste ad una tendenza a riprodurre i profitti generati dalle innovazioni tecnologiche e del prodotto solo nei paesi avanzati, mentre i paesi caratterizzati da un basso costo del lavoro ne beneficiano raramente.
Se la riorganizzazione spaziale del capitale tende ad annullare le differenze tra Nord e Sud del mondo, le soluzioni tecnologiche o bastate sul prodotto operano in senso contrario.

Inoltre, avendo precedentemente sostenuto che l’epicentro delle agitazioni operaie non si è solamente spostato di luogo in luogo parallelamente alle successive delocalizzazioni, ma anche di settore in settore, in seguito alle congiunte innovazioni di prodotto, attestato il passaggio delle agitazioni operaie dall’industria tessile a quella automobilistica, nel contesto attuale del XXI secolo è lecito attendersi la formazione di nuove classi operaie e l’insorgenza di nuovi movimenti operai in quello che si configurerà come nuovo settore trainante. In relazione a ciò, risulta fondamentale affrontare la questione del peso e della natura del potere contrattuale dei lavoratori in queste stesse nuove industrie trainanti. Nello specifico, si può affermare che la tendenza novecentesca all’aumento del potere contrattuale legato al luogo di lavoro appare invertita nel nostro secolo e, al contrario, il potere di contrattazione associativo è in ascesa: tale constatazione porta a prevedere che il destino dei movimenti operai del XXI secolo sarà legato alle dinamiche mutevoli della politica mondiale e, in virtù dell’analisi della situazione dei lavoratori tessili agli inizi del Novecento, che ha portato a conferire rilevanza ai legami tra movimenti operai e movimenti di liberazione nazionale, oggi, similmente, è necessario cercare analoghi collegamenti tra i movimenti operai contemporanei ed altri movimenti.

Dunque, la questione relativa al probabile ripresentarsi nel XXI secolo di una situazione di escalation e radicalizzazione dei movimenti operai su scala mondiale è legata alla possibilità che si ricrei un clima di conflittualità internazionale analogo a quello dei primi decenni del XX secolo: a questo riguardo, la guerra del Vietnam rappresenta un caso significativo. Si tratta di un tipo di conflitto sostanzialmente diverso rispetto a quelli che avevano avuto l’effetto di radicalizzare i movimenti dei lavoratori.
Nelle parole dell’autrice, le guerre recenti hanno danneggiato soprattutto i paesi poveri, non colpendo interiormente le masse dei paesi ricchi: ne consegue che ben difficilmente si produrrà quel tipo di movimenti operai forti, coesi, e combattivi tipici della prima metà del secolo scorso. Agli inizi del XXI secolo la sfida più ardua per i lavoratori di tutto il mondo consiste nella lotta non solo contro il proprio sfruttamento e la propria esclusione, ma per un sistema internazionale capace di subordinare il profitto alla sopravvivenza di tutti.

Appendici
A conclusione dell’opera, vengono accluse tre appendici finalizzate all’approfondimento di alcune procedure pratiche sottostanti all’elaborazione ed allo sviluppo dell’analisi esposta nell’ambito dei capitoli precedenti. Pertanto, sarà utile sintetizzare schematicamente il contenuto di ciascuna sezione, in modo da delineare brevemente il contesto pratico dal quale la trattazione ha avuto origine. Nello specifico, l’appendice A, Il database del World Labor Group: concettualizzazione, misurazioni e raccolta dati, si focalizza sulla descrizione delle procedure che hanno condotto alla creazione di questo importante strumento di raccolta dati. Quale principale fonte empirica cui ci si riferisce nel volume in questione per documentare i modelli storico-mondiali di agitazioni operaie, il database nasce da un progetto di ricerca di alcuni dottorandi e docenti del Fernand Braudel Center presso l’Università di Binghamton, che negli anni ottanta costituirono il World Labor Research Working Group. La stessa autrice del testo analizzato, B. J. Silver, ha successivamente approfondito ed aggiornato il database costruito inizialmente dal gruppo di lavoro. Vengono quindi esposte le modalità di sviluppo ed attuazione del progetto di raccolta dati, nella sua concettualizzazione, nelle misurazioni e nelle procedure di reperimento delle informazioni, con la relativa descrizione dei risultati dei test di attendibilità dei dati stessi.
Nell’appendice B, Indicazioni per la raccolta dei dati, sono riportate le linee guida utilizzate da ogni ricercatore che ha proceduto alla schedatura dei dati indicizzati dai quotidiani dai quali precedentemente erano state desunte le notizie pertinenti. L’appendice C, Classificazione dei paesi, infine, elenca i paesi inclusi rispettivamente nel gruppo “metropolitano” ed in quello “coloniale e semicoloniale”.

Augusto Cocorullo – Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze Sociali – Dottorato di Ricerca in Scienze Sociali e Statistiche – XXIX ciclo
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Movimenti operai e cicli del prodotto

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Capitolo 3. Movimenti operai e cicli del prodotto

Il terzo capitolo si propone di ampliare la dimensione temporale dell’analisi dei modelli di mobilitazione operaia attraverso il confronto dell’industria automobilistica con quella tessile, ed il tentativo di identificazione dei settori predominanti del secolo attuale in relazione al possibile attuarsi di processi simili a quelli precedentemente descritti. È possibile sinterizzare schematicamente gli obiettivi che intende raggiungere la trattazione qui sviluppata, in termini di dimostrazione della validità di tue tesi principali: gli ambiti principali di formazione della classe operaia e delle agitazioni si spostano all’interno di ogni settore parallelamente agli spostamenti geografici della produzione; tali ambiti sono soggetti a spostamenti anche da settore a settore, parallelamente all’ascesa ed al declino dei settori trainanti dello sviluppo capitalistico. Propedeutico alla comprensione di questa dinamica intersettoriale è il concetto di “innovazione di prodotto”: il capitale può rispondere alla contrazione dei profitti in un determinato settore con la delocalizzazione (soluzione spaziale) oppure con l’innovazione dei processi di produzione (soluzione tecnologica), ma anche tentando di trasferire gli investimenti verso nuovi settori meno soggetti ad una forte competizione e nuove linee di prodotti innovativi e più redditizi.

 

Il ciclo del prodotto dell’automobile.

Viene proposta una riformulazione critica della teoria del ciclo del prodotto , al fine di collegare tra loro le dinamiche intra- ed inter-settoriali e fornire una base per la comparazione analitica dei cicli intra-settoriali. Il capitalismo storico si è caratterizzato per una serie di cicli produttivi parzialmente sovrapposti, nell’ambito dei quali gli stadi maturi di un ciclo coincidono con l’inizio del ciclo successivo.

La storia dell’industria automobilistica mondiale viene quindi riconcettualizzata in termini di “ciclo del prodotto”, parallelamente ad una comparazione con l’industria tessile. Il modello originale del ciclo di vita del prodotto proposto da Raymond Vernon (1966) si caratterizza per una specifica articolazione: in prodotti di recente innovazione nascono tendenzialmente nei paesi più ricchi, ma, nel corso del loro ciclo di vita, gli impianti di produzione vengono poi dislocati in paesi dove i costi sono più bassi. Tale fenomeno si spiega in relazione al fatto che, durante le prime fasi del ciclo, la concorrenza è bassa e quindi i costi sono poco determinanti; successivamente, quando il prodotto raggiunge lo stadio della maturità con la relativa “standardizzazione”, i concorrenti aumentano, insieme alle pressioni per ridurre i costi. Il percorso descritto in precedenza, a proposito dell’industria automobilistica, corrisponde all’andamento della dinamica appena illustrata, nella misura in cui la produzione si disloca progressivamente nei paesi caratterizzati da bassi salari. Tuttavia, le teorie del ciclo del prodotto, concentrandosi esclusivamente sulle variabili economiche (concorrenza e costi) come cause ed effetti del ciclo, non considera la variabile sociale costituita dalla formazione della classe operaia e dalle contestazioni correlate. Una grande ondata di agitazioni operaie è uno dei fattori che concorrono alla spinta verso un nuovo stadio di dispersione della produzione, ed ogni nuovo stadio rappresenta anche un nuovo momento di formazione della classe operaia. Nello specifico, lo stadio innovativo del ciclo di vita dell’automobile, raggiunto il proprio limite negli Stati Uniti con le lotte sindacali condotte dal CIO, cede il posto al secondo stadio, quello della maturità, che, a sua volta, arriva ad un punto di non ritorno con le agitazioni degli operai europei nei tardi anni sessanta e nel decennio successivo; il terzo stadio, quello della standardizzazione, ha cominciato a raggiungere la sua fase-limite finale con l’esplosione della militanza operaia nei paesi di recente industrializzazione tra gli anni ottanta e novanta.

Gli studi sul ciclo di vita del prodotto sottolineano il fatto che ogni stadio avviene in contesti sempre più concorrenziali, in seguito alla diffusione geografica della produzione, ed il processo diventa sempre più standardizzato: il passaggio da uno stadio all’altro del ciclo produttivo determina un declino della redditività, in relazione alla diminuzione della sopravvenienza attiva monopolistica ed all’abbassamento dei livelli salariali. In quest’ottica, i datori di lavoro che si trovavano allo stadio iniziale del ciclo erano in grado di finanziare un accordo tra capitale e lavoro più stabile e meglio remunerato, poiché beneficiari degli extraprofitti monopolistici, resistendo per oltre quarant’anni anche dopo la conflittualità degli anni trenta. Ciò diviene sempre meno economicamente sostenibile in prossimità dell’avvicinarsi alle fasi finali del ciclo del prodotto, a causa dei bassi profitti derivanti dalle pressioni della concorrenza. Tale fenomeno è stato definito come “contraddizione del successo semiperiferico” (Silver, 1990). La mancanza di accordi stabili tra capitale e lavoro stabilizza il tasso di militanza operaia su livelli sostanzialmente alti, creando un’ulteriore motivazione a favore della delocalizzazione. In linea con quanto dimostrato, appare evidente l’accelerazione attuatasi nel passaggio da uno stadio del ciclo di vita del prodotto automobile al successivo.

 

Il complesso ciclo del prodotto tessile in una prospettiva comparata.

Dal confronto tra le dinamiche di militanza operaia e ricollocazione del prodotto automobilistico con quelle del precedente ciclo del prodotto tessile emerge una certa somiglianza in relazione allo schema seguito: là dove il capitale del settore tessile si è spostato sono emersi conflitti, e ogniqualvolta è emerso un conflitto i capitalisti hanno risposto con una riorganizzazione spaziale e tecnologica. Un’unica differenza è ravvisabile nell’esito negativo che hanno avuto quasi tutti i tentativi di mobilitazione operaia, nonostante le potenzialità oppositorie legate ad una forte militanza. Le due uniche eccezioni sono rappresentate dal caso del Regno Unito, dove, grazie agli extraprofitti ottenuti dagli innovatori, fu possibile siglare accordi relativamente stabili e di lungo termine tra capitale e lavoro, e da quello degli operai tessili che facevano parte dell’ondata di movimenti di liberazione nazionale dei paesi coloniali, e che riuscirono ad avvalersi di tale lotta. È opportuno specificare che il diverso esito delle lotte dei lavoratori del settore automobilistico e del settore tessile trova una valida spiegazione nella diversa organizzazione della produzione, con la conseguente variazione del livello di intensità del potere contrattuale dei lavoratori. Al fine di condurre un’analisi comparativa dei cicli dei due diversi fenomeni di militanza considerati, sarà opportuno delineare le somiglianze e le differenze tre le mobilitazioni operaie nei due settori, confrontando fase per fase i rispettivi cicli del prodotto. In entrambi i casi, le prime grandi ondate vittoriose di mobilitazione avvengono nello stesso paese in cui il ciclo ha inizio (Regno Unito per il tessile, Stati Uniti per il settore automobilistico); come gli operai del settore automobilistico costituivano l’avanguardia del movimento operaio statunitense della metà del Novecento, così i sindacati dei lavoratori tessili erano i più forti nel Regno Unito della fine dell’Ottocento. Tali prime grandi vittorie sono sempre avvenute nel luogo d’origine del ciclo, e nel momento in cui lo stadio d’innovazione volgeva al termine. Al contrario, la fase successiva di diffusione geografica della produzione, in seguito all’adozione della soluzione spaziale da parte degli imprenditori, presenta notevoli differenze tra i due settori.

Infatti, nello stadio maturo dell’industria tessile si registra una dispersione della produzione maggiore rispetto allo stesso stadio del ciclo del prodotto automobilistico, e tale differenza permane anche negli stadi successivi. Questa difformità trova spiegazione in alcuni fattori strutturali specifici: nel settore tessile, le barriere doganali piuttosto basse consentivano anche a piccole imprese di poter essere competitive, essendo le economie di scala di questo tipo di produzione poco significative ed i macchinari facilmente importabili; anche se la produzione tessile meccanizzata costitutiva un elemento di novità della rivoluzione industriale, tuttavia il settore tessile esisteva fin dall’epoca premoderna. In seguito alle prime mobilitazioni operaie, le aziende statunitensi iniziano ad attuare una strategia combinata di riorganizzazioni saziali e tecnologiche, allo scopo di risolvere i problemi di controllo della forza lavoro: a partire dal 1870 i filatoi intermittenti (mule-spinning machine) vengono sostituiti dai filatoi ad anelli (ring-spinning machine) il cui controllo poteva essere gestito anche da donne e ragazzi.

L’applicazione di questo nuovo tipo di macchina filatrice dà avvio ad un periodo di sviluppo massiccio dell’industria tessile nel Sud degli Stati Uniti, in India, in Giappone ed in Cina. Negli anni venti, la globalizzazione della produzione, similmente a quanto verificatosi per l’industria automobilistica, è causa dell’applicazione di forti pressioni concorrenziali a livello mondiale che, costringendo le aziende a fronteggiare tali condizioni mediante pratiche di razionalizzazione della produzione e taglio dei costi, scatena anche un’ondata di agitazioni operaie in tutto il mondo. Nello specifico, la già affrontata questione della maggiore estensione superficiale del fenomeno militante dell’industria tessile rispetto a quella automobilistica, non va interpretata in termini di un maggior potere contrattuale dei lavoratori: a sostegno della veridicità di questa considerazione è utile riflettere sull’esito quasi sempre fallimentare delle proteste degli operai delle aziende tessili. Gli unici successi registrati sono circoscritti ai paesi nell’ambito dei quali gli operai potevano contare sull’appoggio dei nascenti movimenti nazionalisti: è questo il caso di Bombey e del contesto cinese. In definitiva, pur nell’evidente somiglianza dei processi economici e politici attuatisi nel tempo, i modelli storico-mondiali di militanza operaia dell’industria automobilistica e di quella tessile, nel loro costituirsi in una dimensione diacronica in termini di ciclo del prodotto, presentano due differenze sostanziali: la diffusione geografica dei picchi delle ondate di agitazioni è maggiore nel settore tessile che in quello automobilistico; il successo delle lotte operaie, in relazione alla capacità complessiva di ottenere vantaggi dal capitale, è maggiore nel settore automobilistico che in quello tessile. Gli operai di quest’ultimo settore, infatti, non potendo interrompere il flusso produttivo, essendo l’industria tessile disintegrata verticalmente ed il processo di lavoro suddiviso in fasi distinte, a differenza della produzione di massa di tipo fordista caratterizzata da integrazione verticale e produzione a flusso continuo, non ottengono particolari benefici dalle mobilitazioni messe in atto, anche a causa delle ridotte dimensioni delle singole aziende, con la relativa limitazione della quota di capitale fisso immobilizzato da uno sciopero.

È da considerare inoltre la progressiva diminuzione del livello di specializzazione degli addetti alla produzione, come conseguenza dell’implementazione di macchinari dal più semplice utilizzo. Questa debolezza strutturale del potere contrattuale degli operai trova una parziale compensazione nel potere associativo: i lavoratori britannici della fine del XIX ottengono alcuni risultati positivi grazie alle solide basi del sindacato. L’analisi comparativa finora condotta è incentrata sui singoli stadi delle dinamiche di conflittualità interne a ciascun settore. È necessario precisare che l’ascesa ed il declino dei conflitti tra capitale e lavoro nei cicli del prodotto tessile ed automobilistico si configurano come traiettorie collegate da una dinamica intersettoriale: essi si sovrappongono e si influenzano, determinando uno spostamento del capitale dall’industria tessile a quella automobilistica, in concomitanza con l’avanzamento della prima nella fase di maturità.

In conclusione, è possibile affermare che la dinamica generale dei conflitti operai mondiali è strettamente legata alle fasi dei cicli del prodotto ed alle variazioni correlate del potere contrattuale dei lavoratori. In questi termini, il tentativo di comprendere le di dinamiche future dei movimenti operai necessita di un’indagine circa il più probabile successore del complesso industriale automobilistico come settore trainante del capitalismo mondiale.

 

Cicli, innovazioni e mobilitazione operaia nel settore dei trasporti.

L’industria tessile e quella automobilistica si caratterizzano per una sostanziale dipendenza dalle attività e dai sistemi di trasporto in varie fasi del processo produttivo, dall’acquisizione di materie prime fino all’arrivo dei prodotti finali sul mercato: è quindi assodata la centralità del settore dei trasporti per il capitalismo storico. I lavoratori che operano nell’ambito di quest’ultimo contesto sono dotati di un potere contrattuale connesso al luogo di lavoro relativamente forte: il loro “luogo di lavoro” è l’intera rete di distribuzione. Lo sviluppo di nuove reti di trasporti ha sempre prodotto un grande effetto sulle fonti di ricchezza dei capitalisti allocate in vari luoghi (Harvey, 1999) e, di conseguenza, anche il malfunzionamento delle reti esistenti, compreso quello provocato dalle lotte operaie. In questo caso specifico, risulta alquanto complesso pianificare riorganizzazioni spaziali come strategie di risposta al potere contrattuale dei lavoratori. Per questo motivo, una strategia cui i datori di lavoro hanno fatto ampiamente ricorso è stata l’innovazione tecnologica: la “containerizzazione” e la meccanizzazione dei docks nel trasporto marittimo si configurano come innovazioni responsabili della riduzione della manodopera. Dove invece non si sono attuate trasformazioni nei processi lavorativi, le pratiche di contenimento delle mobilitazioni dei lavoratori si sono concretizzate nell’innovazione di prodotto, in termini di pressioni concorrenziali legate alle diverse possibilità e modalità di trasporto delle merci. Infine, anche la regolamentazione statale ha giocato un ruolo diretto nella dinamica delle agitazioni nei trasporti.

Questione cardine che si pone come imprescindibile per la comprensione e l’analisi degli esiti dei movimenti operai dell’inizio del XXI secolo, e che si afferma anche nell’ambito settoriale dei trasporti, è la determinazione della previsione delle modalità d’azione dei lavoratori provvisti di un forte potere contrattuale, in relazione ad un eventuale utilizzo a vantaggio della categoria d’appartenenza o di tutte le classi tipologiche di lavoratori.

A tal proposito, è necessario identificare il potenziale successore del complesso industriale automobilistico come settore trainante del capitalismo globale, al fine di indagarne le configurazioni interne del potere contrattuale dei lavoratori in esso orbitanti. Risulta improbabile alquanto individuare un unico prodotto che svolga un ruolo storicamente equivalente a quello ricoperto dal settore tessile nell’Ottocento e da quello automobilistico nel Novecento: una delle peculiarità più evidenti del capitalismo contemporaneo è proprio la sua eclettica flessibilità, che si manifesta nella grande quantità di beni di consumo e nella rapida ascesa di nuovi prodotti. Come conseguenza di quanto affermato, si palesa la necessità di identificare una serie di industrie che meritano uno sguardo analitico attento in quanto potenziali siti critici per la formazione di una classe operaia mondiale e di nuovi conflitti operai.

 

L’industria dei semiconduttori.

La varietà di beni che caratterizza la società consumistica postmoderna è stata resa possibile in gran parte grazie al semiconduttore: secondo Peter Dicken (1998), la microelettrica ha rimpiazzato l’automobile nel ruolo di “industria delle industrie”. L’impatto del settore microelettronico è indiretto, nella misura in cui si considera l’inclusione dei semiconduttori in una enorme quantità di prodotti e processi produttivi, ed allo stesso tempo non esercita una spinta pressoria diretta sulla formazione di una nuova classe operaia paragonabile a quella del tessile e dell’industria automobilistica. Nonostante la crescita esponenziale del volume della produzione a partire dagli anni settanta, il numero di nuovi posti di lavoro si è mantenuto sostanzialmente basso a causa dell’automatizzazione della produzione dei circuiti integrati. Inoltre, mentre la fase innovativa e tecnologicamente sofisticata di progettazione avviene nei paesi avanzati, dal momento che tale processo richiede personale altamente qualificato a livello tecnico, la parte manuale del ciclo produttivo di assemblaggio della scheda, invece, viene delocalizzata nei paesi a basso costo del lavoro. Ciò ha contribuito alla crescita del proletariato industriale giovanile e femminile nei paesi più poveri, fenomeno che viene definito “catena di montaggio globale”.

 

Servizi all’impresa.

Altro settore individuato come possibile successore dell’industria automobilistica è quello dei servizi all’impresa: questi nuovi tipi di prodotti variano dalle telecomunicazioni ai servizi specializzati di tipo legale, finanziario, pubblicitario, di consulenza e di contabilità. Si tratta di servizi all’impresa che danno sostegno a grandi organizzazioni che detengono la gestione di vaste reti globali di fabbriche, uffici e mercati finanziari. A partire dagli anni settanta, si registra un aumento notevole del livello occupazionale nei sevizi all’impresa, per la cui attuazione è necessario anche il lavoro di sostegno fornito dai cosiddetti “colletti blu” e “colletti rosa”. È necessario considerare che alcune mansioni facenti parte della categoria dei servizi alle imprese non devono necessariamente avvenire nelle sedi centrali: mentre ad esempio il lavoro di pulizia di un palazzo aziendale è legato al luogo, la pratica routinaria di immissione dei dati e stesura dei documenti, invece, può essere svolta in paesi caratterizzati da retribuzioni più basse.

Nonostante la frammentarietà delle classi lavorative coinvolte in questi processi, tuttavia, queste verso la fine degli anni novanta riportano vittorie significative. Ciò trova spiegazione nelle opportunità offerte dal potere di contrattazione associativo. Il segmento più mobile del processo di fornitura di servizi alle imprese, quello dell’immissione dei dati, ha determinato una tendenza all’investimento delle società statunitensi ed europee volto allo sfruttamento di lavoratori indiani scolarizzati e con un’ottima padronanza della lingua inglese. Si tratta quindi di un’altra importante area nella quale sta emergendo una nuova classe operaia con le relative potenzialità conflittuali: anche in questo caso assume rilevanza il potere di contrattazione associativo, purché non resti circoscritto a livello di comunità, ma si estenda ad un livello globale. Tale considerazione riporta alla già ribadita necessità di un internazionalismo operaio. Data la centralità della scolarizzazione di massa nel processo di espansione di questa manodopera legata alle telecomunicazioni, si potrebbe ipotizzare che il settore dell’informazione abbia assunto un ruolo centrale, tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, per l’industria che produce beni capitali.

 

L’industria della formazione.

Numerosi studiosi hanno evidenziato l’importanza assunta dal fattore “informazione” e dall’economia basata sulla conoscenza nel contesto societario contemporaneo, al fine di cogliere la natura delle trasformazioni postfordiste. In linea con questa ideologia, Manuel Castells (1997) ha fornito una concettualizzazione di quella che definisce “economia dell’informazione” e, analogamente, David Harvey (1989) ha considerato il capitalismo sempre più dipendente dalla mobilitazione delle potenzialità del lavoro intellettuale. Gli insegnanti pur dovendo “vendere” la loro capacità lavorativa per poter guadagnare, tuttavia non vengono considerati alla stregua degli operai dagli studiosi di scienze sociali, probabilmente perché la loro attività presume un certo grado di specializzazione, perché si ritiene che godano di una certa autonomia potendo esercitare un certo controllo sulla classe e sui programmi; inoltre, i sistemi educativi non sono strettamente assoggettati alla regola del profitto. Date queste peculiarità, occorre valutare se esse pongano i lavoratori del settore formativo pienamente al riparo dalle conseguenze negative della mercificazione del loro lavoro.

Parallelamente all’incremento occupazionale attivatosi nella metà del Novecento, nell’ambito del settore della formazione, si assiste ad un aumento delle agitazioni con un ampia diffusione geografica di queste ultime su scala planetaria. Nel caso specifico degli insegnanti, occorre precisare che il loro potere contrattuale legato al luogo di lavoro è alquanto debole, essendo inseriti in un sistema complesso di divisione tecnica del lavoro. Tuttavia, essi sono situati strategicamente nella divisione sociale del lavoro, nella misura in cui un eventuale sciopero degli insegnanti comporterebbe una frattura del sistema strutturale della società, considerando anche la questione dell’impatto a lungo termine sul prodotto finale (formazione scolastica degli alunni). Allo stesso tempo, la categoria dei docenti si caratterizza per un più forte potere di contrattazione nel mercato rispetto ai lavoratori dei settori industriali precedentemente esplorati: il mondo della scuola, infatti, resta sostanzialmente immune dalle innovazioni tecnologiche e gli insegnanti sono stati risparmiati dall’implementazione di tecnologie atte a ridurre l’impiego di manodopera.

A ciò si deve aggiungere anche un ulteriore caratteristica propria del settore della formazione che si configura in termini di resistenza alle riorganizzazioni spaziali. Dunque alla base del potere contrattuale degli insegnanti è possibile collocare l’impermeabilità del settore alle delocalizzazioni ed alle innovazioni tecnologiche. In relazione a quanto esposto, le attuali spinte alla riforma del sistema educativo possono essere interpretate come un tentativo di individuare strategie ulteriori volte a sottoporre gli insegnanti alle pressioni competitive. Sebbene l’insegnamento non sia stato stravolto, strutturalmente e nelle sue fondamenta, dalle trasformazioni tecnologiche in modo rilevante ed irreversibile, è difficile nonché prematuro anticipare in che misura Internet ed altre tecnologie avanzate di comunicazione possano essere utilizzate per aumentare la pressione competitiva sugli insegnanti, analogamente a quanto si è precedentemente verificato per i settori manifatturieri.

 

I servizi alla persona.

Ultimo settore da considerare, caratterizzato da un rapido sviluppo in termini occupazionali, è quello dei cosiddetti servizi alla persona, ambito definibile in generale come “servizi riproduttivi”, trattandosi del processo di mercificazione di attività precedentemente svolte all’interno della sfera domestica. Gli addetti di questo settore accettano condizioni di lavoro precarie e sono dotati di uno scarso potere contrattuale, essendo tale contesto lavorativo geograficamente disperso: i servizi alla persona, infatti, si rivolgono ad un consumatore individuale, seguendo un modello di dispersione corrispondente alla distribuzione della popolazione e della ricchezza. In particolare, essendo il settore in questione anche estremamente competitivo, data la molteplicità dell’offerta, risulta difficile alquanto per i lavoratori raggiungere un livello di coordinamento tale da attuare un blocco totale della produzione. Inoltre, il potere contrattuale legato al mercato è generalmente basso nei servizi alla persona, e tale constatazione trova legittimazione nella disponibilità di un’ampia offerta di lavoratori con le competenze necessarie a svolgere i compiti richiesti.

Lo sviluppo del settore in questione alla fine del XX secolo mette in evidenza una tendenza generale verso il progressivo declino del potere contrattuale legato al luogo di lavoro. Dunque, il percorso analitico sviluppato rivela una sostanziale impossibilità di individuazione di un’unica industria manifatturiera che svolga nell’epoca contemporanea quel ruolo chiave nei processi di accumulazione del capitale su scala mondiale svolto dall’industria tessile ed automobilistica nei secoli passati. In definitiva, poiché la traiettoria seguita dalle agitazioni operaie del Novecento non si è sviluppata solo nell’ambito dei cicli del prodotto, ma anche dei cicli della politica mondiale, occorre analizzare il rapporto intercorrente tra le dinamiche dei movimenti operai e la politica globale, al fine di comprendere in modo più approfondito le mobilitazioni del Novecento e di rafforzare un’analisi valutativa delle probabili tendenze future.

Augusto Cocorullo – Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze Sociali – Dottorato di Ricerca in Scienze Sociali e Statistiche – XXIX ciclo

 
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I movimenti dei lavoratori e la mobilità del capitale

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Capitolo 2. I movimenti dei lavoratori e la mobilità del capitale

Il seguente capitolo si propone di analizzare le mobilitazioni operaie nell’ambito del settore fondamentale del capitalismo del ventesimo secolo, l’industria automobilistica. Dapprima viene delineato il modello spaziale e temporale dei conflitti operai di questo settore a livello mondiale, dal 1930 all’età contemporanea sulla base di indici desunti dall’elaborazione dei dati raccolti nel database WLG. Successivamente, si descrive il processo attraverso il quale si attua uno spostamento della militanza operaia in parallelo a successive fasi di ricollocazione del capitale. La produzione di massa dell’industria automobilistica determina contraddizioni sociali simili nei vari luoghi in cui essa si diffonde ed afferma. In seguito al verificarsi di questo fenomeno, si assiste all’attuazione di strategie specifiche da parte dei capitalisti mediante lo spostamento della produzione in zone caratterizzate da un minor costo del lavoro e da una manodopera più gestibile, provocando una duplice variazione strutturale: indebolimento dell’organizzazione operaia nelle zone di disinvestimento, rafforzamento della stessa nelle aree di nuova espansione. A tal proposito, David Harvey sostiene che lo spostamento della produzione costituisce una soluzione di tipo spaziale che, tuttavia, non risolve il problema in modo permanente (Harvey, 1989).

L’analisi si incentra sulle similitudini e sui legami tra le varie ondate di agitazioni operaie sorte nei punti strategici dell’espansione dell’industria automobilistica. Pur nella omogeneità e nella similarità dei processi verificatisi in diversi contesti industriali, tuttavia occorre isolare il caso del Giappone per la particolarità del suo sistema di produzione e per le conseguenze che da esso scaturiscono, in relazione alla quasi totale assenza di lotte operaie. Nello specifico, in Giappone, già prima del decollo dell’industria automobilistica, si assiste ad una forte mobilitazione operaia per far fronte alla quale, le aziende decidono di apportare significativi cambiamenti al modello fordista della produzione di massa. I produttori giapponesi di automobili creano dunque un sistema stratificato di subappalti, ai fini di garantire un alto livello occupazionale e di stringere un parrò di collaborazione con la forza lavoro, ottenendo flessibilità e costi contenuti. La strategia appena descritta ha consentito al Giappone di evitare le agitazioni operaie tipiche di altre parti del mondo e di adottare una serie di misure di mercato volte alla riduzione dei costi mediante la cosiddetta “produzione snella” (lean production).

Ritornando al contesto globale, occorre precisare che le trasformazioni della struttura produttiva susseguitesi nel corso degli anni non hanno avuto sempre e solo effetti negativi sul potere contrattuale dei lavoratori: in alcuni casi i metodi di produzione snella hanno aumentato la vulnerabilità del capitale rispetto alle interruzioni del flusso produttivo, incrementando il potere contrattuale aziendale degli operai. In un ambito più recente, le grandi aziende automobilistiche si sono impegnate per ottenere una cooperazione attiva da parte dei lavoratori ed un abbattimento dei costi di produzione. Tuttavia, tali strategie hanno creato una forte stratificazione della forza lavoro lungo la linea di demarcazione geografica tra centro e periferia ed in relazione alle differenze di genere. Al fine di sintetizzare le fasi caratteristiche del processo di determinazione dei modelli storico-mondiali di militanza operaia nell’industria automobilistica, risulta opportuno schematizzare i momenti salienti di questo fenomeno in relazione a tre contesti geografici specifici rappresentativi: Stati Uniti, Europa occidentale, Brasile.

In particolare, si verifica uno spostamento geografico-temporale dell’epicentro della militanza degli operai del settore automobilistico, dal Nord America negli anni trenta e quaranta, verso l’Europa occidentale e poi meridionale negli anni sessanta e settanta, per arrivare ai paesi di nuova industrializzazione negli anni ottanta e novanta. Queste ondate di contestazioni, pur essendosi attuate in contesti culturali, politici e storici estremamente diversi, presentano caratteristiche simili in relazione a determinati parametri: tutte hanno adottato forme non convenzionali di protesta, come le occupazioni, che paralizzavano la produzione di interi poli industriali; gli operai erano prevalentemente immigrati di prima o seconda generazione e potevano contare sul sostegno da parte delle comunità di appartenenza. Punti di contatto possono essere ravvisati anche nelle modalità di contenimento delle maggiori ondate di contestazione, nella misura in cui le vittorie operaie inducono ad attuare strategie manageriali dirette a indebolire strutturalmente il movimento dei lavoratori.

I numerosi tentativi finalizzati all’individuazione di una soluzione spaziale al problema del controllo della forza lavoro suggeriscono una specifica lettura analitica di queste ondate di mobilitazione: esse sono poste in relazione tra loro dai successivi spostamenti della produzione verso le aree di minor agitazione. Dunque, militanza operaia e mobilità del capitale possono essere considerati come parti integranti di un unico processo storico: il potere contrattuale dei lavoratori subisce un contenimento nei luoghi dai quali il capitale viene spostato, mentre si istituisce, fortificandosi, una nuova classe operaia nei luoghi di recente espansione industriale. Il percorso appena delineato si ripete con una certa similarità strutturale ed omogeneità di tratti caratteristici in un contesto globale più ampio a partire dagli anni trenta e quaranta negli Stati Uniti. Il 30 dicembre 1936 gli operai occuparono gli stabilimenti Fisher Body n.1 e n.2 della General Motors a Flint, nel Michigan. Il 12 marzo dell’anno seguente l’industria statunitense fu costretta a cedere firmando un contratto con la United Workers Auto. Questo evento segna l’inizio del processo di affermazione dei modelli storico-mondiali di militanza operaia nel settore produttivo automobilistico

L’elemento chiave che spiega il successo della UAW è collocabile nel potere contrattuale legato al luogo di lavoro, con la relativa capacità dei lavoratori di sfruttare la loro posizione nell’ambito del complesso modello di divisione del lavoro tipico della produzione di massa: attraverso pratiche di occupazione e di interruzione dell’attività lavorativa in specifici settori, infatti, è possibile paralizzare un’intera azienda. La strategia oppositoria di contenimento attuata dall’industria automobilistica nei riguardi delle mobilitazioni operaie si concretizza nello spostamento della produzione lontano dalle roccaforti del sindacato. A partire da questo episodio peculiare, si registrano altri simili avvenimenti che si sviluppano secondo le stesse modalità esposte, e che quindi, a buon diritto, possono essere ritenute costanti effettive del processo di formazione di movimenti operai in seguito all’affermarsi delle caratteristiche proprie della mobilità del capitale. Stesso discorso per l’Europa occidentale.

Durante il periodo compreso tra le due guerre mondiali, l’Europa occidentale, arretrata rispetto agli Stati Uniti nell’applicazione del modello fordista di produzione di massa nel settore automobilistico, presenta un sistema produttivo estremamente differente: l’industria europea era infatti caratterizzata dalla presenza di una molteplicità di piccole imprese impegnate nella produzione di auto “su ordinazione” (custom-manifacture), prive di quella forza coercitiva necessaria al raggiungimento di livelli di sviluppo simili rispetto alla ben più evoluta situazione statunitense. Data la limitata espansione del modello di produzione di massa, il potere contrattuale legato al luogo di lavoro degli operai europei era relativamente basso, mentre negli anni successivi alla prima guerra mondiale prevaleva il potere associativo. In questo periodo, infatti, si registra un aumento esponenziale dei movimenti operai e dei partiti di sinistra con il relativo guadagno di notevoli vittorie dal punto di vista elettorale e dei diritti dei lavoratori. A partire dagli anni cinquanta e sessanta, tuttavia, si assiste ad un processo di progressiva convergenza dei livelli del potere contrattuale legato al luogo di lavoro sulle due sponde dell’oceano Atlantico, in seguito allo spostamento del fulcro della crescita dell’industria automobilistica in Europa occidentale, come conseguenza delle forti mobilitazioni dei lavoratori statunitensi negli anni trenta e quaranta. Secondo Altshuler (1984), infatti, si può collocare la prima fase di espansione dell’industria automobilistica tra il 1910 ed il 1950 negli Stati Uniti, mentre la seconda si pone nell’Europa occidentale tra gli anni cinquanta e i sessanta (Altshuler, 1984).

La rapida diffusione del modello di produzione di massa determina il presentarsi di effetti contraddittori sulla forza lavoro europea, non molto diversi da quelli sperimentati in precedenza dai lavoratori statunitensi: si riduce il potere contrattuale dei lavoratori specializzati dotati di abilità artigianali in seguito all’affermarsi delle nuove modalità di produzione, da un lato; si costituisce una nuova classe operaia semispecializzata, composta da immigrati di recente proletarizzazione, a causa della trasformazione e dell’espansione del settore, dall’altro. Anche nel contesto europeo è possibile registrare un repentino mutamento della situazione: i lavoratori della nuova produzione di massa, a causa delle durissime condizioni di lavoro, come i loro omologhi negli anni trenta, sfruttando il potere contrattuale derivante dalla loro posizione all’interno del complesso sistema di divisione del lavoro, mettono in atto una serie di scioperi in punti e tempi strategici al fine di arrecare notevoli danni alle aziende automobilistiche.

Pur nella differenziazione tra area settentrionale e meridionale dell’Europa occidentale, dovuta all’andamento ben più esplosivo delle agitazioni degli operai nel Sud rispetto a quelle verificatesi al Nord, tuttavia i clamorosi successi dei movimenti operai provocano da parte dei costruttori di automobili una reazione analoga a quella attuata negli anni trenta e quaranta dalle aziende statunitensi: ci si affida dunque a misure risolutive già precedentemente sperimentate, come l’innovazione dei processi, la promozione di un sindacalismo responsabile e la ormai nota delocalizzazione della produzione. Quest’ultima strategia, adottata principalmente dalla Volkswagen con il trasferimento dei suoi investimenti in Messico ed in Brasile, sposta l’analisi in questione nel contesto geografico del Brasile, quale ulteriore ambito analitico dello studio sulla determinazione dei modelli storico-mondiali di militanza operaia nell’industria automobilistica. In particolare, gli anni del “miracolo economico” brasiliano, tra il 1968 e il 1974, corrispondono al periodo in cui il capitalismo del Primo Mondo era alla ricerca di un nuovo territorio nel investire. L’industria automobilistica brasiliana viene investita da un aumento esponenziale della produzione a partire dagli anni settanta: la rapida espansione del settore produttivo determina il costruirsi di una nuova classe operaia, in termini di esperienza e di numero. I lavoratori si trovano dunque in una posizione strategica all’interno del complesso sistema di divisione del lavoro, proprio come i colleghi statunitensi ed europei, e, rispetto a questi, sono strategicamente posizionati anche nel settore chiave delle attrezzature per i trasporti. Gli scioperi e la mobilitazione operaia assumono in questo contesto un valore potenziale ben più determinante rispetto alle situazioni precedentemente analizzate, potendo avere effetti non solo sui profitti del settore in questione, ma anche sulla capacità del governo brasiliano di provvedere al pagamento del suo consistente debito estero.

Alla fine degli anni settanta, scuotendo i lavoratori da quasi quindici anni di torpore, si affaccia sulla scena brasiliana un nuovo movimento sindacale. A partire dal 1978, si assiste ad una forte ondata di scioperi, in seguito al rifiuto da parte degli operai dello stabilimento Saab-Scania di São Bernardo di mettere in funzione i macchinari: tale fenomeno dà ufficialmente avvio ad una serie di episodi simili nelle fabbriche della Mercedes, della Ford, della Volkswagen e della Chrysler, fino ad interessare tutte le principali industrie automobilistiche brasiliane. Risulta più che evidente il parallelo, in termini di caratteristiche e modalità attuative, con le forme di protesta attuate negli Stati Uniti degli anni trenta e nell’Europa occidentale degli anni sessanta. Anche in questo caso i lavoratori riescono ad ottenere un incremento sostanziale dei salari ed il riconoscimento di nuovi sindacati indipendenti. Nonostante i numerosi tentativi di contenimento delle rivolte e di eliminazione dei sindacati nelle fabbriche da parte delle multinazionali del settore automobilistico, queste, costrette all’accettazione degli effetti delle mobilitazioni a partire dal 1982, vedono tuttavia affermarsi una nuova classe di operai consapevole dei propri diritti lavorativi.

Appare infine rilevante il fatto che il movimento operaio, nonostante le innumerevoli strategie oppositorie operate al riguardo, non sia riuscito ad ottenere le dovute garanzie relative alla sicurezza del posto di lavoro. Ad attirare l’attenzione degli investimenti delle multinazionali è, oltre il Brasile, anche il Sudafrica: qui si forma un vasto proletariato urbano nero, concentrato nelle mansioni semiqualificate delle industrie di produzione di massa. Il processo storico che si attua in questo ulteriore contesto geografico appare estremamente simile a quello sviluppatosi nei continenti precedentemente sottoposti ad analisi: costituitosi un movimento attivo di lavoratori, si assiste ad un’ondata di militanza operaia tra il 1970 e i primi anni ottanta, a partire da una serie di scioperi del 1973 concentrati nelle fabbriche di Durban, con la relativa acquisizione di legittimità da parte dei sindacati neri nel 1979. Il fallimento delle politiche repressive volte a mantenere il controllo sui lavoratori induce il capitale internazionale ad abbandonare l’industria automobilistica sudafricana, e a dirigersi, ancora una volta, verso un territorio caratterizzato da un basso grado di mobilitazioni operaie. Lo scenario d’applicazione del modello fordista di produzione di massa si sposta nel contesto della Corea del Sud, il cui governo si rivolge proprio al settore automobilistico al fine di attuare politiche di sviluppo del paese. Il caso coreano si pone in leggero contrasto rispetto a quello statunitense, a quello europeo, a quello brasiliano ed a quello africano, per il fatto che, inizialmente, il regime autoritario vigente bandisce sindacati autonomi e scioperi, contribuendo a mantenere bassi i salari e tiranniche le condizioni di lavoro, con il conseguente aumento esponenziale dei tassi produttivi.

Tuttavia, a partire dal 1987, un’ondata di mobilitazioni inizia a travolgere il paese, consentendo ai rivoltosi di ottenere rapide vittorie significative. Ai tentativi di repressione, si risponde con ulteriori forme di protesta che conducono ad un peggioramento di altri problemi strutturali (Rodgers, 1996). Un pieno riconoscimento della legittimazione dei movimenti e dei sindacati sudcoreani si ha nel 1997. In sintesi, si può affermare che le multinazionali del settore automobilistico abbiano inseguito l’improbabile obiettivo di un lavoro “docile” e a basso costo in ogni angolo del mondo, per poi rendersi conto della sconcertante similarità delle dinamiche di militanza dei movimenti operai: la strategia della delocalizzazione non ha fatto altro che trasferire le contraddizioni da un luogo di produzione all’altro, non risolvendo affatto i problemi di redditività e di controllo della forza lavoro. In quest’ottica, le tendenze più recenti osservabili nel contesto storico contemporaneo possono essere interpretate come inizio di un nuovo ciclo di delocalizzazione e di militanza: la Cina ed il Messico, nelle parole dell’autrice, costituiscono i nuovi siti adatti ad una rapida espansione e caratterizzati da bassi salari, dove, presumibilmente, potrebbe emergere un movimento operaio forte ed indipendente nell’industria automobilistica, appunto, cinese e messicana.

A questo punto, risulta necessario esplorare un altra caratteristica strutturale propria del settore industriale automobilistico legata alla strategie attuate dalle multinazionali in concomitanza con il progressivo affermarsi dei movimenti di militanza operaia. Accertata la sostanziale inconsistenza dell’applicazione della soluzione decolonizzante ai problemi di redditività e controllo della forza lavoro, si manifesta la minaccia competitiva rappresentata negli anni ottanta dal grande successo dei marchi giapponesi, che spinge i costruttori statunitensi e quelli dell’Europa occidentale ad implementare un piano di innovazione tecnologica come possibile soluzione dei loro problemi, emulando selettivamente i processi produttivi caratterizzanti il settore automobilistico giapponese. In seguito all’affermarsi di questa strategia, si assiste ad una progressiva diffusione e ad una sempre più convinta adozione di regole di lavoro flessibile e forme di consegna just in time, nonché del lavoro di team e dei cicli di qualità, con il conseguente abbandono dell’integrazione verticale a favore dell’outsourcing, uso estensivo di risorse subappaltate ad aziende esterne.

La sostanziale differenza che intercorre tra il modello originale giapponese e quello adottato dalle multinazionali nordamericane ed europee è ravvisabile nella mancanza, da parte di queste ultime, dell’offerta alla forza lavoro, impegnata nei settori strategici della produzione, della garanzia di un lavoro sicuro: l’imitazione, dunque, è circoscritta alle misure tipiche della produzione snella giapponese, non estendendosi alle politiche del lavoro ad esse correlate. Il modello che ne scaturisce può essere definito come lean and mean (“snello e miserabile”) (Harrison, 1997), mentre quello “toyotista” originario, offrendo sicurezza in cambio di cooperazione, si configura come lean and dual (“snello e duale”). La differenza tra i due modelli è cruciale per comprendere le dinamiche delle agitazioni operaie contemporanee nel settore dell’industria automobilistica. Infatti, in molti dei vari siti di espansione della stessa, le politiche di impiego mantengono le medesime caratteristiche del passato, determinando il perdurare del modello lean and mean e delle dinamiche di costituzione di nuovi movimenti operai ad esso collegato.

Pur nella sua generale validità, tuttavia, il modello della produzione snella, nelle forme in cui esso è stato prevalentemente sfruttato, presenta dei limiti attuativi legati all’incapacità di adottare contestuali politiche d’impiego atte a favorire la cooperazione attiva tra lavoratori. In definitiva, tali strategie non si sono limitate alla ricollocazione del capitale industriale o alla riorganizzazione delle linee di produzione esistenti: il capitale, nella costante ricerca di maggiori rendimenti e di un più saldo controllo, si è esteso in nuovi settori ed in nuove tipologie di prodotti. Gli spostamenti geografici della conflittualità non sono più circoscritti in uno specifico settore industriale, ma si configurano come intersettoriali di lungo periodo nella localizzazione del conflitto tra capitale e lavoro. Dunque, il conflitto operaio si lega inscindibilmente alla soluzione basata sulla riorganizzazione del prodotto (product fix) quale ulteriore variabile da considerare nell’analisi del fenomeno in questione.

Augusto Cocorullo – Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze Sociali – Dottorato di Ricerca in Scienze Sociali e Statistiche – XXIX ciclo
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Beverly J. Silver – Le forze del lavoro. Movimenti operai e globalizzazione dal 1870

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Biografia
Beverly J. Silver è docente di Sociologia presso la Johns Hopkins University di Baltimore (Maryland). È autrice di Forces of labor. Workers’ Movements and Globalization since 1870 (CUP, Cambridge 2003). Ha ricevuto due volte il “Distinguished Scholarly Publication Award” dalla sezione Pews (Political Economy of the World-System) dell’American Sociological Association. Per Bruno Mondadori ha pubblicato Caos e governo del mondo (con G. Arrighi, 2003) e Le forze del lavoro. Movimenti operai e globalizzazione dal 1870 (2008).

Abstract
Un libro innovativo, imparziale e rigoroso, un’analisi comparativa di lungo periodo che si avvale di un’imponente raccolta di dati. Nell’esaminare le trasformazioni storiche, le forme di resistenza e il ruolo dei movimenti operai nei paesi del Nord e del Sud del mondo, l’autrice dimostra che i movimenti su scala locale sono sempre connessi con i processi politici e socio-economici che avvengono su scala globale coincidendo con l’avvicendarsi dei settori nevralgici dello sviluppo capitalistico e la localizzazione geografica della produzione. Punto di partenza della monografia è un quesito: il movimento operaio è destinato irreversibilmente a perdere la sua forza e la sua capacità negoziale?

L’autrice studia le trasformazioni principali delle lotte operaie, il passaggio dalla centralità del settore tessile a quella del settore automobilistico fino a quelle odierne dei settori dei trasporti e delle comunicazioni e mostra il ruolo che ancora oggi in molte parti del mondo, specialmente dove è stata delocalizzata parte dell’attività industriale, giocano i movimenti dei lavoratori. La ricerca è condotta in maniera rigorosa, e il ventaglio di possibilità di azione e organizzazione che presenta non derivano da una tesi a priori, ma da un’attenta disamina dei dati sull’andamento delle lotte operaie in una pluralità di paesi del Nord e del Sud del mondo. Il libro è un esempio raro di sociologia rigorosa, basata su analisi comparative di lungo periodo capaci anche di fornire ragionevoli previsioni sulla direzione che i fenomeni sotto osservazione prenderanno nel futuro.

 

Capitolo 1. Introduzione
La crisi dei movimenti operai e degli studi sul movimento operaio
Nell’ultimo ventennio del Novecento si registra, nell’ambito delle scienze sociali, una condizione di crisi avanzata dei movimenti operai, con il relativo affievolirsi degli studi ad essi dedicati. I fattori che conducono a tale conclusione possono essere in tal modo schematizzati: diminuzione del numero di scioperi e di altre espressioni di militanza dei lavoratori; calo delle adesioni al sindacato; riduzione dei salari a fronte di una crescente precarietà lavorativa. William Sewell, a tal proposito, nota che l’inadeguatezza della classe operaia nello svolgere quel compito liberatorio assegnatole tanto dai discorsi rivoluzionari quanto da quelli riformisti, fa perdere parte del proprio peso allo studio della sua storia (Sewell, 1993).

Questa doppia crisi si configura come “strutturale” e “di lungo periodo”, poiché correlata alle trasformazioni epocali caratterizzanti gli ultimi decenni del ventesimo secolo e derivanti dal fenomeno globalizzante. Aristide Zolberg, in linea con tale constatazione, ritiene che gli stravolgimenti propri degli ultimi decenni del Novecento abbiano comportato un’irreversibile sparizione della classe operaia (Zolberg, 1995). Analogamente, Manuel Castells sostiene che l’avvento dell’era informatica abbia trasformato la sovranità statale e le esperienze lavorative ledendo la capacità del movimento operaio di agire come gruppo socialmente coeso in rappresentanza degli operai (Castells, 1997).

Parallelamente a queste posizioni, se ne registrano altre totalmente contrapposte che, invece, a partire dalla fine degli anni novanta, mettono in evidenza una netta ripresa dei movimenti operai in relazione alla crescente reazione contro i disagi scaturenti dalla globalizzazione: nella Francia del 1995, lo sciopero generale contro i tagli al settore pubblico segnava ufficialmente la prima ribellione contro la globalizzazione (da Le Monde). Negli Stati Uniti, si rinnova l’interesse nei confronti dei movimenti operai, in seguito a questo attivismo, con la conseguente volontà di coinvolgimento degli intellettuali nello studio del fenomeno attraverso la divulgazione di pubblicazioni ad esso pertinenti.

Data l’evidente ambivalenza delle posizioni ideologiche registrate in materia, l’autrice, al fine di palesare lo scopo principale nonché punto di partenza della sua monografia, si chiede quale fra le due attese divergenti sia la più plausibile; per poter condurre un’indagine analitica esauriente ed oggettiva, e dare un’adeguata risposta all’interrogativo sotteso all’opera in questione, è necessario ricostruire gli studi sul lavoro in un quadro di riferimento storicamente e geograficamente ampio ed articolato. A seconda della prossimità o dello scostamento da parte degli studiosi rispetto alla concezione che vede nel mondo contemporaneo un elemento di “novità storica”, sarà possibile registrare differenti valutazioni sul futuro dei movimenti operai. Nello specifico, coloro che circoscrivono tali movimenti in una fase di crisi irreversibile ed inarrestabile, ritengono che l’epoca contemporanea sia fondamentalmente nuova e senza precedenti; coloro che, invece, s’attendono una ripresa significativa dei movimenti operai considerano lo stesso capitalismo storico in termini di dinamiche ricorrenti. Dunque, le previsioni circa il futuro dei movimenti devono basarsi sul confronto tra le dinamiche contemporanee ed analoghe dinamiche emerse nel passato: in tal modo sarà possibile separare i fenomeni ricorrenti da quelli effettivamente nuovi. L’obiettivo è esplicitamente quello di distinguere, da vari punti di vista, per le agitazioni operaie mondiali, i meccanismi ricorrenti da quelli fondamentalmente nuovi e senza precedenti.

Dibattiti sul presente e il futuro dei lavoratori e dei movimenti operai.
Nelle parole dell’autrice, prima di procedere con l’esplorazione effettiva della tematica trattata, occorre analizzare due giudizi diametralmente opposti circa gli effetti che il fenomeno della globalizzazione sortisce in relazione all’istituto del movimento operaio. Da un lato, ci si chiede se i processi contemporanei di globalizzazione abbiano indebolito lavoratori e movimenti operai, innescando una “gara al ribasso” dei livelli salariali e delle condizioni di lavoro; dall’altro, ci si interroga sulla natura del fenomeno globalizzante e sulle conseguenze che ne derivano in relazione alla presunta creazione di condizioni oggettivamente favorevoli all’emergere di un forte internazionalismo operaio.

La crisi dei movimenti operai è stata spesso considerata come effetto dell’ipermobilità del capitale produttivo del tardo Novecento, che ha dato origine ad un mercato del lavoro unico caratterizzato dalla competizione individuale tra lavoratori su scala planetaria. Nell’ideologia di Jay Mazur, le aziende multinazionali hanno innalzato il livello di concorrenza tra i singoli lavoratori, mettendo sotto pressione il movimento operaio internazionale (Mazur 2000). Con tale constatazione s’intende sottolineare la drastica diminuzione del potere contrattuale dei lavoratori con il conseguente ribasso dei salari. In linea con tale ideologia, secondo altri studiosi, l’ipermobilità del capitale indebolisce la sovranità dello stato e con essa la capacità di controllare i flussi di capitale, nonché la capacità di proteggere il tenore di vita dei propri cittadini e i diritti dei lavoratori. Ed ancora, un’altra spiegazione della crisi del movimento operaio si focalizza sulle trasformazioni dell’organizzazione dei processi di produzione: tali “innovazioni di processo” minano alla base il potere contrattuale dei lavoratori. Nelle parole di Craig Jenkins e Kevin Leicht, il sistema fordista di produzione di massa concorre a rinforzare e rinvigorire l’identità sociale e collettiva dei movimenti operai che, al contrario, è resa flebile ed inconsistente dall’affermarsi del sistema postfordista. Inoltre, le pressioni esercitate dalla concorrenza globale costringono i datori di lavoro ad implementare sistemi di produzione “flessibile”: ciò è causa della trasformazione della solida classe operaia in una rete di rapporti temporanei e sbrigativi (Jenkins e Leicht, 1997). Al contrario, rispetto alle aree da cui il capitale è emigrato, nei luoghi di recente investimento si assiste alla formazione ed al rafforzamento di nuove classi operaie.

Ci si interroga a questo punto, circa l’eventuale presenza di tracce di un nuovo internazionalismo della classe operaia nel processo stesso che ha portato alla crisi dei vecchi movimenti operai: in questo caso specifico la globalizzazione della produzione avviene nell’ambito di ciascun paese, piuttosto che tra diversi paesi, di conseguenza la scissione tra Nord e Sud diviene sempre meno accentuata e rilevante. Ci si avvia verso la formazione di un’unica classe di lavoratori mondiale ed omogenea, che condivide condizioni di vita e di lavoro sempre più simili, come avviene, ad esempio, nel settore di produzione globalizzata delle multinazionali.

La possibilità di sovvertire il processo produttivo mediante un’eventuale azione oppositoria collettiva deve indurre i lavoratori a riunirsi in organizzazioni transnazionali ed estese, proprio come le aziende datrici di lavoro. Anche in tale ambito di riflessione, si registrano posizioni contrapposte tra coloro che promuovono l’internazionalismo dei lavoratori, in base all’idea che solo un movimento operaio globale possa rispondere efficacemente alle sfide poste dalle istituzioni globali, e coloro che considerano essere strategia più efficace l’esercitare pressioni sui propri governi al fine di ottenere l’implementazione di politiche favorevoli ai lavoratori. In definitiva, è opportuno sottolineare quanto le tendenze contemporanee e gli orientamenti delle politiche internazionali sul lavoro siano soggetti ad interpretazioni molto differenti. Il punto di vista espresso dagli intellettuali in relazione a tali problematiche dipende, in primo luogo, dalle valutazioni delle dinamiche di lungo periodo che contestualizzano il potere contrattuale dei lavoratori nei confronti dei rispettivi governi e dei datori di lavoro.

I conflitti della classe operaia in una prospettiva storico-mondiale: quadro teorico e concettuale.
Il fatto che la situazione attuale della classe operaia mondiale sia caratterizzata da molteplici controversie circa la sua effettiva carica reazionaria ed il suo potenziale oppositorio, obbliga a considerare diverse visioni dell’impatto della globalizzazione sul potere contrattuale dei lavoratori. Pertanto, è utile esporre la distinzione operata da Eric Olin Wright tra “potere associativo” e “potere strutturale”: il primo si riferisce alle varie forme di potere derivanti dal costituirsi di organizzazioni collettive di operai; il secondo, invece, scaturisce dalla specifica collocazione dei lavoratori nel sistema economico. La prima forma citata, inoltre, subisce un’ulteriore partizione in due sottocategorie: la prima, “potere di contrattazione legato al mercato”, deriva direttamente dai mercati rigidi del lavoro; la seconda, “potere contrattuale legato al luogo di lavoro”, si configura come potere connesso alla posizione strategica di in gruppo di lavoratori nell’ambito di un settore industriale fondamentale. Questo tipo di potere contrattuale si manifesta in tutta la sua intensità e valenza nell’ambito di processi produttivi strettamente integrati ed interrelati.

Coloro che colpevolizzano il fenomeno globalizzante per aver condotto i movimenti operai verso una condizione di crisi, individuano il pericolo proprio nella capacità delle varie manifestazioni della globalizzazione di indebolire tutte queste forme di potere contrattuale dei lavoratori. Ad esempio, il potere contrattuale connesso al mercato potrebbe essere minato dalla mobilitazione di un “esercito industriale di riserva” su scala mondiale. Inoltre, tale fenomeno ha danneggiato il potere di contrattazione dei lavoratori delegittimando sindacati e partiti politici, impossibilitati, oramai, nella distribuzione di vantaggi alla classe lavoratrice per i propri diritti: si verifica un indebolimento del potere associativo di contrattazione con la conseguente erosione del potere di contrattazione legato al mercato. Una parte degli studi sulla globalizzazione e sul lavoro sostiene che la crisi dei movimenti operai sia dovuta non alle trasformazioni delle condizioni lavorative strutturali, ma ai mutamenti avvenuti nel dibattito intorno a tali tematiche: l’idea della assoluta mancanza di alternative alla globalizzazione esercita un potente effetto di smobilitazione sui movimenti operai. Nelle parole di Piven e Cloward, il processo di accumulazione del capitale su scala mondiale determina una distruzione della convinzione del potere dei lavoratori (Piven e Cloward, 2000).

L’analisi descritta nell’ambito del testo, finalizzata all’esposizione delle fasi evolutive nello spazio e nel tempo del potere contrattuale dei lavoratori in tutte le sue forme, segue due differenti teorie sull’interpretazione della relazione tra le lotte operaie e i processi attivati dalla globalizzazione: pur essendo entrambe incentrate sulle contraddizioni sociali insite nella trasformazione del lavoro in merce, l’una si focalizza sulla discontinuità temporale di tale fenomeno, l’altra sulla sua disomogeneità spaziale. In questo specifico ambito analitico, si collocano le riflessioni teoriche di Karl Marx e Karl Polanyi atte a spiegare lo sviluppo storico mondiale dei movimenti operai. Entrambi considerano il lavoro una “merce fittizia”: ogni tentativo di considerare gli esseri umani come un merce uguale alle altre non può che condurre a reazioni oppositorie violente e contrastanti. In tale contesto, la lettura interpretativa di Marx induce ad accentuare la natura a fasi delle trasformazioni nelle forme di resistenza opposta dai lavoratori caratterizzante il capitalismo storico; invece, la lettura di Polanyi mette in evidenza la natura oscillatoria di questa attesa resistenza.

L’analisi di Polanyi si basa sull’idea che l’estensione del mercato autoregolato determina un movimento di opposizione in quanto stravolge i patti sociali comunemente accettati e stabiliti che riguardano il diritto ai mezzi di sussistenza: la resistenza è quindi alimentata da un senso di “ingiustizia”. L’analisi di Marx, invece, si incentra anche sul potere nell’identificare i limiti del capitale: questo non ha alcun valore senza forza lavoro, e lo sviluppo capitalistico stesso porta ad un rafforzamento strutturale di coloro che la detengono. Da un lato, l’espansione della produzione capitalistica tende a rafforzare i lavoratori e induce il capitale a un confronto diretto e ricorrente con movimenti operai forti. Le concessioni finalizzate a tenere tali movimenti sotto controllo sono causa dell’avanzamento del sistema verso una crisi di redditività: per risollevare i profitti si determina, però, la rottura di patti sociali prestabiliti, nonché una maggiore mercificazione del lavoro con la conseguente crisi di legittimazione degli operai. Crisi di redditività e crisi di legittimazione delineano una tensione costante all’interno del capitalismo storico.
In particolare, l’osservazione secondo la quale lavoratori e movimenti operai sono continuamente costituiti e ricostituiti è utile a contrastare alcune definizioni eccessivamente rigide della classe operaia. Dunque, è necessario identificare le reazioni “dal basso” contro gli aspetti creativi quanto distruttivi dello sviluppo capitalistico: in questo libro si tenta una combinazione fra il modello di Marx e quello di Polanyi al fine di enucleare da tale fusione un’analisi oggettiva delle dinamiche di lungo periodo della classe operaia globale.

Metodi e strategie della ricerca.
La piena comprensione delle dinamiche dei movimenti operai contemporanei necessita di un’analisi di vasto respiro storico e di ampia portata geografica. Le valutazioni circa il futuro dei movimenti dei lavoratori si fondano su di un giudizio a proposito della novità storica rappresentata dal mondo contemporaneo. Coloro che pongono i movimenti degli operai in una situazione di crisi irreversibile ritengono che l’epoca attuale sia fondamentalmente nuova e senza precedenti, un’epoca in cui i processi economici globalizzati hanno completamente stravolto l’impalcatura propria della classe operaia. Al contrario, coloro che attendono un ritorno significativo dei movimenti operai attribuiscono allo stesso capitalismo storico dinamiche ricorrenti, tra cui il continuo riprodursi di contraddizioni e conflitti tra capitale e lavoro.
L’analisi descritta in questo libro si rivolge al passato alla ricerca di modelli di ricorrenza e di evoluzione, in modo da poter circoscrivere l’elemento di innovazione nella situazione che i movimenti operai si trovano attualmente a dover fronteggiare: solo attraverso questo paragone è possibile distinguere i fenomeni storicamente ricorrenti da quelli realmente nuovi e senza precedenti.

Una delle premesse metodologiche su cui si fonda l’indagine qui descritta sta nell’assunto secondo il quale lavoratori e movimenti operai situati in contesti territoriali differenti sono tra loro collegati dalla divisione del lavoro su scala mondiale e da fenomeni politici globali. Dunque, occorre capire i processi che mettono in relazione ai singoli casi su scala mondiale, sia nel tempo sia nello spazio. Ci si riferisce, nello specifico, ai processi relazionali “diretti”, che, assumendo la duplice forma di diffusione e solidarietà, comportano un’influenza dell’azione di attori sociali distanti nello spazio e nel tempo ad opera della conoscenza del comportamento degli altri e delle relative conseguenze, nel primo caso, mentre necessitano del contatto diretto e dello sviluppo di reti sociali, nel secondo; ed ai processi relazionali “indiretti” nell’ambito dei quali gli attori coinvolti non sono del tutto consapevoli dei loro legami, ma sono uniti senza saperlo da processi di tipo sistemico. L’approccio strategico proposto si basa sulla ricerca delle variazioni, analizzando come la stessa esperienza di proletarizzazione abbia portato ad esiti differenti: questo è assimilabile a quello che Philip McMichael (1990) definisce incorporating comparison (“paragone incorporante”), ovvero una strategia secondo cui le interazioni tra una molteplicità di sottounità del sistema crea il sistema nel corso del tempo. In definitiva, questo libro intende tracciare una storia della formazione della classe operaia in cui gli eventi si sviluppano in una dinamica spazio-temporale.

Al fine di attuare tale strategia di ricerca, è necessario disporre di un quadro delle forme generali della militanza operaia di notevole ampiezza storica e geografica: occorrono informazioni inerenti a tutti i casi su scala mondiale, dagli inizi del movimento operaio moderno, cioè dal tardo Ottocento, fino a oggi. Fino a pochi anni fa non esistevano dati sulle mobilitazioni dei lavoratori che coprissero un ambito storico-geografico così ampio: solo alcuni paesi industrializzati sono muniti di archivi storici degli scioperi, ed inoltre i dati statistici su questi stessi fenomeni sono stati spesso raccolti secondo criteri che escludono alcune tipologie di pratiche oppositorie ritenute secondarie.

L’indagine qui condotta può, tuttavia, avvalersi di un nuovo database concepito appositamente per superare i limiti geografici e tipologici delle fonti precedenti: è il database World Labor Group (WLG). Questo nasce dal ricorso alle maggiori testate giornalistiche come fonti di dati utili per costruire indici di protesta sociale. Il WLG, nell’elaborazione del database, fa riferimento solo al “Times” di Londra ed al “New York Times”. Dal punto di vista metodologico, i ricercatori del WLG hanno letto gli indici di queste testate dal 1870 al 1996, registrando ciascun episodio di mobilitazione operaia identificata su schede standard per la rilevazione dei dati. Sottoposto ad approfonditi studi di attendibilità, il database WLG risulta essere uno strumento valido ed efficace per identificare gli anni in cui sono stati raggiunti livelli particolarmente elevati di mobilitazione operaia in paesi specifici. La mappa fornita da questo sistema informatico è alla base dello studio della storia delle principali ondate di protesta dei lavoratori nello scorso secolo.

Augusto Cocorullo – Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze Sociali – Dottorato di Ricerca in Scienze Sociali e Statistiche – XXIX ciclo

 
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Bibliografia di Sociologia (consigliata da Augusto Cocorullo)

CASTELLS, M. (2009), Comunicazione e Potere, Milano: Università Bocconi Editore.
CASTELLS, M. (2012), Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell’era di Internet, Milano: Università Bocconi Editore.

Castells M., Himanen P. (2002), The Information Society and the Welfare State The Finnish Model, Oxford University Press, London.
Delanty G. (2001), Challenging Knowledge, Open University Press, London.
King R. (2004), The University in the Global Age, Palgrave Macmillan, London.
Lessig L. (1999) Code and Other Laws of Cyberspace, Basic Books.

Hirschmann, A.O. (1958), The Strategies of Economic Development, Yale
University Press, New Haven (traduzione italiana La strategia dello sviluppo
economico, Firenze, La Nuova Italia, 1968).

Bagnasco A., Barbagli M., Cavalli A., Corso di Sociologia, il Mulino, Bologna
Wallace R.A., Wolf A., La teoria sociologica contemporanea, il Mulino, Bologna
Santambrogio A., Introduzione alla sociologia. Le teorie, i concetti, gli autori, Laterza, Roma-Bari, 2008.

Gianfranco Pecchinenda, La narrazione della società. Un’introduzione alla Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi, Ipermedium libri, Napoli 2009;
Gianfranco Pecchinenda, Lo Stupore e il Sapere. 50 lezioni di sociologia della conoscenza Ipermedium libri, Napoli 2013;
Luca Bifulco – Guido Vitiello (a cura di), Sociologi della Comunicazione. Antologia di studi sui media, Ipermedium libri, Napoli 2005.

E-democracy di Augusto Cocurullo

M5S – Piattaforme per la partecipazione: potenzialità e limiti
della democrazia liquida

Nell’ambito di un progetto di ricerca articolato e multidimensionale sul MoVimento 5 Stelle, si analizzeranno in questo articolo le piattaforme per la partecipazione alle diverse attività del partito di Grillo – con particolare riferimento ai Meetup, al blog del leader e al software LiquidFeedback –, nel loro diverso grado di interconnessione rispetto al movimento stesso. La disamina sarà contestualizzata all’interno del dibattito attualmente in corso tra gli studiosi e che trova il suo motivo scatenante nella definizione del ruolo della rete, in termini di potenzialità e limiti rispetto al fenomeno contemporaneo dei movimenti sociali online. Pertanto, attraverso un’analisi comparata della letteratura sul tema, saranno discusse le posizioni di Manuel Castells e di Evgeny Morozov, espresse rispettivamente in Reti di indignazione e speranza e in The Net Delusion. Si valuterà infine se e in che misura, in Italia, potrà affermarsi una forma di e-democracy (democrazia elettronica), alla luce delle configurazioni assunte dal partito di Grillo ed in relazione al grado di diffusione delle infrastrutture digitali.

Il MoVimento e la Rete

«Nessuno se l’aspettava. In un mondo offuscato dalla crisi economica, dal cinismo politico, dal vuoto culturale e dallo sconforto individuale, qualcosa stava prendendo corpo. All’improvviso i dittatori potevano essere spodestati con le nude mani del popolo, anche se queste mani erano insanguinate dal sacrificio dei caduti. I maghi della finanza passavano da oggetto dell’invidia generale a bersaglio del disprezzo universale. I politici venivano smascherati come corrotti e bugiardi. I governi messi sotto accusa. I media sospettati. Scomparsa ogni fiducia. E la fiducia è quel che tiene insieme la società, il mercato, le istituzioni. Senza fiducia, tutto si ferma. Senza fiducia, il contratto sociale cessa di esistere e il popolo sparisce, trasformandosi in singoli individui sulla difensiva in lotta per la sopravvivenza» (Castells 2012, XV). Con queste parole, il sociologo della rete apre la sua ultima opera dedicata al fenomeno della nascita e della proliferazione dei movimenti sociali online, evidenziando la forza e la pervasività di questi gruppi di individui che, proprio nel web 2.0, trovano un punto di incontro ed un’arena di confronto. Castells, al fine di avvalorare la sua tesi, propone al lettore alcuni esempi emblematici di movimenti sociali online che, nati a partire da spinte provenienti dal popolo, si sono reificati ed hanno assunto forma concreta nella rete: la rivoluzione egiziana, la rivolta araba, il movimento degli Indignandos in Spagna, il caso Occupy Wall Street negli Stati Uniti, fenomeni, questi, accomunati dallo strumento utilizzato dalle diverse categorie di soggetti per favorirne la diffusione e l’ampliamento dei confini. Nel contesto italiano, l’ascesa del MoVimento 5 Stelle costituisce un’ulteriore prova della forza cogente di Internet e della sua capacità di inglobare soggetti di diversa natura in un unico universo ideologico. Condividendo problemi e speranze nello spazio pubblico e libero di Internet, attraverso l’attivazione di reciproche connessioni, singoli individui hanno dato vita ad un insieme composito di network, prescindendo dalle opinioni personali e dai vincoli rispetto ad una qualsiasi organizzazione: «Protette dal cyberspazio, persone di ogni età e condizione sociale sono poi andate a occupare gli spazi urbani, dandosi appuntamenti al buio tra loro e con il destino che si apprestavano a plasmare, mentre reclamavano il diritto a fare la storia – la propria storia – dando corpo a quell’autocoscienza che ha sempre caratterizzato i grandi movimenti sociali» (ivi, XVI).
In particolare, il M5S trova nel web, ma non solo, i propri canali di comunicazione, le piattaforme per la partecipazione e gli strumenti per l’esercizio del potere. Le relazioni di potere conferiscono forma e sostanza alla società, poiché chi detiene il potere costruisce istituzioni sociali in base ai propri valori e interessi: il potere è esercitato mediante gli strumenti della coercizione, ma anche tramite la costruzione di significato nell’immaginario collettivo, attraverso meccanismi di manipolazione simbolica. Allo stesso tempo, essendo le società contraddittorie e conflittuali per natura, dove c’è potere c’è anche contropotere, identificabile come la capacità degli attori sociali di opporsi al potere radicato nelle istituzioni al fine di reclamare la rappresentanza dei propri valori e interessi (Castells 2009). Gli esseri umani, attraverso l’interazione con il proprio ambiente sociale e naturale, creano network tra le loro reti neurali e quelle naturali e sociali. Quest’attività di network viene operata dall’atto della comunicazione che, a sua volta, si configura come processo di condivisione di significato tramite lo scambio d’informazione: «La continua trasformazione delle tecnologie di comunicazione nell’era digitale estende la portata dei media a tutti gli ambiti della vita sociale in un network che è al contempo globale e locale, generico e personalizzato, secondo uno schema in continuo mutamento» (Castells 2012, XIX). Il sociologo in questione sostiene che il mutamento più rilevante nel mondo della comunicazione sia collocabile nella nascita dell’“autocomunicazione di massa”, che trova espressione nell’uso di Internet e delle reti senza fili come piattaforme di comunicazione digitale. Nella società contemporanea, concettualizzata come “società in rete”, il potere è multidimensionale ed è organizzato intorno a reti programmate che influenzano la mente umana tramite network multimediali di comunicazione di massa. Pertanto, le reti di comunicazione costituiscono fonti cruciali per la creazione di potere.
I movimenti sociali esercitano contropotere autocostruendosi mediante un processo di comunicazione autonoma, libera dal controllo di quanti detengono il potere istituzionale: «la tecnologia digitale consente la riproduzione virtuale di contesti altrimenti inesperibili, diffondendo i luoghi, attraverso una loro estensione online, e la creazione di circuiti itineranti, transitanti sull’orizzonte ucronico e utopico del Web» (De Feo 2009, 92). Il M5S, servendosi degli strumenti offerti dalla rete, intende favorire una circolazione incontrastata dei propri contenuti politici e dei fondamenti ideologici. Poiché i mass media sono prevalentemente sotto il controllo dei governi e delle corporation, nella società in rete l’autonomia comunicativa si dispiega soprattutto nelle piattaforme della comunicazione senza fili: i social media digitali offrono la possibilità di deliberare e coordinare l’azione senza eccessive restrizioni. Questa, tuttavia, rappresenta solo una delle componenti dei processi di comunicazione tramite cui i movimenti sociali si relazionano alla società. È necessario altresì palesare la propria presenza attraverso la creazione di uno spazio pubblico all’interno delle aree urbane.
La piazza, quale luogo d’incontro e di aggregazione per antonomasia, costituisce un’ulteriore piattaforma per la partecipazione attiva alle dinamiche di un movimento, quale, appunto, quello di Grillo. In particolare, poiché lo spazio pubblico istituzionale – designato per le deliberazioni a livello costituzionale – è occupato dagli interessi delle élite dominanti, allora i movimenti sociali sono obbligati a ritagliarsi un nuovo spazio pubblico non limitato ad internet, ma visibile nei luoghi della vita sociale. Il leader del MoVimento, consapevole dell’importanza assunta dagli incontri assembleari, pone nella piazza lo strumento speculare rispetto a quello della rete: «nella nostra società, lo spazio pubblico dei movimenti sociali viene costruito come uno spazio ibrido tra i social network di Internet e lo spazio urbano occupato: integrare tra loro il cyberspazio e lo spazio urbano in un’interazione continua finisce per costruire, in senso tecnologico e culturale, comunità istantanee di pratica trasformativa» (Castells 2012, XXIV). Alla base di un movimento sociale deve esserci – perché possa considerarsi tale – un fitto reticolo comunicazionale che favorisca coesione e compattezza tra i membri, promuovendo la condivisione di informazioni, idee e proposte, e che consenta a ciascun individuo facente parte del gruppo di ricevere in tempo reale aggiornamenti e comunicazioni di diverso tipo. In particolare, sarà opportuno comprendere: in che modo i soggetti – e, nel caso specifico, i “Grillini”, ma anche eventuali osservatori esterni – costruiscono reti collegandosi, mentalmente e in via telematica, con altri individui, e per quali specifici motivi sono in grado di implementare tali connessioni, in un processo di comunicazione che sfocia nell’azione collettiva; come questi network riescono a contrattare la diversità di interessi e valori presenti nella rete stessa per focalizzare l’attenzione su di una serie di obiettivi comuni; secondo quali modalità tali network si relazionano alla società nel suo insieme; e come e perché questa connessione spinge i singoli ad ampliare la rete costruita per resistere alla dominazione e a impegnarsi in una ribellione multidirezionale contro un ordine sociale e politico ritenuti ingiusti.
È importante notare che, perché un movimento sociale prenda forma, la spinta emotiva dei singoli deve legarsi a quella di altri individui. Ciò, ovviamente, richiede un processo di comunicazione che si caratterizzi per due requisiti operativi basilari: la consonanza cognitiva tra mittenti e destinatari dei messaggi e un efficace canale di comunicazione. La struttura portante del M5S si fonda proprio sulle piattaforme online che favoriscono l’innescarsi di un flusso comunicativo continuo ed ininterrotto, seppur diversificato in relazione alle diverse tematiche progressivamente affrontate: al fine di legare tra loro le esperienze individuali, dando vita così ad un aggregato sociale reale ma anche virtuale, è dunque necessario un processo di comunicazione in grado di propagare eventi, emozioni e progetti del gruppo che ne è sotteso: «più tale processo è veloce e interattivo, e più diventa probabile l’avvio di un processo di azione collettiva, radicato nell’indignazione, sospinto dall’entusiasmo e motivato dalla speranza» (ivi, XXVIII). La storia insegna che i movimenti sociali sono indissolubilmente legati a peculiari meccanismi di comunicazione: discorsi, manifesti e statuti, trasmessi da un individuo all’altro mediante la stampa, lo strumento del passaparola, o da qualsivoglia canale di comunicazione disponibile in quel dato periodo. In epoca contemporanea, le reti digitali di comunicazione orizzontale costituiscono i canali comunicativi più veloci, pervasivi e interattivi dei quali l’essere umano abbia mai usufruito. Nella prospettiva di Castells, le caratteristiche dei processi di comunicazione avviati dagli individui coinvolti nel movimento sociale determinano le peculiarità organizzative del movimento sociale stesso, e «più la comunicazione è interattiva e autoconfigurabile, minore è il livello gerarchico e maggiore la partecipazione» (ibidem). Tale aspetto, tuttavia, richiede un’attenta opera di contestualizzazione, in relazione alle numerose tipologie di movimenti attualmente esistenti.
Nello specifico, il MoVimento di Grillo, pur ripromettendosi di assumere un’impostazione prettamente democratica, imperniato com’è sui concetti di partecipazione collettiva ai processi decisionali, tuttavia – secondo il parere di scrive –, risulta avere palesi connotazioni di gerarchizzazione e verticismo, proprio per la funzione e il ruolo centrali assunti dal suo fondatore, che finisce spesso per risultare più autoritario che autorevole, imponendo comunque le sue scelte ed il suo punto di vista. È tuttavia opportuno sottolineare che più le idee vengono generate dall’interno del movimento, sulla base dell’esperienza dei suoi partecipanti, e più il movimento sarà rappresentativo. In definitiva, le caratteristiche proprie dei movimenti sociali descritte da Castells sono così sintetizzabili: operano in rete sotto una molteplicità di forme; lo spazio dell’autonomia è la loro nuova forma spaziale; i movimenti sono al contempo locali e globali; presentano origini in gran parte spontanee e generalmente dovute ad una scintilla di indignazione; hanno un carattere decisamente politico in senso stretto.

Limiti d’applicabilità

Tutti i movimenti sociali della storia, anche quelli in rete assumono determinate caratteristiche a seconda del contesto sociale, politico e culturale in cui operano. Nello specifico, il movimento in analisi è composto prevalentemente, ma non solo, da individui che hanno buone capacità di utilizzo delle tecnologie digitali nel mondo ibrido della virtualità reale. Tuttavia, è necessario considerare il limite sostanziale connesso all’effettivo grado di accessibilità del cyberspazio: non tutti sono in grado di servirsi della rete e il cosiddetto digital divide comprende forme di esclusione di tipo sociale, politico e comunicativo, legate a diversi fattori, tra i quali, ad esempio, il divario generazionale e culturale (Pitteri 2007), nonché il ritardo nello sviluppo della banda larga. Pertanto, è possibile definire il fenomeno secondo tre ambiti: divario organizzativo, derivante dal diverso grado di utilizzo delle tecnologie di rete tra Nord e Sud ed associata alla difficoltà d’erogazione di servizi innovativi da parte dei Comuni di ridotta dimensione demografica; divario infrastrutturale, rintracciabile nella disomogeneità che caratterizza la diffusione della banda larga; divario generazionale e culturale, connesso alla distanza nell’accesso alla cultura del web per alcune fasce della popolazione. Questa constatazione induce a riflettere sulla validità di un sistema politico basato largamente sulla comunicazione online, del quale il M5S si fa fautore, alla luce dell’impossibilità di un coinvolgimento complessivo dell’intera popolazione nei processi decisionali e gestionali, che rischia di creare nuovi fenomeni di emarginazione potenzialmente associati anche al livello di formazione, alla classe sociale e al deficit di motivazione al cambiamento e all’innovazione. Si rischia altresì di incorrere in una partecipazione deresponsabilizzata ed anonima, nel sovraccarico di informazioni, nell’assenza di regole decisionali e linee guida consolidate connesse a scarsi livelli d’esperienza, fattori, questi, che determinerebbero uno stravolgimento delle caratteristiche fondamentali della democrazia tradizionalmente intesa (Patrignani 2013).
A tal proposito, sarà utile analizzare la posizione di Evgenij Morozov – esperto di nuovi media e studioso degli effetti dispiegati sulla società e sulla politica dalla diffusione della tecnologia –, che, in The Net Delusion: The Dark Side of Internet Freedom (trad. it. L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di Internet), sviluppa un’accurata disamina dei rischi connessi all’utilizzo del web nelle tradizionali pratiche della politica, in antitesi rispetto al dilagante “cyber-ottimismo”. Il politologo bielorusso si schiera contro la tesi secondo la quale si starebbe progressivamente diffondendo una nuova forma di democrazia globale scaturita dalla rete: l’autore scardina le comuni ideologie legate al ruolo salvifico della rete – quale potenziale alternativa alle pratiche politiche e associative tradizionali –, in favore di una distribuzione egualitaria degli strumenti di partecipazione resa possibile dalle potenzialità del web. Morozov, attraverso una minuziosa analisi degli interessi economici e politici che si celano dietro questa retorica – pur concordando con l’idea dell’eccezionale potenzialità della rete in termini di comunicazione e vantaggi offerti ai soggetti –, tuttavia sostiene che è necessario sapersi destreggiare nell’irretito spazio virtuale di internet per evitare di esserne strumentalizzati.
Pertanto, in quanto fautore e convinto sostenitore di una visione critica e radicale della “retorica digitale”, Morozov espone il suo punto di vista in materia di movimenti politici nati sul web, situandosi in uno spazio ideologico diametralmente opposto rispetto a quello di chi, come Castells (2012), vede proprio in internet il futuro della democrazia contemporanea. In particolare, secondo il punto di vista dell’autore – esposto in una recente intervista rilasciata ad una giornalista de La Repubblica –, il principale fattore di successo del M5S è collocabile proprio nella retorica digitale che induce le masse a “riempire il vuoto politico di totalitarismo o managerialismo”. Specularmente al caso italiano, negli Stati Uniti si sta affermando il fenomeno della “politica-marketing”: espressione, questa, che mira a sottolineare la sempre più diffusa tendenza da parte delle forze politiche a plasmare messaggi su misura per gli elettori, minacciando in tal modo il messaggio di tipo tradizionale calibrato sull’interesse collettivo (Morozov 2011). Secondo il politologo, quello del M5S costituisce un caso piuttosto raro di movimento nato e cresciuto sul web e capace di ottenere un successo elettorale di tale portata, ad eccezione dei partiti Pirata in Svezia e Germania che, seppur in diversa misura, hanno sperimentato metodi simili. Morozov, pur attribuendo un ruolo determinante al multidimensionale strumento della rete, tuttavia sostiene che il fenomeno in analisi sia da associare piuttosto ai problemi strutturali della politica e dell’economia che ormai da tempo attanagliano il contesto italiano. Pertanto, la rete costituirebbe semplicemente un canale utilizzato dalla compagine sociale per far emergere e palesare il proprio dissenso, e non sarebbe esso stesso un fattore scatenate originario. Ciò, in effetti, troverebbe conferma nell’ormai attestata tendenza di Grillo ad utilizzare, specularmente a quello virtuale, anche lo strumento della piazza, che – come sottolineato da Castells (2012) – fondendosi con il cyberspazio di internet, dà vita allo “spazio dell’autonomia”. Dunque, il principale (e forse unico) contributo della rete andrebbe ricercato nella riduzione dei costi della comunicazione: i leader e le gerarchie sono necessari per la creazione di carisma e la diffusione di una percezione di un’idea di coesione e credibilità nei processi di negoziazione con gli altri partiti. Morozov valuta con estremo scetticismo lo strumento della rete e, riferendosi all’attuale situazione della politica italiana, afferma che è preferibile un sistema imperfetto rispetto all’eliminazione di ogni spazio di manovra ed alla sostituzione della politica con una forma di “managerialismo o di totalitarismo populista”.
In particolare, le piattaforme online per la partecipazione ai processi decisionali, di selezione dei candidati e di votazione, risultano essere accessibili solo agli iscritti di lunga durata; al contrario, il blog di Grillo costituisce lo spazio pubblico – e quindi effettivamente democratico –, in cui il dibattito si svolge in modo aperto e trasparente. Nell’ideologia di Morozov, molti strumenti social del web 2.0 hanno indotto l’utente della rete a pensare che il loro funzionamento sia fondato su criteri di oggettività standard e neutrali, nonostante questa congettura non corrisponda a ciò che avviene realmente. Egli, infatti, sostiene che progetti come Wikipedia, Google e Twitter mirano a pilotare il comportamento dell’utenza verso predeterminante linee d’azione. Il carattere democratico e l’impostazione orizzontale dei new media costituirebbero, in realtà, false proprietà costitutive che, di conseguenza, tendono ad essere assegnate anche ai fenomeni che, proprio in rete, nascono e si sviluppano. Al riguardo, Morozov esprime un punto di vista radicalmente negativo: «secondo me molte delle piattaforme online usate per l’impegno politico funzionano più o meno come scatole nere che nessuno può aprire e scrutare. La gente ha l’illusione di partecipare al processo politico senza avere mai la piena certezza che le proprie azioni contano. Non è esattamente un buon modello per la ridefinizione della politica» (Menichini 2013).
Le piattaforme per la partecipazione online alla vita di un partito che proprio in Internet pone il suo spazio di discussione e di confronto, come, appunto, quello di Grillo, non assicurano un accesso democratico ai processi decisionali. Inoltre, l’eventuale e futura affermazione di modalità di partecipazione alla politica unicamente basate sulle tecnologie digitali – e derivanti da una riformulazione dei canonici processi amministrativi ed elettorali, rappresenterebbe un fattore estremamente lesivo dei classici principi democratici. L’Italia, infatti, è interessata da una diffusa carenza di infrastrutture digitali, dovuta alle difficoltà d’accesso alla banda larga (ibidem). I software open source per i processi decisionali, come appunto i Meetup e Liquidfeedback, mediante l’analisi dei dati e delle informazioni prodotte dall’utenza – con la relativa possibilità di operare “targettizzazioni” della base sociale di riferimento –, consentono a partiti e politici di formulare promesse e stilare programmi elettorali sempre più personalizzati, inducendo i soggetti cui sono rivolti a votare per quello specifico schieramento. Opinione pienamente condivisibile, quella di Morozov, è che il vecchio sistema dei media – in cui un partito era obbligato a diffondere un messaggio unico e universale –, costringeva i politici ad ancorarsi saldamente alle proprie ideologie, ad essere coerenti e a cristallizzare le posizioni originariamente assunte. Ancora, il politologo bielorusso ritiene che un rapporto eccessivamente diretto con l’elettorato possa minare i classici criteri di coerenza e trasparenza dell’agire politico.
Alla luce degli argomenti proposti Castells e Morozov per decantare la funzione salvifica della rete, nel primo caso, e per evidenziare limiti e rischi che caratterizzano il cyberspazio, nel secondo, appare chiaro, nell’opinione di chi scrive, che entrambe le posizioni esposte risultano essere radicali e deterministiche. Gli autori si collocano agli estremi di un continuum ideologico lungo il quale possono essere rintracciati punti di vista meno rigidi e inflessibili. Queste visioni opposte sono ispirate da due concezioni riduzioniste del rapporto intercorrente fra tecnologia e società: «da un lato, il “determinismo tecnologico” (secondo cui la tecnologia sarebbe la causa principale delle trasformazioni sociali) e, dall’altro, il “determinismo sociale” (secondo cui la società modella la tecnologia in base alle proprie esigenze). La realtà è ovviamente più complessa e se è vero che le tecnologie della comunicazione hanno prodotto trasformazioni rilevanti nel nostro modo di intendere e comprendere la politica, è pur vero che la società recepisce in maniera attiva le innovazioni tecnologiche, appropriandosene e plasmandole in base ai propri bisogni e orizzonti culturali» (Mosca e Vaccari 2012, 171-172). Piuttosto che collocare nella rete parte del presente e l’intero futuro della politica e della democrazia, e invece di guardare con totale sfiducia e sospetto alle possibilità offerte da internet, sarebbe più opportuno promuovere un rapporto di reciproca collaborazione tra vecchi e nuovi strumenti di partecipazione, così da superare i limiti strutturali di ciascuna tipologia, favorire un più ampio accesso da parte dei cittadini ai processi decisionali, attivare flussi informativi standard e ugualmente fruibili da parte dei diversi strati della compagine sociale di riferimento, assicurare, in definitiva, una mutua interdipendenza tra canali e piattaforme tradizionali e innovative.
L’interesse nei riguardi del MoVimento trova spiegazione anche in fattori di natura organizzativa, oltre che elettorale. Al fine di comprendere le caratteristiche strutturali e le modalità di funzionamento della complessa rete che permette al MoVimento di funzionare e svilupparsi, è necessario analizzare alcune delle piattaforme utilizzate da Grillo – con finalità di promozione e coordinamento – per favorire la partecipazione dei soggetti ai processi decisionali: «le reti sociali digitali basate su internet e sulle piattaforme wireless sono strumenti decisivi per la mobilitazione, l’organizzazione, il coordinamento, il processo deliberativo e decisionale. Eppure il ruolo di Internet va oltre quello puramente strumentale: crea le condizioni per una forma di pratica condivisa che consente a un movimento di sopravvivere, decidere, coordinarsi ed espandersi» (Castells 2012, 191). Internet fornisce la piattaforma di comunicazione organizzativa adatta a tradurre la cultura della libertà nella pratica dell’autonomia. I siti di social network sono diventati piattaforme per attività di ogni tipo, non soltanto per le amicizie personali o per le chat, ma anche per il marketing, il commercio elettronico, l’istruzione, la distribuzione di media e di intrattenimento e, appunto, l’attivismo socio-politico: «sono state perciò la cultura della libertà, a livello sociale, e la cultura dell’individuazione e dell’autonomia, a livello degli attori sociali, a spingere contemporaneamente le reti su Internet e i movimenti sociali in rete» (ivi, 194).
Il MoVimento non si oppone, in teoria, al principio della democrazia rappresentativa, ma ne denuncia la pratica così come viene applicata, non riconoscendone la legittimità. In base a queste condizioni, esistono scarse possibilità per un’interazione diretta e positiva tra il movimento e la classe politica tradizionale «verso una riforma politica, ovvero una riforma delle istituzioni della governance capace di ampliare i canali della partecipazione politica e di limitare il peso delle lobby e dei gruppi di pressione sul sistema politico, essendo queste le obiezioni fondamentali mosse da gran parte dei movimenti sociali» (ivi, 197). I sostenitori del M5S concordano nel denunciare “la farsa degli ideali democratici”: da un diffuso sentimento di sfiducia nei riguardi delle forze politiche convenzionali, è emersa la necessità di reinventare la democrazia, trovando modi per consentire agli esseri umani di organizzare la propria esistenza in base a principi comunemente condivisi. Nell’ideologia di Castells, l’eredità dei movimenti sociali in rete sarà «quella di aver fatto emergere la possibilità di apprendere di nuovo come vivere insieme. Nella democrazia reale» (ivi, 207). Applicata al movimento in analisi, tuttavia, tale predizione – secondo l’opinione di chi scrive – appare forzata e improbabile.

Piattaforme e democrazia elettronica

L’e-democracy, perché possa considerarsi uno strumento utile ed efficace, dovrà affiancarsi alle forme tradizionali d’espressione della propria ideologia, e non sostituire ciò su cui il Paese, ormai da tempo, si fonda e si sviluppa. In particolare, Liquidfeedback è un software open source adoperato dai “pirati” tedeschi di Interaktive Demokratie ed tradotto in Italia dai volontari dei Meetup, i circoli del M5S. Lo strumento in analisi prevede una fase di discussione ed una di votazione per la selezione delle issue da portare in Parlamento o nei consigli comunali: «le decisioni vengono prese con il cosiddetto “metodo Schulze”, che consente di esprimere una lista ordinata di preferenze, creando così una gerarchia degli interventi approvati in base alla loro popolarità» (Biorcio e Natale 2013, 159). L’agenda del movimento è quindi costruita in base alle mozioni più votate e, allo stesso modo, possono essere selezionati i programmi elettorali, le candidature e i temi da affrontare nei dibattiti interni. Teoricamente, Liquidfeedback consentirebbe di realizzare il mandato popolare stricto sensu, nella misura in cui i cittadini possono assegnare mandati per azioni specifiche (proxy vote), istantaneamente revocabili in caso di operato non soddisfacente. Tuttavia, la piattaforma in questione non è stata utilizzata per le “parlamentarie” del M5S «anche alla luce dei dubbi espressi dagli stessi creatori del sistema in merito alla possibilità di manipolazione del processo e di instaurare una dittatura degli attivisti» (ivi, 160). È attualmente in corso una sperimentazione da parte del Meetup siciliano per sostenere gli eletti nel consiglio regionale. In tal senso, proprio per la mancata adozione di uno strumento di democrazia “liquida” – nella quale i cittadini possono decidere in che forma esercitare il proprio potere politico, integrando congiuntamente i concetti di democrazia diretta e rappresentativa –, il M5S è spesso criticato per non avere uno spazio neutrale di discussione democratica (Bordignon e Ceccarini 2013).
Beppegrillo.it è il blog del leader del M5S. Nato nel 2005, il blog si configura come spazio virtuale nell’ambito del quale Grillo svolge le sue attività di influencer. Il progetto è stato realizzato con la collaborazione di Gianroberto Casaleggio, esperto di strategie di comunicazione in rete. Il blog è strutturato secondo un rigido controllo della partecipazione, accogliendo prevalentemente i post di Grillo ma anche contributi diversi, come lettere aperte o dichiarazioni di sostegno.
Ed ancora, Meetup è una piattaforma nata negli Stati Uniti per favorire la formazione ed il coordinamento di gruppi locali, nonché l’organizzazione di eventi e incontri sul territorio, ed è stata utilizzata con successo dal candidato democratico Howard Dean per incoraggiare la partecipazione dal basso nella sua campagna per le primarie, in vista delle elezioni presidenziali del 2004 (Biorcio e Natale 2013). Il progetto Meetup viene presentato il 16 luglio 2005 per consentire a coloro che seguivano il blog di discutere, prendere iniziative, condividere idee e proposte: «la piattaforma cerca di creare un ambito dove possono collegarsi esigenze di socialità e di gestione del tempo libero con l’interesse per i problemi sociali e politici partendo dal livello territoriale» (ivi, 81). In quanto strumento organizzativo del M5S, anche questa piattaforma – come il blog – è gestita dalla Casaleggio Associati e si basa sulla logica del decentramento, associato però ad un rigoroso controllo da parte del centro. Al momento, si registrano più di 600 Meetup della rete di Grillo, dislocati in 14 paesi differenti. Tra quelli italiani, si sono distinti i Meetup di Cento, Milano e della Sicilia, in quanto collegati alle consultazioni regionali. Emblematico è il caso di Parma, con l’elezione primo sindaco del M5S. I Meetup sono diventati il principale mezzo di organizzazione e comunicazione del movimento, nonché la rete di coordinamento per le iniziative intraprese dal leader. L’“arcipelago Grillo” ingloba anche iniziative in rete di diverso genere che fungono da collante dell’intera strategia comunicativa: produzioni dell’editore Casaleggio legate alle attività del blog e di Grillo; iniziative avviate per la diffusione del concept del movimento; interventi sul tema ambiente (Diamanti e Natale 2013). Rientrano, ancora, nel catalogo degli strumenti del MoVimento il Grillorama, lo shop digitale dove è possibile acquistare prodotti del leader, e il canale di Youtube (#boomcentostelle), che consente di rivedere video e registrazioni degli incontri in videoconferenza fra i membri dei Meetup.
In particolare, «gli elettori del M5S hanno una chiara percezione delle potenzialità innovative ma anche dei problemi da affrontare per la direzione e la gestione del movimento. Una larga maggioranza (86%) giudica il MoVimento 5 Stelle più democratico degli altri partiti “perché permette a tutti di intervenire sulle sue proposte e sui suoi candidati alle elezioni”. […] Ma un ampio settore dei suoi elettori (41%) segnala anche le possibili carenze di democrazia “perché tutte le decisioni le prendono Grillo e Casaleggio» (Diamanti e Natale 2013, 60). Gli spazi di discussione e di deliberazione democratica sono stati costruiti utilizzando le potenzialità della rete: il blog, i Meetup, le consultazioni per la scelta dei candidati, la formazione dei programmi. Tuttavia, in seguito all’ingresso di rappresentanti del movimento nelle istituzioni comunali e regionali «è emersa la necessità di definire forme organizzative e pratiche democratiche anche offline, sul territorio. La democrazia diretta basata soprattutto sulla rete deve misurarsi con la democrazia rappresentativa che si è espressa con il voto per i rappresentanti del M5S eletti nelle istituzioni» (Biorcio e Natale 2013, 145). A tal proposito, si sono registrate discussioni e polemiche connesse al tentativo d’assunzione di un ruolo personale più autonomo da parte di alcuni consiglieri dell’Emilia Romagna, forti della legittimità e della visibilità progressivamente acquisite.
Nello specifico, ci si riferisce all’iniziativa di Valentino Tavolazzi, consigliere comunale di Ferrara, che, dopo aver organizzato a Rimini il 3 e 4 marzo 2012 un incontro di attivisti del M5S al fine di mettere in discussione i poteri di Grillo e Casaleggio e le regole per le decisioni, è stato allontanato perché ritenuto promotore di cambiamenti politici e organizzativi che avrebbero potuto rendere il MoVimento più simile agli altri partiti. Emblematico è il caso del consigliere regionale Giovanni Favia, il quale, in un “fuorionda” ottenuto da un giornalista di La7 al termine di un’intervista, si scaglia contro il M5S denunciandone la sostanziale mancanza di democrazia. E ancora, la polemica del consigliere comunale di Bologna Federica Scalsi, espulsa da Grillo per alcune scelte compiute non conformi all’ideologia del MoVimento – per aver cioè partecipato ad un talk show – ha avuto molto rilievo sui media, sollevando numerose critiche nei riguardi del M5S e delle metodologie utilizzate nei processi decisionali e di policy making. Elementi di criticità sono collocati nell’assenza di dibattito e nel ruolo di overlord giocato da Grillo e Casaleggio, nonché nella trasparenza – da più parti contestata – del metodo di selezione dei candidati durante le parlamentarie (Bordignon e Ceccarini 2013). Dunque, si assiste ad un capovolgimento della funzione originaria per la quale le tecnologie della rete erano state originariamente concepite e adottate dal movimento: da strumenti atti a favorire l’implementazione di pratiche di democrazia liquida, si sono trasformati in supporti di un’effettiva forma di leadership monocratica (Morozov 2011).
In definitiva, «i movimenti sociali sono stati, e continuano a essere, le leve portanti di trasformazioni sociali in senso ampio. Generalmente tali movimenti emergono da una crisi delle condizioni generali che rende la vita quotidiana insopportabile per la maggior parte delle persone e sono dovuti alla profonda sfiducia nelle istituzioni politiche che governano la società. La combinazione tra il degrado delle condizioni materiali di vita e la crisi di legittimità dei governanti nella gestione della res pubblica induce la gente a prendere in mano la situazione, impegnandosi in azioni collettive al di fuori dei canali istituzionali convenzionali a difesa delle proprie richieste, ed eventualmente per cambiare sia i governanti sia le norme che condizionano la loro vita» (Castells 2012, 181). Tuttavia, pensare alla rete come un luogo di propagazione naturale della democrazia appare iperbolico e fuorviante: perché si inneschino processi di cambiamento sociale e trasformazione politica è necessario restare ancorati alla realtà: il web si configura dunque come «un canale complementare e non sostitutivo rispetto agli altri mezzi di informazione: non è quindi opportuno contrapporre due realtà, quella online e quella offline, che sono invece strettamente collegate fra loro […]. Insomma, come questo caso dimostra, adozione e uso massiccio delle tecnologie non sono sufficienti a superare un dilemma classico delle organizzazioni politiche, ovvero quella tensione irrisolta fra desiderio di partecipare attivamente alle decisioni da parte della base ed esigenze di esercitare un controllo ferreo da parte di una dirigenza oligarchica» (Mosca e Vaccari 2012, 193-194).

 

 

 

Riferimenti bibliografici
BIORCIO, R., NATALE, P. (2013), Politica a 5 stelle. Idee, storia e strategie del movimento di Grillo, Milano: Feltrinelli Editore.
BORDIGNON, F., CECCARINI, L. (2013), Five Stars and a Cricket. Beppe Grillo Shakes Italian Politics, South European Society and Politics, doi:10.1080/13608746.2013.775720
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CASTELLS, M. (2012), Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell’era di Internet, Milano: Università Bocconi Editore.
CORBETTA, P., GUALMINI, E. (a cura di) (2012), Il partito di Grillo, Bologna: il Mulino.
DE FEO, L. (2009), Dai corpi cibernetici agli spazi virtuali. Per una storiografia filosofica del digitale, Catanzaro: Rubbettino Editore.
DIAMANTI, I., NATALE, P. (a cura di) (2013), Grillo e il Movimento 5 Stelle. Analisi di un «fenomeno politico», Bologna: il Mulino.
GROSSI, P. (2004), L’opinione pubblica, Roma-Bari: Editori Laterza.
MENICHINI, R. (2013), Morozov e la “retorica web” del M5S. “Sono scatole oscure, non democrazia”, La Repubblica.
MOROZOV, E. (2011), The Net Delusion. The Dark Side of Internet Freedom, New York: Public Affairs.
MOSCA, L., VACCARI, C. (2012), “Il Movimento e la rete”, in P. Corbetta, E. Gualmini (a cura di), Il partito di Grillo, Bologna: il Mulino.
NATALE, P. (2009), Attenti al sondaggio!, Roma-Bari: Editori Laterza.
PATRIGNANI, N. (2013), “L’illusione della neutralità e la democrazia elettronica”, Daily Wired, 4 giugno. http://daily.wired.it/news/politica/2013/04/03/democrazia- elettronica-internet-destra-sinistra-783478967.html#?refresh_ce
PITTERI, D. (2007), Democrazia elettronica, Roma-Bari: Editori Laterza.

AUGUSTO COCORULLO – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI “FEDERICO II” – DIPARTIMENTO DI SCIENZE SOCIALI – DOTTORATO DI RICERCA IN SCIENZE SOCIALI E STATISTICHE – XXIX CICLO

Arte ed Internet di Augusto Cocorullo

“La programmazione è il punto di forza ideale di ogni società digitale,

ma se non impariamo a programmare, rischiamo di essere programmati

da qualcun altro. Non è troppo difficile né troppo tardi per apprendere

il codice che si nasconde dietro le cose comuni, o quantomeno capire che

esistono dei codici nascosti tra le interfacce di siti e programmi.

In caso contrario, restiamo alla mercé dei programmatori, di chi li

 paga e perfino della tecnologia in quanto tale.”

 

D. Rushkoff

 

Abstract

A partire dalla contrapposizione ideologica che vede schierarsi su fronti diametralmente opposti i sostenitori del determinismo tecnologico, da un lato, e i fautori del determinismo sociale, dall’altro – concetti, questi, riferiti in tale contesto all’esistenza dell’individuo in epoca contemporanea -, viene di seguito sviluppata una disamina della configurazione assunta dalla società in rete tra reale e virtuale, in una prospettiva post-digitale, in relazione alle sfere dell’arte e della politica, mediante un’argomentazione della trattazione tesa a dimostrare la necessità di un progressivo spostamento del focus attentivo dell’individuo verso una visione critica della tecnologia. Al fine di supportare la tesi sostenuta con riferimenti alle teorie di autori illustri che animano il dibattito attualmente in corso circa il ruolo di internet nei diversi settori della cultura e della società, ci si riferirà alle elaborazioni teoriche di autori come Rushkoff, Morozov e Castells.

 

Tra determinismo tecnologico e sociale: arte e politica nell’era postdigitale

            Per “cultura postdigitale” – espressione mutuata dal contesto artistico – si intende «una parte del postumanesimo, in cui si supera la distinzione di ciò che è on o offline e tutto diventa parte di un’unica definizione del mondo», e in cui il progressivo proliferare dei new media sociali – caratterizzantisi per una vigorosa forza pervasiva –, «ha totalmente annullato la distinzione tra la vita “reale” e quella “virtuale”», pertanto, in tal senso, il postdigitale «richiama il concetto di neo-umanesimo e della riscoperta dell’individuo come centro e motore delle proprie azioni» (Favaro 2010). In quest’ottica, la rete diviene l’estensione naturale della vita quotidiana, a differenza di quanto accedeva nella fase embrionale di Internet, in corrispondenza della quale si registrava una netta demarcazione tra l’identità virtuale e quella reale dell’essere umano. In particolare, «la tecnologia digitale consente la riproduzione virtuale di contesti altrimenti inesperibili, diffondendo i luoghi, attraverso una loro estensione online, e la creazione di circuiti itineranti, transitanti sull’orizzonte ucronico e utopico del Web» (De Feo 2009, 92). Alla luce della nuova configurazione assunta dalla realtà contemporanea, risulta necessario assimilare nuovi modelli di comportamento che consentano all’individuo di preservare la sua autonomia, utilizzare con consapevolezza gli strumenti della rete, acquisire una visione critica che gli consenta di orientarsi nel caotico e pulviscolare spazio di internet: «La programmazione è il punto di forza ideale di ogni società digitale, ma se non impariamo a programmare, rischiamo di essere programmati da qualcun altro» (Rushkoff 2012).

            Nel dibattito attualmente in corso tra gli studiosi – in materia di ruolo e funzione del cyberspazio (Castells 2009) per l’individuo nel suo contesto socio-culturale –, si registrano differenti posizioni di autori collocabili lungo un continuum ideologico in corrispondenza del quale possono essere rintracciati punti di vista più o meno rigidi e inflessibili, nonché radicali e deterministici, a seconda del grado di distacco e disincanto assunto rispetto alla pratica della virtualità. Queste visioni opposte sono ispirate da due concezioni riduzioniste del rapporto intercorrente fra tecnologia e società: «da un lato, il “determinismo tecnologico” (secondo cui la tecnologia sarebbe la causa principale delle trasformazioni sociali) e, dall’altro, il “determinismo sociale” (secondo cui la società modella la tecnologia in base alle proprie esigenze)» (Mosca e Vaccari 2012, 171). Tuttavia, la realtà è palesemente più complessa, e se è vero che le tecnologie della rete hanno prodotto trasformazioni rilevanti nel modo di intendere e comprendere l’arte e la politica da parte dell’individuo contemporaneo, è pur vero che la società recepisce in maniera attiva le innovazioni tecnologiche, appropriandosene e plasmandole in base ai propri bisogni e orizzonti culturali. Allo stesso tempo, però, per favorire un uso oculato e consapevole del web, è necessario assumere un atteggiamento critico nei riguardi della cultura tecnologica.

            Nello specifico, in campo artistico, si è consumata una diatriba – apparentemente terminologica, e che ruotava intorno al significato da attribuire ai termini net.art e art on the net –, fondata, in realtà, su concezioni della rete diametralmente opposte: «Da un lato la Rete come nuovo mezzo di distribuzione delle informazioni, dall’altro come nuovo modello di relazione sociale. […] Alla fine del dibattito, la maggior parte degli intervenuti si esprimeva a favore del termine “net.art”, non solo per la sua sinteticità ed eleganza, ma anche perché, anteponendo il suffisso net, esaltava il carattere interattivo, processuale e collaborativo di questa pratica. […] La net.art come “arte di fare network”, dunque, e non solo come arte veicolata e diffusa attraverso Internet. “Art on the net” avrebbe definito invece la Rete come strumento accessorio, come mezzo di illustrazione e distribuzione di opere preesistenti e prodotte altrove» (Deseriis e Marano 2003, 16-17). Di conseguenza, l’arte può esercitare sulla collettività una forza critica atta a favorire un aumento della consapevolezza da parte degli individui circa i pericoli di una cultura tecnologica pilotata prevalentemente da meri interessi economici di mercato, e se il proliferare delle reti digitali «ha alterato irrimediabilmente l’orizzonte sociale, culturale ed economico in cui si trovano a operare gli artisti, c’è chi non rinuncia al tentativo di forzare dall’interno il dominio delle nuove tecnologie, senza tuttavia riuscire ad affrancarsi completamente. È il caso degli artisti che decidono di servirsi di un approccio low-tech, a basso impatto tecnologico, o di chi sconfina nell’analogico: le nuove forme d’arte che emergono al di là della frontiera, nel post-digitale» (Pisano 2012). In particolare, nonostante la resistenza al digitale da parte di taluni artisti possa assumere le connotazioni di una presa di posizione netta e radicale, questa, tuttavia, trova spiegazione e giustificazione nella volontà di opporsi ai modelli consumistici affermatisi in epoca contemporanea e veicolati, appunto, attraverso i media digitali (ibidem). In linea con questa assunzione, appare utile ricordare la posizione di Nicolas Bourriaud (2004) in materia di arte della postproduzione come risposta al caos dilagante e tipico della cultura globale: «Inserendo nella propria opera quella di altri, gli artisti contribuiscono allo sradicamento della tradizionale distinzione tra produzione e consumo, creazione e copia, readymade e opera originale. Il materiale manipolato non è più primario» (Bourriaud 2004).

            Un’impronta di radicato scetticismo tinge di grigio il dibattito sul ruolo della rete anche nella sfera della politica. A tal proposito, sarà utile analizzare la posizione di Evgenij Morozov – esperto di nuovi media e studioso degli effetti dispiegati sulla società e sulla politica dalla diffusione della tecnologia –, che, in The Net Delusion: The Dark Side of Internet Freedom (trad. it. L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di Internet), sviluppa un’accurata disamina dei rischi connessi all’utilizzo del web nelle tradizionali pratiche della politica, in antitesi rispetto al dilagante “cyber-ottimismo”. Il politologo bielorusso, si schiera contro la tesi secondo la quale si starebbe progressivamente diffondendo una nuova forma di democrazia globale scaturita dalla rete: l’autore scardina le comuni ideologie legate al ruolo salvifico della rete – quale potenziale alternativa alle pratiche politiche e associative tradizionali –, in favore di una distribuzione egualitaria degli strumenti di partecipazione resa possibile dalle potenzialità del web. Morozov, attraverso una minuziosa analisi degli interessi economici e politici che si celano dietro questa retorica – pur concordando con l’idea dell’eccezionale potenzialità della rete in termini di comunicazione e vantaggi offerti ai soggetti –, tuttavia sostiene che è necessario sapersi destreggiare nell’irretito spazio virtuale di internet per evitare di esserne strumentalizzati (Morozov 2011). Pertanto, in quanto fautore e convinto sostenitore di una visione critica e radicale della “retorica digitale”, Morozov espone il suo punto di vista in materia di movimenti politici nati sul web, situandosi in uno spazio ideologico diametralmente opposto rispetto a quello di chi, come Manuel Castells (2012), vede proprio in internet il futuro della democrazia contemporanea.

            Nello specifico, il sociologo della rete dedica la sua ultima opera – Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell’era di Internet –, al fenomeno della nascita e della proliferazione dei movimenti sociali online, evidenziando la forza e la pervasività di questi gruppi di individui che, proprio nel web 2.0, trovano un punto di incontro ed un’arena di confronto. Castells, al fine di avvalorare la sua tesi, propone al lettore alcuni esempi emblematici di movimenti sociali online che, nati a partire da spinte provenienti dal popolo, si sono reificati ed hanno assunto forma concreta nella rete: «La continua trasformazione delle tecnologie di comunicazione nell’era digitale estende la portata dei media a tutti gli ambiti della vita sociale in un network che è al contempo globale e locale, generico e personalizzato, secondo uno schema in continuo mutamento» (Castells 2012, XIX). Tuttavia, è necessario considerare il limite sostanziale connesso all’effettivo grado di accessibilità del cyberspazio: non tutti sono in grado di servirsi della rete e il cosiddetto digital divide comprende forme di esclusione di tipo sociale, politico e comunicativo, legate a diversi fattori, tra i quali, ad esempio, il divario generazionale e culturale (Pitteri 2007), nonché il ritardo nello sviluppo della banda larga, come, appunto, nel caso italiano.

            In definitiva, pensare alla rete come un luogo di propagazione naturale dell’arte e della democrazia appare iperbolico e fuorviante: perché si inneschino processi di cambiamento sociale, rinnovamento artistico e trasformazione politica è necessario restare ancorati alla realtà: il web si configura dunque come «un canale complementare e non sostitutivo rispetto agli altri mezzi di informazione: non è quindi opportuno contrapporre due realtà, quella online e quella offline, che sono invece strettamente collegate fra loro […]. Adozione e uso massiccio delle tecnologie non sono sufficienti a superare un dilemma classico delle organizzazioni politiche, ovvero quella tensione irrisolta fra desiderio di partecipare attivamente alle decisioni da parte della base ed esigenze di esercitare un controllo ferreo da parte di una dirigenza oligarchica» (Mosca e Vaccari 2012, 193-194). Per muoversi nello spazio di internet con consapevolezza e disinvoltura, occorre assumere un atteggiamento critico da digital literate, apprendendo «il codice che si nasconde dietro le cose comuni, o quantomeno capire che esistono dei codici nascosti tra le interfacce di siti e programmi» (Rushkoff 2012). Solo seguendo queste direttive si potrà programmare evitando di essere programmati.

 


Riferimenti bibliografici

 

Bourriaud, N. (2004), Postproduction. Come l’arte riprogramma il mondo, Milano:     Postmedia Books.

Cascone, K. (2000), The Aesthetics of Failure: “Post-Digital” Tendencies in      Contemporary Computer Music, Computer Music Journal, 24:4, pp. 12-18,    Massachusetts Institute of Technology.

Castells, M. (2009), Comunicazione e Potere, Milano: Università Bocconi Editore.

Castells, M. (2012), Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell’era di        Internet, Milano: Università Bocconi Editore.

De Feo, L. (2009), Dai corpi cibernetici agli spazi virtuali. Per una storiografia   filosofica del    digitale, Catanzaro: Rubbettino Editore.

Deseriis, M., Marano, G. (2003), Net.Art. L’arte della connessione, Milano: ShaKe     Edizioni.

Favaro, S. (2010), Post-digitale: welcome to the real world, 25 maggio,             http://culturapostdigitale.wordpress.com/2010/05/25/post-digitale-welcome-to-    the-real-world/.

Menichini, R. (2013), Morozov e la “retorica web” del M5S. “Sono scatole oscure,      non democrazia”, La Repubblica.

Morozov, E. (2011), The Net Delusion. The Dark Side of Internet Freedom, New          York: Public   Affairs.

Mosca, L., Vaccari, C. (2012), “Il Movimento e la rete”, in P. Corbetta, E. Gualmini (a    cura di), Il partito di Grillo, Bologna: il Mulino.

Rushkoff, D. (2012), Programma o sarai programmato. Dieci istruzioni per      sopravvivere nell’era digitale, Milano: Postmedia Books.

Pisano, L. (2012), Post-digitali senza nostalgia, 2 aprile, Corriere della Sera.it:    http://lettura.corriere.it/post-digitali-senza-nostalgia/.

Pitteri, D. (2007), Democrazia elettronica, Roma – Bari: Editori Laterza.

 

 

Augusto Cocorullo – Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze Sociali – Dottorato di Ricerca in Scienze Sociali e Statistiche – XXIX ciclo