Foucault, le nuove tratte e le vite negate di Raffaele Vanacore


Quando Foucault, considerando che l’analisi psicoanalitica, e per questo storico-ontologica, di Freud, aveva lasciato da parte alcune categorie umane, decise di colmare quel vuoto, iniziò l’indagine su quelle che erano le condizioni meno umane (e per questo alienate per antonomasia) del tempo: la follia ed il carcere. Se, infatti, “la follia detiene la verità della psicologia” e se, inoltre, la disciplina carceraria altro non era se non “un sistema per assoggettare i corpi, per dominare le molteplicità umane e manipolare le loro forze”, egli non considerò che vi era un’altra condizione, ancora, a cui l’attenzione umana non si era – con decisione –  rivolta. Questa era la condizione del migrante, dell’apolide: condizione sub-sociale e, per questo, sub-umana.

Noi italiani avremmo dovuto tenerla ben presente: era la condizione di chi, per l’incapacità del proprio Paese a sostenerlo, emigrava, non solo per trovare lavoro, ma per mangiare. Fu così che, sfruttando la sub-socialità degli emigrati italiani in America, Rockefeller poté  compiere il massacro degli scioperanti a Ludlow: non esisteva giustizia né legge, i 21 minatori uccisi (tra cui 12 donne e bambini) non ne avevano diritto ad una vita decente, i bambini dovevano lavorare. Questo era l’insegnamento, l’alternativa era il massacro.

Insomma, la condizione dell’apolide è quella di chi, in quanto “non degno” di vivere in una determinata società, viene alienato dai diritti più elementari, quali la giustizia, e dalla società stessa. Noi che ci riteniamo intellettualmente progressisti e ci scandalizziamo di fronte alle più comode stronzate che TV e giornali quotidianamente ci propinano, perdiamo il fiato per indignarci per il barbaro comportamento che riserviamo ai migranti africani. Semplicemente essi non hanno alcun diritto: la loro colpa è quella di essere dei negri nati in società razzialmente inferiori. Ci sentiamo sollevati: come a dire, “che ci possiamo fare se ci sono anche delle bestie al mondo?”. Peraltro, ci sentiamo anche giustificati ad andar qua e là per il mondo a bombardare villaggi indifesi, giusto per fare qualche guerra. La grande maggioranza di questi migranti scappa da Paesi depredati da ogni ricchezza dopo anni di colonialismo e di imperialismo: la differenza tecnologica è diventata differenza ontologica. Esistono razze diverse e chi sta nella razza inferiore non ha diritto a salvarsi. Deve affogare a mare. O al massimo venir torturato ed umiliato quotidianamente nei campi di concentramento, che no, non si trovano solo nei film sul nazismo, ma anche a Lampedusa ed in Sicilia. Solo che no, la parola “campi di concentramento” non ci piace, meglio “campi di accoglienza”, per la Neolingua è meglio così.

Sono apolidi nel vero senso della parola: non hanno un villaggio, una casa, uno Stato. Case e villaggi sono stati in larga parte distrutti, gli Stati sono stati creati dagli Imperi colonialisti per meglio dividersi l’Africa.I barconi affondano, i migranti muoiono e noi non ce ne freghiamo. Preferiamo rivolgere l’attenzione ad improbabili riforme del Senato o ad ancor più improbabili regali di qualche decina di euro al mese da parte del governo. La morte quotidiana, ed il dramma umano, di milioni di persone non ci interessano.

Quando potrà cambiare questo atteggiamento fascista?

Quando il diritto di ogni persona al mondo diventerà il nostro diritto?

Quando la condizione del migrante diventerà condizione di riscatto umano?

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