Berlinguer, la questione morale ed il riformismo sociale


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La questione Berlinguer vien solitamente ricondotta, in sintesi, alla questione morale. Ma cos’è la morale? La morale in senso politico, e per questo etico, secondo Kant non è “null’altro se non l’autonomia della ragion pura pratica, cioè della libertà ”. Posta dunque la libertà come radice etico-politica della morale, ecco che questa viene ad assumere la sua più concreta espressione in un passo del coraggioso discorso di Berlinguer al congresso di Mosca del ’76: l’indimenticato politico sardo afferma, infatti, che “noi ci battiamo per una società socialista che sia il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e garantisca il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose e della libertà della cultura, dell’arte e delle scienze”. Per Berlinguer la morale è libertà e la libertà è lotta politica.

A questo punto giungiamo alla questione cruciale. Rivelata, infatti, la natura della morale – che consiste, come visto, nella libertà – ne deriva che la stessa natura del compromesso storico è la libertà e che quindi la questione morale coincide, in larga parte, col compromesso storico. In altre parole, dal momento che il compromesso storico si poneva come argine democratico ad una deriva autoritaria-golpista dell’Italia degli anni ’70 – tutt’altro che improbabile in considerazione non solo del colpo di Stato cileno di Pinochet (e delle future barbarie di una dittatura come quella argentina di Videla), ma anche della natura autoritaria delle istituzioni delle altre nazioni mediterranee (Franco in Spagna, Salazar in  Portogallo, i colonelli in Grecia) – la questione morale si rivela come presupposto del compromesso storico.

Se quindi l’obiettivo del compromesso storico è la libertà, ha ancora senso oggi parlare di questione morale, e quindi di compromesso storico? Scacciati i fantasmi di dittature quasi coreografiche (le divise di un Franco o di un Videla sono certamente molto sceniche..), emergono, tuttavia, dittature più velate, in quanto conformizzate al tipo medio, ma non per questo meno pericolose. Negli ultimi anni, infatti, la netta sottrazione di potere politico ai cittadini e la sua redistribuzione alla top class – secondo l’ormai celebre definizione di “un dollaro un voto” (Stiglitz) – ha reso possibile l’imposizione di strategie critiche che hanno devastato la socialità, ossia il ruolo nella società, di milioni di persone in Italia e nel mondo. Secondo B. C. Lynn “la vera competizione, in altre parole, è tra i miliardari che creano e governano monopoli come Wal Mart e persone come voi e me” (citato in Finanzcapitalismo di L. Gallino). In sostanza, in una società liquida, peraltro caratterizzata dalla “fine delle classi sociali” (L. Gallino), la vera contrapposizione è tra un residuo gruppo di capitalisti monopolisti (l’1% di Sriglitz) ed il resto della popolazione.

È possibile, in un tal quadro, ipotizzare un compromesso storico per scongiurare la dittatura del capitale?  Con chi dovrebbe avvenire oggi il compromesso storico? È possibile pensare che quest’ingorda classe creatrice ed auto-consumatrice di denaro, così largamente dominante oggi, accetti un compromesso storico?

Come già Berlinguer aveva intuito ormai più di 30 anni fa, la situazione ecologica mondiale è ormai allo stremo: non è casuale, che oggi il Lancet, tra le più rilevanti riviste scientifiche, abbia lanciato un sentito “Manifesto per la salute” (che avrebbe potuto esser stato scritto da Enrico!), che si basa sul presupposto che “i nostri modelli di sovra-consumo sono insostenibili e finiranno per causare il collasso della nostra civiltà. […]. La nostra tolleranza per il neoliberismo e le forze transnazionali che si dedicano a soddisfare bisogni estremamente lontani da quelli della stragrande maggioranza delle persone, e specialmente di quelle più deprivate e vulnerabili, sta solo approfondendo la crisi che abbiamo davanti”.

Questa era, ed è, l’austerità di cui parlava Berlinguer. Lungi dalla tecnocratica austerità oggi imposta, che prevede un ridimensionamento sociale tramite una riduzione del patrimonio individuale, l’austerità di Berlinguer, e del Lancet, è – al contrario – un processo di arricchimento umano, sociale ed ecosistemico. Veniamo dunque al punto: come e con chi realizzare il nuovo promesso storico?

Il nuovo compromesso storico – saltata ogni distinzione di classe, lievitata l’importanza della politica transnazionale, enfatizzata la connettività, concretizzatasi la dittatura del capitalismo – dovrebbe svilupparsi come comunione sociale, post-ideologica, trans-nazionale, di idee e progetti (insomma, come partecipazione) finalizzati ad arginare la dittatura del capitale (del “dollaro”) ed a riportare in scena una democrazia libera. L’unica prospettiva, in tal senso, sembra quella di pensare un’altra società, di studiare le possibili alternative socio-economiche e di lottare per attuarle.

Come avrebbe concluso Berlinguer, “se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”.

Raffaele Vanacore
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