IL MANIFESTO DI VENTOTENE. PER UN’EUROPA LIBERA ED UNITA

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INTRODUZIONE ED ANALISI DELLA PREFAZIONE DI EUGENIO COLORNI ALL’EDIZIONE 1944

La comprensione dell’attualità, oltre che dell’importanza, del Manifesto di Ventotene si fa piena considerando il titolo in toto: difatti, quello a cui aspirano Spinelli e Rossi è un’ Europa libera ed unita. In tal senso, si rivelano i due aspetti peculiari della loro visionaria e possente passione  (non dimentichiamo che mentre scrivevano il nazismo imperava in Europa): da un lato, dunque, c’è la ben conosciuta unità europea (aspetto sul quale torneremo più avanti), dall’altro si riscontra quella che dovrebbe essere l’architrave di una unione europea realmente realizzatasi. Questa è la libertà.

Essa non va intesa soltanto come libertà individuale, ma altresì come libertà da vincoli esteri. E ciò risulta decisamente rilevante in questa terzo millennio, caratterizzato per un verso dall’avanzata russa, che crea dipendenza economica grazie alle sue riserve di gas e petrolio, e dall’altro dalla sempre stabile influenza (per non dire egemonia) degli Stati Uniti sulla gran parte degli Stati europei.

È singolare, dunque, che mentre le idee centrali del Manifesto andavano maturando – e quindi mentre si affrontava con forza la necessità di una libertà dall’esterno – allo stesso tempo Erich Fromm, nel suo “Fuga dalla libertà” analizzava nitidamente il problema della libertà interiore, riconoscendo che “milioni di persone, invece di volere la libertà, cercavano i modi di evaderne”. Insomma, per Fromm “la crisi della democrazia non è problema peculiarmente italiano e tedesco, ma è problema di ogni Stato moderno”. Si evince da ciò – agevolmente –che il problema decisivo non è solo quello di creare le condizioni socio-economiche per un pieno libertà dall’esterno, ma anche quello di generare – ove e se possibile – le premesse cognitive per una piena libertà dall’interno.

Questo punto è fondamentale e da ciò si ricava la natura marxista del pensiero di Spinelli e Rossi; se per Marx il lavoro alienato incatena e soggioga l’uomo, per gli autori del Manifesto è la guerra ad assoggettare l’uomo: “le libertà individuali si riducono al nulla, dal momento che tutti sono militarizzati e continuamente chiamati a prestare servizio militare”. La liberazione dal lavoro alienato rappresenta una liberazione per l’individuo tanto quanto la liberazione dal giogo della guerra: la ricerca della pace risulta, dunque, la ricerca della libertà individuale.

È sempre Fromm a stabilire – in via definitiva – il nocciolo della questione quando cita, magistralmente, un celebre passo di “Freedom and Culture” di Dewey: “la vera minaccia per la nostra democrazia non è l’esistenza di Stati totalitari stranieri. È l’esistenza, nei nostri atteggiamenti personali e nelle nostre istituzioni, di condizioni che in paesi stranieri hanno dato la vittoria all’autorità esterna, alla disciplina, all’uniformità ed alla sottomissione al Capo. E quindi il campo di battaglia è anche qui: in noi stessi e nelle nostre istituzioni”.

È oltremodo chiaro, dunque, come il problema è, inestricabilmente, in noi e nelle nostre istituzioni, dal momento che – e qui ci ricolleghiamo alla più coerente tradizione marxista – sono le istituzioni a costituirsi come coscienza individuale. In somma, istituzioni libere equivalgono ad individui liberi. Ma quali sono queste istituzioni libere? Non di certo gli stati sovrani che – come rileva Colorni nella Prefazione all’edizione del ’44 – “geograficamente, economicamente, militarmente individuati” praticano un bellum omnia contra omnes. Cosa dunque può apportare la pace, e dunque la libertà – sociale ed individuale?

Scacciato “il tacito presupposto dell’esistenza dello stato nazionale” (concetto, quindi, incontrovertibilmente storico e, pertanto, superabile), occorre procedere alla “creazione delle premesse, economiche, politiche, morali per l’instaurazione di un ordinamento federale che abbracci tutto il continente”. È forse un caso che lo stesso Colorni citi espressamente le “premesse morali” come fondamento di una nuova società libera? Risulta, infatti, notevole rilevare come vi sia un fulcro marxista-freudiano della questione della libertà, che da un lato evolverà come psico-sociologia – si pensi alla Scuola di Francoforte, in cui si forma appunto Fromm – dall’altro come economia politica – si pensi proprio agli esponenti del Manifesto.

Ma quali sono queste “premesse”? Colorni le riconosce in: esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni tra gli stati appartenenti alla Federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica. Queste sono, in conclusione, le premesse – ben chiarite da Colorni nella prefazione – per una Federazione di Stati che liberi la società e l’individuo.

Raffaele Vanacore
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1914-2014, L’Europa affronta il suo “esame di maturità”

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Cent’anni fa nessuno auspicava di certo una traccia del genere, nelle scuole di tutta Italia. Una fra quelle prescelte dal Ministero dell’Istruzione per la prima prova dell’esame di Stato 2014 come tema storico – tipologia C – riguarda appunto il confronto fra il vecchio continente com’era allo scoppiare della prima guerra mondiale e quello odierno. Ma l’Europa ha realmente passato il suo “esame di maturità” ?

Gli studenti più ferrati su questa materia saranno in grado di dare il loro responso a questa bella domanda. La memoria riporta allo scorso anno, quando per la stessa tipologia di tema d’esame Pigs e Brics furono croce e delizia di alunni ed insegnanti. Nessuno ancora ci ha fatto i conti, ma la grave carenza di informazione sulle tematiche europee – che rappresentano pur sempre parte della storia contemporanea – è sembrata sussistere nel 2013 nella maggioranza delle scuole italiane, specialmente quelle della provincia più remota.

Ebbene, per il secondo anno di fila è l’Europa a spopolare fra tutte le possibili tracce storiche ministeriali. Il raffronto fra la Grande Guerra, di cui a breve ricorrerà l’anniversario dello scoppio (28 giugno 1914 – 28 giugno 2014), è non a caso l’oggetto della prima prova della maturità di quest’anno. Cento anni fa nessuno avrebbe mai pensato a quel che dopo ben due conflitti mondiali sarebbe potuto accadere in Europa. Dall’assassinio dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando d’Asburgo a Sarajevo nel 1914 è scattata infatti una scintilla che avrebbe di lì a poco cambiato per sempre gli equilibri geopolitici del continente. Le grandi potenze centro europee (Austria e Germania) videro ridimensionate fortemente le proprie ambizioni, dopo la sconfitta. Il blocco occidentale vittorioso, con l’adesione degli Stati Uniti, avrebbe portato poi alla Società delle Nazioni, soppiantata dopo la seconda guerra mondiale dall’attuale ONU. L’Europa, dal canto suo, avrebbe iniziato ad assumere connotati di una vera e propria Istituzione di diritto internazionale solo negli anni ’50. Da oltre due mesi vediamo in tv spot pubblicitari che recitano lo slogan “Di Europa si deve parlare!”. Allora vuol dire che qualcuno finalmente se n’è accorto e che gli stessi studenti – magari quelli più avveduti – potrebbero durante la loro prova d’esame testare le reali capacità della società attuale di confrontarsi con l’argomento Europa così com’è oggi.

Strano ma vero! Gavrilo Princip (lo studente serbo che uccise l’arciduca d’Austria a Sarajevo nel 1914 – ndr) costituisce la chiave di volta per capire l’Europa che sarebbe venuta di lì ai seguenti cent’anni. Russia, Impero Ottomano, Italia alle prese con il completamento dell’unità nazionale, Germania, Austria, Usa, Gran Bretagna, Francia e altri Stati aderenti all’uno o all’altro blocco hanno quindi scritto le sorti del mondo e dell’Europa stessa. Sorvolando su tutto quanto accaduto nel mezzo, magari con un cenno alle contrastanti idee d’Europa seguenti ad Alcide De Gasperi ed Altiero Spinelli a cavallo fra anni ‘40 e ’50 del Novecento, oggi ci si ritrova con un continente alle prese con un problema d’identità.

Se nel 1914 era l’identità nazionale a vacillare di fronte all’imperialismo sovietico, turco, austro-tedesco, adesso invece il gigante dai piedi d’argilla che è l’Unione Europea è messo alla prova da tantissimi “esami di maturità”. Quali ? Eccone un rapido elenco, auspicabile quale punto di vista assunto da parte di quegli studenti che sceglieranno la traccia C.

La questione del gas dalla Russia, dopo l’annuncio delle ultime ore del colosso Gazprom di voler tagliare le forniture di metano all’Ucraina e, quindi, a tutta l’Europa. Dove e come approvvigionarsi di fonti energetiche alternative è la prova di maturità dell’Europa oggi. La “guerra del gas” che segue alla (seconda) guerra di Crimea, insomma. Altra vicenda, l’immigrazione clandestina. Frontex, Mare Nostrum, sono solo nomi dietro i quali l’Ue si sta celando lasciando in concreto la patata bollente all’Italia in quanto Stato. Il Ministro dell’Interno Angelino Alfano ha quindi dichiarato pubblicamente di voler sospendere il programma d’accoglienza se l’Europa non darà prova di maturità, ancora, sul fronte immigrazione dal nord Africa.

Integrazione, scambi giovanili, Erasmus e altri simili, ecco un altro terreno minato dove pochi mesi fa l’Ue ha tentennato per motivi economici, mettendo a rischio i sogni di milioni di studenti desiderosi di viaggiare e confrontarsi con altre realtà lavorative attraverso esperienze internazionali. Poi, a seguire : crisi economica, stop all’Euro, tassi d’interesse, Unione bancaria, Federazione Europea. Tutti temi che le istituzioni dell’Ue, l’indomani delle elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, stanno lentamente affrontando ma senza concrete soluzioni di breve periodo.

Insomma, mentre agli studenti di tutta Italia basteranno solo sei ore per mettere nero su bianco le reali possibilità di svolta per l’Europa di oggi confrontandola con quella di cent’anni fa, cosa farà l’Unione nei prossimi mesi – per di più i mesi del “semestre italiano” ? L’Europa a cent’anni dalla Grande Guerra ha davvero superato il suo esame di maturità ???

di Francesco Pascuzzo

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MOSE, EXPO….E POI??? LAGUNA VENETA, GRAVI VIOLAZIONI DI DIRETTIVE UE SU AMBIENTE ED APPALTI

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Quando ci sono di mezzo gli appalti pubblici è sicuro che, qualsiasi essa sia, la bomba farà sempre notizia. Specialmente in Italia, paese ormai additato da tutta Europa come patria di ladri e imprenditori senza scrupoli dediti al malaffare. Politica corrotta, tangenti, appalti truccati e persino violazioni di quanto disposto dall’Ue e recepito dallo Stato italiano, ecco la costante di un paese ormai alla deriva.

I disonesti cercano sempre di farla franca. “Siamo furbi che più furbi di così si muore” canta Luciano Ligabue nella sua recente Il sale della terra. L’indignazione popolare cresce fra gli italiani onesti, per una società che fa notizia sempre e solo per fatti criminali e corruzione a tutti i livelli dalla macchina amministrativa. Smascherata dalla Procura di Venezia la cupola degli appalti per il Mose – ovvero il sistema di dighe e chiuse che avrebbe dovuto evitare il fenomeno dell’acqua alta nel capoluogo veneto – ecco aprirsi un mondo davanti agli investigatori, ma anche davanti ai fortunati giornalisti che seguiranno direttamente l’inchiesta. Super testimoni, come la segretaria del leader della ditta Mantovani principale indiziata – capofila di quell’incriminato “Consorzio Venezia Nuova” che avrebbe tessuto le fila della rete di appalti truccati e di tangenti versate a pubblici funzionari. Insospettabili che allo stato attuale starebbero intentando improbabili querele ai danni dei loro presunti traditori, di coloro che avrebbero fatto il loro nome. Dal sindaco di Venezia Giorgio Orsoni al presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan. Dagli appalti lagunari alle connesse opere per il passante stradale di Mestre (Ve) e per gli ospedali locali, tutto è finito nel calderone della mega inchiesta veneziana. Lo stesso Expo Milano 2015 non è al di sopra di ogni sospetto, anzi le grandi opere – che a livello comunitario vogliono dire anche “grandi deroghe” quanto al regime contabile – agguantano come una piovra tutti i protagonisti, volenti o nolenti, che ci siano finiti dentro per chi sa quali oscure ragioni. Ora spetta ai magistrati chiarire l’intricata vicenda veneta, mentre a vigilare sulle insidiose gare d’appalto milanesi per l’Expo del prossimo anno sarà l’illustre giudice Raffaele Cantone alla guida dell’Autorità Garante Anticorruzione. L’illecito ambientale, tornando al caso Mose, è dietro l’angolo. Vicinissimi al nuovo reato di “disastro ambientale” come avvenuto in Campania con la “terra dei fuochi”, il caso Venezia riporta al lontano 1997, quando lo stesso Ministero dell’Ambiente vietò l’avvio di determinati cantieri in Laguna. L’Unione Europea aveva emanato già anni addietro delle normative sull’habitat e sulla fauna selvatica di determinati ecosistemi. Tenendo conto della situazione di alta insalubrità delle acque di Porto Marghera, nella laguna, dovuta ad anni e anni di attività del complesso petrolchimico attivo nella zona, è ancora più grave la violazione delle precedenti Direttive Ue recepite dagli Stati membri. In spregio a qualsiasi valutazione di impatto ambientale e di controllo sulle grandi opere è insomma venuta fuori, in questi giorni, un’abominevole violazione delle leggi vigenti, a partire dal nuovo Codice Ambiente del 2006. Il tutto nel quadro generale di strane procedure d’appalto, sempre più private e sempre meno ad evidenza pubblica come prescritto dalla legge.

Francesco Pascuzzo
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Europa, un problema di comunicazione e di…..educazione – di Francesco Pascuzzo

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Di Europa si parla sempre meno del dovuto, quando poco quando troppo fino alla nausea. Ma l’effetto è sempre lo stesso. Al voto si sono recati molti meno italiani rispetto al 2009, quando il Parlamento Europeo era fresco di novità dopo il varo della strategia di Lisbona (2008). Oggi, facendo i conti con la netta affermazione delle forze stataliste ed euroscettiche – da Farage al FN della Le Pen alla Lega Nord fino ai 5 stelle – è automatico dover fare riferimento anche ad un sempre più evidente problema di comunicazione.

Che si tratti di comunicazione distorta, o di informazione in senso univoco, sussiste comunque sia una netta presa di posizione contro l’Euro e contro l’integrazione europea. Fra i grandi d’Europa, come sottolineato l’indomani delle elezioni dal quotidiano Il Sole 24 ore in una rapida analisi delle forze del nuovo Parlamento di Strasburgo, a far la voce grossa e sbattere i pugni sul tavolo è stata senza dubbio la Francia. La punizione transalpina alla classe politica del Presidente Hollànde e la netta affermazione del Front Nacionàl di Marine Le Pen suona troppo da schiaffo morale al resto d’Europa. L’asse con Berlino può ora ritenersi interrotto.

Analizzando Stati come l’Italia o altri paesi dell’Europa del sud, quindi mediterranea, salta all’occhio invece il progressivo lento declino di quelle belle parole e velleità d’integrazione con la sponda sud del mare nostrum. Chiusisi in sé stessi – salvo il boom del Pd di Matteo Renzi (40 %) – i paesi euro mediterranei hanno praticamente abbandonato ogni speranza di “contagio” con le culture dei loro dirimpettai. Negli anni ’90 con la Dichiarazione di Barcellona si tentò una prima via verso il superamento dei confini, con il lancio di politiche d’integrazione con il nord Africa poi fallite a cause di serpeggianti nazionalismi sotterranei. La dottrina dello “scontro di civiltà” seguente la Guerra fredda fra Usa e Urss sembra essere stata totalmente messa da parte, per lasciar spazio ad un ritorno alla chiusura in sé stessi per trincerarsi dietro lo spauracchio della crisi economica. Anche in tal caso un problema di comunicazione, come lo è stato tre anni fa in occasione delle primavere arabe nel Maghreb oppure per l’annosa questione Frontex (inadatta a fronteggiare l’immigrazione clandestina in Italia). Quello che i partenariati euro mediterranei avrebbero potuto significare se applicati alla lettera può ora ritenersi lettera morta in seguito al voto dello scorso 25 maggio. Sempre negli anni ’90 partì dall’europarlamentare Jaques Delors un nuovo piano di comunicazione europea, che garantisse efficacia nell’informare il pubblico circa le politiche dell’Ue. Ma giocoforza le ondate populiste ed euroscettiche degli ultimi anni hanno preso in mano la situazione, restando poca cosa le belle intenzioni di alcuni anni fa contenute nel Libro Bianco sulla Comunicazione dello stesso Delors.

Le frontiere della comunicazione multimediale, con Twitter e gli altri social network divulgativi stentano ancora a mostrare la loro reale potenza rendendo sexy le tematiche europee per i comuni cittadini. L’Europa resta ancora oggi uno stereotipo lontanissimo dall’uomo qualunque, dal povero pensionato di paese e dal giovane senza speranze della piccola provincia meridionale. I media di oggi possono ancora dire l’ultima parola contro il deficit d’informazione ormai endemico nell’eurozona ? Tre sono gli obiettivi cardine: comunicare, informare, educare. L’ultimo di essi quello di più difficile attuazione. Il dibattito non è però assolutamente morto, anzi è proprio in questi giorni che ad esempio nella città di Napoli ci si sta confrontando intorno alle reali possibilità di riuscita delle nuove generazioni nella futura Europa 2020. Un interessante dibattito è stato infatti avviato intorno a tale tema dall’associazione Prospettiva Europea in collaborazione con la sezione Gfe Napoli (Gioventù federalista europea). In memoria del Manifesto di Ventotene e di Altiero Spinelli non muore, anzi risorge in questi giorni, quell’originaria spinta verso l’unitarietà europea.

Francesco Pascuzzo

 
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Cosa fare?

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Il diradarsi del profilo politico italiano, ormai intrecciato a quello europeo,consente una chiara definizione dello stesso: da un lato, infatti, sembrano cristallizzarsi quelle forme monostatiche – e quasi indistinguibili – di “governi delle larghe intese”. Essi, in altre parole, rispecchiano nient’altro che vecchie forme partitiche – per non dire vecchi centri di potere – non più in grado, per il loro stesso fallimento, di assicurarsi da sole il potere. Ecco che allora necessitano l’una dell’altra per alimentare il proprio potere, spesso così ben radicato nei più profondi, quanto nei più superficiali, gangli istituzionali dei vari Paesi. Il collante di queste proposte, differenti spesso solo per il colore dei simboli, in quanto esse stesse vittime di un’osmosi incontrastabile, per sua natura liquida, non è nient’altro se non l’ideologia economica, che – in conseguenza dello sradicamento della cultura come forma politica – si è radicata, ipso facto, come fondamento di ogni politica. La divisione politica non è più culturale, è economica. Questo concetto può non sembrare nuovo – di certo è di matrice marxista – ma si rivela di assoluta rilevanza se posto in relazione con l’evidenza che partiti, pur culturalmente diversi, sono ormai economicamente armonizzati. È per tale motivo, dunque, che la battaglia politica futura si svolgerà su basi economiche.

Difatti, se da un lato – come visto – l’orizzonte politico è occupato da questo monolitico, ma fluido, blocco autocratico, dall’altro lato si levano all’orizzonte nuove forme di nazionalismi egoistici e di razzismi xeno-omofobi. Essi sfruttano – come già Altiero Spinelli ricordava nella sezione del Manifesto dedicata alla formazione degli Stati Uniti d’Europa – “le tendenze atavistiche latenti nell’animo umano” e lo Spinelli scopriva, con lucida lungimiranza e franchezza, che questo “è in realtà un docile strumento in mano alle ristrette caste veramente dominanti ed è adoperato per sottomettere altri popoli” (ibidem). Ora, svelata la natura viziata – perché cognitivamente fondata e socialmente sfruttata – dei nuovi razzismi, ricordato che i fascismi nacquero come risposta di queste classi dominanti all’avanzare delle rivendicazioni socialiste (), posto a fondamento dell’azione politica sincera la creazione – in senso francofortese – di una “società senza sfruttamento”, si impone l’esigenza di una politica altresì fondata. L’evidenza che tanto il monocratico blocco delle “larghe intese” quanto i nuovi razzismi sono “in mano alle ristrette caste veramente dominanti” e che – per compiacere i loro interessi – praticano una politica economica di stampo schiettamente neoliberista, il cui unico scopo è quello di una ridistribuzione bottom-up della ricchezza ed il cui unico risultato – non imprevedibile – è stato la creazione di una società estremamente diseguale, suggerisce – in un’ottica di scontro economico, come delineato all’inizio – la genesi di un movimento con nuove basi economiche.

A fondamento di questa sfida politica all’economia neoliberista andrebbe posta una seria ricerca socio-economica che crei le fondamenta per un nuovo tipo di società. Ad esempio, sia la vecchia concezione keynesiana di fondi statali all’economia per stimolare la crescita – per la constatazione che gran parte di questi fondi finiscono in mano a capitali monopolistici con gli unici risultati di arricchire questi ultimi e di aumentare il debito pubblico – sia la concezione della tassazione come redistribuzione della ricchezza – per il medesimo fatto: i soldi delle tasse vanno a finanziare spesso abili gruppi finanziari (vedi) – impongono la ricerca di strade alternative per lo sviluppo e per la creazione di lavoro. Ad esempio, è possibile riconoscere perché il debito pubblico è aumentato, svelando i colpevoli e liberando così i singoli Paesi dall’obbligo di ripagare i debiti così contratti? Ancora, perché non parlare – oltre che di riduzione del debito – di aumento del Prodotto Interno Lordo, investendo nelle tecnologie e nel capitale umano? Questi, certo, sono solo modesti e banali esempi, ma devono servire per chiarire le vie da percorrere.

Per riuscire a sviluppare al massimo questa ricerca socio-economica occorre che tale movimento sia profondamente radicato nelle università, non solo in quelle economiche (che, tuttavia, sono largamente dominate da una cultura neoliberista, in massima parte espressione della Scuola di Chicago), ma anche, e soprattutto, in quelle di scienze sociali (vedi). In poche parole, la cultura in senso lato, la ricerca sociale insomma (vedi), dovrebbe essere il presupposto della formazione di questo movimento (come è avvenuto in Spagna con il movimento Podemos, per intenderci).

Un movimento così formato, poste queste basi economiche e la ricerca socio-economica come suo fondamento, dovrebbe poi dispiegarsi nella società. A questo punto – per affrontare il problema di primaria importanza, ossia la creazione del consenso – viene sicuramente in aiuto la tecnologia. Così come Roosevelt riuscì a creare un consenso – nonostante gli attacchi anche personali a lui e Keynes – potendo poi applicare quel New Deal che fece risollevare gli americani dalla devastante crisi del ’29, “entrando nelle case” grazie alla radio, ecco che, per applicare questo New Deal europeo, bisogna “entrare nelle case” degli italiani per spiegar loro le vere cause della crisi e far conoscere le proposte socio-economiche.

In tal modo – ed in associazione, ovviamente, alle più classiche forme di partecipazione politica quali il volontariato, le assemblee ecc. – si potrà creare una nuovo comunità, nel vero senso di pensieri ed idee comuni, che consentano all’Italia ed all’Europa di risollevarsi da queste situazione di sfruttamento.

Raffaele Vanacore
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Stati e nazioni

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Il concetto di Stato, ad un’analisi profonda, si pone come esso è realmente e come non ci appare: esso è un concetto storico ed, in quanto storico, deve concedersi ad una profonda critica ed all’analisi stessa del suo ruolo nel futuro. In somma, quale è e quale sarà il ruolo dello Stato nel mondo globalizzato?

Il concetto di Stato che noi abbiamo è quello di un territorio, solitamente omogeneo per cultura, religione e lingua, che si dà delle leggi, specie politiche ed economiche, atte a regolare la vita delle persone al suo interno. La finalità dello Stato sarebbe quella dello sviluppo di se stesso e, di conseguenza, della popolazione al suo interno. Posta in questi termine, la questione si svolge in questo testo: come si sviluppa lo Stato?

Lo Stato ha conosciuto diversi modi di espressione, a partire dalle poleis greche fino agli imperi di qualche secolo fa…

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Elezioni europee: cosa succederà?

L’esito di queste elezioni, che hanno travalicato i confini nazionali per spostarsi su di un piano più nettamente europeo, impone, per ciò stesso, una serie di riflessioni, che – appunto – non sono più nazionali, ma europee. È in questo contesto, infatti, che risulta evidente come il sistema politico tenderà verso un sistema proporzionale. Di conseguenza, scelte di campo politicamente ambigue non saranno più possibili: occorrerà lavorare in un contesto europeo, costruendo una piattaforma programmatica comune ed una base politica solida che possa attuare questo programma.

In tal contesto proporzionalizzato, la strategia politica finora preferita dall’attuale establishment politico-finanziario, per preservare se stesso e perseguire i propri interessi, schiettamente neoliberisti, è quella delle larghe intese: come è ormai evidente, le due principali formazioni di riferimento, il PPE ed il PSE, si coalizzano, si spartiscono le cariche e governano. La differenza tra loro non esiste più.

Ad opporsi a questa politica delle larghe intese sembra essere una emergente politica anti-sistema, che – pur legittima come fini – si basa su presupposti politici decisamente estremisti e reazionari: il collante di tali forze è, infatti, il più delle volte un fermo nazionalismo (spesso perseguito con il corollario dell’uscita dall’Euro o addirittura dall’UE) associato ad una politica anti-immigrati, autoctona ed ai limiti del razzismo.

A queste politiche delle larghe intese ed a quelle estremiste-nazionaliste dovrebbe opporsi, con l’obiettivo, tuttavia, piuttosto che di rimanere opposizione ad vitam (come taluni movimenti italiani sembrano prefiggersi), di creare le basi per governare e cambiare realmente l’attuale politica socio-economica europea, un movimento pan-europeo che abbia l’intento di salvaguardare i cittadini europei, specie quelli meno tutelati, dall’avanzata neoliberista, che ha caratterizzato gli ultimi decenni ed ha condotto ad una serie di diseguaglianze (precariarizzazione del mondo del lavoro, disoccupazione, smantellamento dello stato sociale, etc.), e di costruire su nuove basi il sistema di Welfare.

Sono le storture del sistema di redistribuzione del reddito (ad esempio, Amazon paga lo 0,5% sui ricavi delle vendite) e, di conseguenza, del sistema di tassazione, unitamente ai cambiamenti globali e demografici, ad aver messo in crisi i sistemi di Welfare europei, che si stanno avviando ad un rapido smantellamento. È proprio la consapevolezza di queste enormi difficoltà socio-economiche che rendono fondamentale – come base di questa nuova costruzione politica – la ricerca sociale, intesa – in senso francofortese – come studio tanto degli aspetti sociali ed economici, quanto di quelli psicologici e culturali.

In altri termini, la costruzione di questo progetto politico, di orizzonti europei (ma non limitato all’Europa, ma basato – ad esempio – anche sugli studi di diversi economisti americani quali Stiglitz e Krugman) non va intrapresa sulla base di slogan, che solitamente rendono accettabili, in altre parole mascherano, i veri interessi determinanti, ma sulla base di un reale studio dei fattori deterministici socio-economici che hanno reso talmente distorta la nostra realtà e di proposte, in tal modo elaborate, validabili.

È a tal fine che risulta necessaria una politica basata sulla ricerca, sull’informazione e sulla cultura. In second’ordine questi aspetti, così studiati, vanno diffusi, per diffondere al massimo la verità socio-economica e le relative proposte per contrastare le diseguaglianze.

Accanto a questi aspetti socio-economici, inoltre, altro pilastro, ma per certi versi necessaria conseguenza, di questo movimento dovrebbero essere i diritti civili: un movimento che contrasti lo sfruttamento, il razzismo e le quotidiane tragedie (Lampedusa, Piana del Sele, etc.) non si preoccupa di non prendere “lo zero virgola”, ma di contrastare realmente queste storture, lottando – sulla base di grandi esempi come quello di Gino Strada – anche per chi non ha diritti politici. I loro inalienabili diritti umani bastano per rendere le loro battaglie le nostre battaglie. E pertanto qualsiasi politica anti-immigrati e razzista va respinta. Anche alle battaglie ambientaliste ed animaliste tale movimento dovrebbe estremamente sensibile.

La nascita di un tale movimento, unito e forte, deve essere l’obiettivo del futuro, prossimo quanto remoto; come ricordava Altiero Spinelli:

La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!”

Raffaele Vanacore
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