L’adulta di Rainer Maria Rilke

Tutto ciò su lei stava ed era il mondo,
stava su lei con tutto, pietà e ansia, come alberi
che crescono diritti; tutto immagine,
eppure senza immagini, come arca dell’alleanza,

e solenne, come rivolto a un popolo.

E lei lo sosteneva tutto intero,
ciò che vola, che fugge, che è lontano,
l’immenso, il non appreso ancora, calma
come la portatrice d’acqua regge
la brocca colma. Finché a mezzo il gioco,
trasformando e altro preparando,
insensibile il primo velo bianco
sul volto aperto adagio scivolò,

diafano quasi e per non più levarsi,
e chi sa come a ogni domanda una
sola, vaga risposta replicando:
in te, che un tempo fosti bambina, in te.

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Fantasie d’uno spirito notturno di Pietropaolo Russo

CANTO 1

Giace. Ella giace su
petali di rosa.
Silenzio.
Profumo di donna
emana la sua pelle.
Geme la notte
e le sue ombre fremono.
Le fronde si scuotono
carezzate dal vento.
Tutto combacia.
In un vizio perfetto.
In un circolo virtuoso.
E la bellezza di lei
che, nuda, si concede alla terra
ha il pregio e il difetto
d’esser raccontata con parole.
Sciocca arma è il motto mio
che tenta di dar forma
a ciò che il sangue fa vorticare
nel mio corpo
come vino. Come vita.
Folle il mio desio di descrivere
a altrui ciò che il mio sguardo culla.
Che mi cadano le mani, ahimè.
Non ne posso fare a meno.
Non posso conservare per me
la sua bellezza d’oro,
il suo candido seno mostrato
ignaro e ingenuo alla luna,
le sue mani adagiate al suolo,
i suoi piedi coperti dalle erbe.
Il suo volto sembra sorridere.
Sogna.
Assisto al sogno di una dea.
E mi sento fiero d’essere uomo.

CANTO 2

D’un tratto ella si desta
come se le sue palpebre fossero
costrette dalla forza delle mie iridi
che insaziabili l’osservavano.
Pudica mi scorge.
Con un timido sorriso mi osserva.
“Chiedo venia, mia dama, e lamento
a me stesso la mia impudenza
che mi rende villano
alle vostre gentili espressioni
che, curiose e severe, dimandano
quale creatura possa essere sì oscena
da spendere il suo tempo a cullare
perversi pensieri innanzi a voi che, nuda, vi concedevate alla natura.
A colei che vi generò.
A colei che sola può vedervi
scevra di pudore.
Ma non sono né meschino
né lascivo. Ho vissuto quanto basta
a conoscere donna e ho provato
le sensazioni più disparate.
Ma alla vostra vista ho tremato,
poiché se temevo sol la morte
e non credevo in nulla,
ora credo nella misericordia
e non ho più paura
dell’angelo dalla lama ruvida e curva.
La vostra visione ha reciso
le mie incertezze e i miei timori.
Mentre dormivate e v’osservavo
ho reso eterni nei miei pensieri
le parole più sincere che il mio essere
abbia mai concepito.”
Ella rimase in silenzio.
Tra l’incerto e il dubbioso
ode le mie parole.
“Ascolterò i vostri pensieri.”
Avrei voluto che parlasse
perché la sua voce era come il cristallo.
Rara e fragile.
“Anima e onore resero me
un fratello del vento iracondo,
sì avvezzo ad essere freddo re
di solitudine, che del mondo
osavo non curarmi, e sprezzante
andavo verso i lidi oscuri
d’un talamo amaro, che gemente
avrei scaldato, e venturi
non m’avrebbero pianto, per l’ultima
delle mie notti; né avi colto
in quella terra nuda, freddissima
una volta, da misero, morto.
A voi rivelo, serena regina
della notte: v’amo come nessuna.”
Muta per un po’ rimane ella
al mio motto. E sedetti con lei,
osservandola in volto.

CANTO 3

Ella mi concede i suoi occhi
non più pudica o timorosa.
Silenziosa, ascolta con me il nulla
pieno d’amore che solo la notte
può offrire.
Lento, il suo volto inconscio,
si avvicina al mio.
La dea mi desidera
almeno quanto desidero io le labbra.
Le sue immortali gote rosse
di piacere risplendono
come due fulgidi soli nelle tenebre.
E le nostre bocche, d’improvviso
s’uniscono in un solo fiato;
come Ermafrodito rimaniamo,
in quell’eterno istante, un sol corpo.
Di donna e di uomo,
uniti da avide rime,
da preziosi cuori in movimento,
da sussulti di pelle d’oca,
da fiammate di languido e candido
piacere.
Non voglio smettere.
Il suo amore è come il presente.
Sospeso tra l’istante trascorso
e quello seguente.
Il suo bacio trascende
l’essenza.
E giaccio. Con ella.
Le sue iridi, viste da vicino
son come lo smeraldo.
La dea arresta il tempo
con il suo sorriso rivoltomi.
E, di nuovo, mi compiaccio
d’esser uomo.

CANTO 4

Danzano i nostri corpi
scanditi da un ritmo antico:
atavico quanto la passione;
immenso oltre ciò che noi miseri
potremmo mai comprendere.
Ma ella non è misera, in quanto dea.
E in questa quieta notte,
madre d’ogni rorida foglia,
consumiamo il tempo in attesa
della rugiada diurna,
ed io pavento
ch’ella possa fuggirmi,
quale creatura non di questo mondo,
eterea e meravigliosa.
Temo che i raggi solari
possano far evaporare
le sue membra
e dissolvere i suoi capelli.
Dannato sia il sole
ché l’amore è figlio d’incesto
tra Tanhatos e Morfeo
e come la morte e il sonno
riconosce come padroni
le stelle e la luna
e ode con le sue orecchie
solo l’ululato dell’antico sovrano,
e il tubare del gufo.
Dannato sia l’istante,
l’ultimo di questa notte.
Chi, innanzi all’amore
nomina il giorno non soltanto parla:
osa.
Un raggio invade il suo volto.
E, come di incanto, ella diventa vento.

CANTO 5

Ho amato una dea,
reale o figlia di fantasia,
non importa.
E son di nuovo solo.
Giace nelle mie memorie
il suon della sua voce rara
e le carezze delle sue morbide mani.
Il languore del suo sinuoso corpo
avvinto al mio come una serpe
di zucchero.
Anima e onore non esistono più.
Non scandiscono più il mio vivere.
Giaccio in questa stanza bianca e vuota:
son solo ma le sue labbra mi baciano.
Ogni notte.
Ogni sera.
Ogni tramonto.
Quando son solo e quando non sogno.
Nel ricordo l’amore per lei
giammai verrà meno
e mai sarò d’essere uomo
sarò stanco.

Storia d’un decaduto e della sua meretrice di Pietropaolo Russo

Chi non giace di un sonno dolcissimo all’ascolto di una melodia non si può
chiamare uomo. E nelle remote note di una notte fonda mi perdo, immaginando la
pioggia e di essere pioggia. Crescono i miei pensieri, gli ultimi dopo il
giorno. L’ennesimo. Ed ella, come sempre, danza innanzi alle mie chiuse
palpebre, volteggiando come una dama d’alta corte e una plebea al contempo.
Solo il diavolo sa quanto io l’amo.
E mi perdo in questa struggente e decadente sera, godendo del privilegio di
non essere bestia, anelando all’eutanasia delle mie sofferenze; sospirando,
lieve e candido, al desio di grevi peccati.
Dove…dove sei? Ti allontani ripetutamente senza mai andartene e l’odore del
tuo corpo mi pervade persino mentre, tra il cosciente e l’assente, m’abbandono
a questo sapore d’assenzio.
Come di incanto il suono s’arresta e mi desto. Cosa sono? Cosa posso essere
senza te? Dove sei, mia dannazione, mia perdizione?
[…]

Un uomo entra nel loco, ricci i suoi capelli, rossi come fiamma, sardonico e
tetanico il suo sorriso fisso. E tutto sembra fermarsi, arrestarsi. S’avvicina
e siede con me.
“Chi sei?” – gli chiesi, perduta nella sua espressione diabolica, nel suo
aspetto d’angelo.
“A chi importa chi sono? Esisto, e questo basta. A te e a me.”
Non ci furono altre parole, e mi abbandonai con un insolito gaudio al mio
mestiere, immondo e antico quanto la guerra.

[…]

In piedi barcollo, sospirando ai vacui venti, lasciando che il mero istinto mi
conduca sui medesimi passi calpestati da una vita. E l’immane notte mi volta le
spalle, e l’incessante pioggia non spegne il mio ardore. E’ buio. E’ morte.
Come un ectoplasma giungo ove m’innamorai del demonio. Pronto a aprire con le
chiavi della perdizione il cancello antico e minatorio dell’inferno.
E vedo le dame servire, sconce, vini inebrianti e di pessimo sapore agli
avventori. Vecchi, giovani, miserabili, nobiluomini: in quel ricettacolo non vi
era spazio per alcuna distinzione. Tutti adepti, tutti veneranti il demonio,
tutti persi, tutti ammaliati.
Carne sudicia, dal fascino irresistibile, di fanciulle con lo sguardo spento,
tutte uguali, veniva venduta come al mercato.
Ed egli era lì, rosso, con le mani tra i suoi capelli. Odio, rabbia, gelosia,
furore. Il mio sguardo perse colore, le mie iridi furono inghiottite dalle
pupille d’un mastino furioso. M’avvicinai alla mia donna, alla mia dama, alla
mia meretrice, al mio tesoro, con il grandioso e meraviglioso e avido desiderio
di strapparle la vita, di portare con me la sua anima, di divorarne l’essenza.
Solo strappandolo avrei protetto quel fiore dalle intemperie e dalle immonde
mani altrui.
Il giovane si girò e mi sorrise, come se mi avesse riconosciuto in qualche
modo. E capii. Capii ogni cosa. Quel riso sardonico valeva più di mille
parole.
Puntuale, era giunto. A riscuotere ciò che gli avevo promesso.
Non smetteva di sorridere e io capii. Mi avvicinai, e con un coltello,
languido, sensuale, dolce le aprii il collo. Nei miei occhi fissi i capelli
rossi. Il sangue sgorgò senza che ella se ne accorgesse. Morì prima di
vedermi.
Salvai l’anima che m’ero venduto, scambiandola con la sua. E m’apprestai a
vivere il resto dei miei giorni in una tormentata solitudine, con lo sporadico
e piacevole sorriso d’aver condiviso l’aroma della pelle d’una donna con
qualcuno che non era di questo mondo.

Sentiero del divenire di Vincenzo Monda

 

Una grande e lucente luna piena illumina lo sguardo,

La mente si svuota…

Si affollano i ricordi, colmi di gioia e di rimpianti,

Intrappolati in un tempo che è stato e non è più.

 

Tradito da una logica che troppo spesso mente

Ovattata da una maschera di verità,

Inopportuna e spavalda schernisce un animo troppo fragile

Proiettandolo li dove la luce è nero pece.

 

Il caldo tepore di certezza, fiamma di vita,

È spada di Damocle là dove impera la scelta;

Se può esserci giustizia nel disporne,

Il mio essere risulta inadeguato, corroso, dilaniato

dal dubbio e dal sospetto che nello specchio dei ” giusti “

Si rifletta giustiziato più che giustiziere.

 

La furente ribellione al semplicistico scorrer della vita

Mi si palesa come angoscia ed insonnia,

Ogni mia parte vibra al roboante silenzio della notte.

In questo caotico inganno, senza pretese, mi volto:

Già le ultime orme, allo sguardo, svaniscono,

E a me non resta che andare avanti.

Forse, amore di Vincenzo Monda

La vetrina del luogo in cui lavori,

Un monotono giorno, il solito sole, un vento mai stanco.

Singhiozzi e pianti mai esplosi

Fragorosamente picchiano al mio stupido orgoglio,

E le mani tremano, racchiuse in un pugno.

Celano la fessura di cui sei la chiave,

Come a proteggere la verità e dare forza ai miei scudi.

 

L’organo della vita tuona ad una frequenza nuova,

Preambolo di fuga o spinta a ritrovare coraggio?

Il tempo incessante scandisce il mio dibattermi immobile,

Il peso dei pensieri pietrifica i muscoli, ma non lo sguardo:

Irrequieto e frenetico agogna un tuo gesto,

Áncora di salvezza dalla deriva in un mondo non vero

Dove il cuore ragiona, la ragione si cela e l’occhio non vede.

 

Ad ogni passo il respiro si blocca

Un macigno sul petto soffoca i pensieri e sfuma le parole.

La fatica dei metri che mi separano da te svanisce in un filo dorato,

Che lega saldo ciò che sono a ciò che sei, indissolubilmente,

Ed un bacio salda due vite da sempre distanti ma non estranee.

O, forse, l’oscura ombra che irretisce i sogni mi ha stretto a sé,

Lì dove tutto è reale, ma nulla è vero.

Poesie di Davide Mastrocinque 3

POESIA N. 8

mi si schiude un sorriso,
incatenato nel tuo dolce calore profumato
sono un portatore sano di sogni putrefatti
non ci sarà una prima volta
siamo sconvolti e in bilico su confini opposti
non so vivere senza uccidere i miei giorni d’oro liquido
disprezza il perdono chi ama affondare
per cui colombe sporche di solitudine
fragilmente pregano
esperti di facili appigli
per un ideale scarno e non troppo morboso
che sappia anestetizzare le pause di riflessione,
lo scorrere del tempo, i saluti veloci,
le possibilità concrete.

VITTIME

guardo a quei giorni
come a fantasmi di marmo morbido
vestiti di dolce nulla
nella culla delle tue labbra invernali
fragili lettere d’amore
scritte con i miei respiri sui tuoi capelli
si perderanno prima di nascere
vittime del vento

Poesie di Davide Mastrocinque

POESIA N. 7

marea itterica,
specialmente condannati
trascinammo le dita ubriache di salsedine
sulla rena bianca, per danzare l’ultima volta
in compagnia della pallida tristezza lunare
circoscrivendo il nostro corpo
al di là della nostra pelle
fino a non sentire più la gravità
la punta del pennello si spalmerà sul circondario
mischiando i colori di tutto ciò che lo compone
per poi sciacquarsi nell’abisso
e renderlo felicemente acceso di mille colori impuri…

 

CIGNI

strascicando parole al vento
strisciando come raggi di sole sul cemento
inorgogliti dalla nostra dolce ignoranza
bocciati dai parametri umani sorridiamo con gli occhi
cucendo le nostre bocche fra di loro
bevendoci le parole a vicenda
innamorandoci della lontananza
gli sguardi dei cigni non troveranno riposo sul manto dei corvi.