Heidegger, ovvero l’angoscia del nostro tempo di Raffaele Vanacore

Per comprendere il significato dell’angoscia nel sistema filosofico di Heidegger, e quindi nel nostro tempo, occorre una breve introduzione alla filosofia esistenzialista del filosofo di Friburgo. Heidegger si pone il problema della realtà, che non è altro se non il problema del “senso dell’essere”; tuttavia, l’essere non può darsi se non come rapporto all’ente stesso che cerca l’essere, ossia all’uomo. Quest’ente, che si pone dunque domande sull’essere, è l’esserci (Dasein): è questo ci che rende oggettivo l’essere e “la natura dell’esserci consiste nella sua esistenza”. Ma qual è l’essenza dell’esserci? In altre parole, cos’è che rende peculiare l’esserci? L’essenza dell’esserci, che può così trascendere l’oggettività del ci, è la possibilità, ossia il poter-essere. Il poter-esser, che è dunque l’essenza dell’esserci, si caratterizza per la progettualità ed il poter progettare implica l’essere-nel-mondo. Tuttavia, l’unica possibilità certa, ossia l’unica certezza in un mondo fatto di potenzialità, è la morte, che può definirsi come “la possibilità che tutte le altre possibilità divengano impossibili”. In sostanza, l’esistenza autentica è essere-per-la-morte: infatti, “in quanto poter-essere, l’esserci non può oltrepassare la possibilità della morte. La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’esserci. Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata ed insuperabile”. In questo quadro, la morte rivela come il senso dell’essere sia il suo nulla, e poiché la disposizione caratteristica di chi affronta il nulla è l’angoscia,  l’esserci, che è in ultima analisi essere-per-la-morte, è essenzialmente angoscia: con l’angoscia, infatti, “l’esserci si trova innanzi al nulla della possibile impossibilità della propria esistenza”.

A questo punto, a fronte ossia di una condizione di fondo di angoscia dell’esserci, ossia dell’uomo in quanto tale, si pongono due vie: la prima è la via di chi “non ha il coraggio dell’angoscia davanti alla morte” e si cimenta, pertanto, nelle più banali – ed oggettuali – attività quotidiane; la seconda, invece, è la via di chi riconosce la propria condizione e vive di conseguenza. Nella prima via, l’angoscia si fa immanente e si degrada a paura, che non è altro, infatti, se non “un’angoscia decaduta a livello del mondo, non autentica, e nascosta a se stessa come angoscia”. Nella seconda via, l’angoscia rimane trascendente e consente, all’individuo autentico, di comprendere la sua reale natura e di progettare “l’apertura dell’esserci al suo esistere come esser-gettato per la propria fine”.

L’angoscia per Heidegger è dunque la caratteristica essenziale dell’uomo libero: l’uomo non libero – non autentico – reprime la propria volontà di esserci, che in ultima analisi è appunto volontà di esser-per-la-morte, e quindi di angoscia, con la necessità dei bisogni, primari quanto secondari (ossia creati dalla società). Sono i bisogni a sopprimere la libertà, e quindi l’angoscia. L’uomo libero, colui che progetta una vita autentica, arrivato in fondo al sentiero dell’essere, che altro non è se non il più profondo dei suoi abissi mentali, scopre che lo scopo della vita è la morte. La morte si pone, dunque, come momento ultimo ed essenziale dell’essere: l’uomo libero scopre che è già morto. La sua angoscia risulta una insaziabile volontà di vita. Secondo questa concezione risulta chiara l’abusata affermazione marxiana secondo cui “la religione è l’oppio dei popoli”: la religione, infatti, promettendo un aldilà, si frammette alla vera essenza dell’esserci, ossia la morte, anestetizzando così l’intelletto umano e privando, in tal modo, l’uomo della sua stessa libertà.

Se si considera, poi, come nel mondo moderno, caratterizzato in larga parte da quella libertà di fondo da costrizioni esterne, che – secondo Bauman – è la caratteristica del mondo moderno e che determina la “liquidità” della condizione dell’uomo moderno e se si considera, inoltre, che questa libertà – sempre secondo Bauman – è la base dell’ansia, disturbo nevrotico che si manifesta nel mondo moderno, piuttosto che con una sintomatologia somatica, con una sintomatologia psicologica, risulta evidente come l’ansia sia anch’essa una immanentizzazione moderna dell’angoscia. Ricordando poi che per Heidegger la paura è sempre di qualcosa, mentre l’angoscia è del nulla, appare evidente come l’ansia sia il sintomo di un’angoscia che si fa paura del mondo moderno. Tuttavia, cos’è che rende l’ansia tipica del mondo moderno? A questo punto diventano fondamentali le analisi psichiatriche transculturali e trans-sociali: Julian Leff, pioniere degli studi psichiatrici etnologici comparativi, ha ben rilevato che “con il progressivo aumento, nella cultura occidentale, dell’attenzione posta sugli stati affettivi soggettivi in quanto indicatori di uno stato di angoscia, i pazienti hanno progressivamente modificato il proprio modo di esprimere malessere, passando dalle esperienze fisiche dell’isteria a quelle psicologiche dell’ansia e della depressione”. Quindi, ritornando a quando si ricordava che “i bisogni sopprimono l’angoscia”, risulta chiaro che nello stato del bisogno l’angoscia può solo difficilmente esprimersi ed al più si manifesta come malessere somatico. Al contrario, negli stati occidentali, dove l’angoscia può più liberamente esprimersi in maniera psicologica essa si fa “disturbo psichico”, ossia ansia o depressione. Tuttavia se, come detto sopra, l’angoscia è sempre del nulla, mentre l’ansia è in larga parte paura del mondo moderno, qual è il posto dell’angoscia nel mondo moderno? L’angoscia, lungi dal dover essere presupposto psicopatologico per un disturbo psichiatrico, deve invece porsi come condizione essenziale di una vita autentica, che, consapevole del proprio fine (e della propria fine..), ricerca la verità delle cose e rende l’uomo libero.

 
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Foucault, le nuove tratte e le vite negate di Raffaele Vanacore

Quando Foucault, considerando che l’analisi psicoanalitica, e per questo storico-ontologica, di Freud, aveva lasciato da parte alcune categorie umane, decise di colmare quel vuoto, iniziò l’indagine su quelle che erano le condizioni meno umane (e per questo alienate per antonomasia) del tempo: la follia ed il carcere. Se, infatti, “la follia detiene la verità della psicologia” e se, inoltre, la disciplina carceraria altro non era se non “un sistema per assoggettare i corpi, per dominare le molteplicità umane e manipolare le loro forze”, egli non considerò che vi era un’altra condizione, ancora, a cui l’attenzione umana non si era – con decisione –  rivolta. Questa era la condizione del migrante, dell’apolide: condizione sub-sociale e, per questo, sub-umana.

Noi italiani avremmo dovuto tenerla ben presente: era la condizione di chi, per l’incapacità del proprio Paese a sostenerlo, emigrava, non solo per trovare lavoro, ma per mangiare. Fu così che, sfruttando la sub-socialità degli emigrati italiani in America, Rockefeller poté  compiere il massacro degli scioperanti a Ludlow: non esisteva giustizia né legge, i 21 minatori uccisi (tra cui 12 donne e bambini) non ne avevano diritto ad una vita decente, i bambini dovevano lavorare. Questo era l’insegnamento, l’alternativa era il massacro.

Insomma, la condizione dell’apolide è quella di chi, in quanto “non degno” di vivere in una determinata società, viene alienato dai diritti più elementari, quali la giustizia, e dalla società stessa. Noi che ci riteniamo intellettualmente progressisti e ci scandalizziamo di fronte alle più comode stronzate che TV e giornali quotidianamente ci propinano, perdiamo il fiato per indignarci per il barbaro comportamento che riserviamo ai migranti africani. Semplicemente essi non hanno alcun diritto: la loro colpa è quella di essere dei negri nati in società razzialmente inferiori. Ci sentiamo sollevati: come a dire, “che ci possiamo fare se ci sono anche delle bestie al mondo?”. Peraltro, ci sentiamo anche giustificati ad andar qua e là per il mondo a bombardare villaggi indifesi, giusto per fare qualche guerra. La grande maggioranza di questi migranti scappa da Paesi depredati da ogni ricchezza dopo anni di colonialismo e di imperialismo: la differenza tecnologica è diventata differenza ontologica. Esistono razze diverse e chi sta nella razza inferiore non ha diritto a salvarsi. Deve affogare a mare. O al massimo venir torturato ed umiliato quotidianamente nei campi di concentramento, che no, non si trovano solo nei film sul nazismo, ma anche a Lampedusa ed in Sicilia. Solo che no, la parola “campi di concentramento” non ci piace, meglio “campi di accoglienza”, per la Neolingua è meglio così.

Sono apolidi nel vero senso della parola: non hanno un villaggio, una casa, uno Stato. Case e villaggi sono stati in larga parte distrutti, gli Stati sono stati creati dagli Imperi colonialisti per meglio dividersi l’Africa.I barconi affondano, i migranti muoiono e noi non ce ne freghiamo. Preferiamo rivolgere l’attenzione ad improbabili riforme del Senato o ad ancor più improbabili regali di qualche decina di euro al mese da parte del governo. La morte quotidiana, ed il dramma umano, di milioni di persone non ci interessano.

Quando potrà cambiare questo atteggiamento fascista?

Quando il diritto di ogni persona al mondo diventerà il nostro diritto?

Quando la condizione del migrante diventerà condizione di riscatto umano?

MARCUSE: IL PENSIERO NEGATO, LA SOCIETA’ E LA VERITA’ COME NEGAZIONE di Raffaele Vanacore


Dopo aver pubblicato “Eros e civiltà” la ricerca sociale di Marcuse continua – in quanto “teoria critica della società contemporanea” – e si articola nel suo secondo capolavoro “L’uomo ad una dimensione”. Partendo dal presupposto che “l’unione di una produttività crescente e di una crescente capacità di distruzione; la politica condotta sull’orlo dell’annientamento; la resa del pensiero, della speranza, della paura alle decisioni delle potenze in atto; il perdurare della povertà in presenza di una ricchezza senza precedenti, costituiscono la più imparziale della accuse, anche se non sono la raison d’étre di questa società ma solamente il suo sottoprodotto: la sua razionalità travolgente, motore di efficienza e di sviluppo, è essa stessa irrazionale”, Marcuse rivela come il massimo grado di sviluppo della società si manifesta come massimo grado di dominio sulla natura, sull’uomo e sul mondo. In tal senso e contesto, la natura unidimensionale del dominio mira ad eliminare la multidimensionalità cosmica, passando da una logica dialettica – socratica ed ancora platonica – ad una logia formale – aristotelica.

Oggi, pur essendoci le condizioni materiali per la liberazione degli oppressi e degli emarginati, a livello individuale e mondiale, prevalgono le forze del dominio che sfruttano l’estremo sviluppo tecnologico per piegare individui, regioni, Stati, sottosviluppati al potere unipolare, e per questo unidimensionale. L’analisi di Marcuse, ormai di 50 anni fa, è stata estremamente previdente: da un mondo multipolare, si è passati dapprima ad un mondo bipolare ed, infine, ad un mondo unipolare. La logica dell’unico polo è unidimensionale: le culture e le idee – insomma gli individui – non conformi vanno eliminati, anche al costo della più cruenta ed inutile delle guerre. L’unidimensionalità economica, ossia l’economia – il “mercato” – come unica dimensione mondiale, ha aperto le porte alle guerre, economiche, e per questo ideologiche, che hanno piegato Paesi innocenti alla logica del dominio.

Tuttavia, il punto su cui ci vogliamo focalizzare riguarda la modalità con cui il dominio giustifica se stesso ed interiorizza le sue necessità a livello psicologico. Da un lato, infatti, “Eros e Logos rompono la presa della realtà stabilita, contingente, e lottano per una verità incompatibile con essa”; dall’altro “tutta l’esistenza che si spende per procurarsi le cose necessarie all’esistenza è un’esistenza inautentica, non libera”. Pertanto, l’obiettivo del dominio, ossia il perpetuarsi di se stesso, si basa sul freno di Eros e Logos e sull’aumento del tempo necessario per procurarsi le cose necessarie all’esistenza. Ed a questo punto entra in gioco un fattore chiave per la Scuola di Francoforte in generale: se per Heidegger, mastro di Marcuse, “l’esserci, l’essere umano, compreso nella sua estrema possibilità d’essere, è il tempo stesso”, ecco che il tempo, nella concezione francofortese, si articola in due piani: il tempo libero, ossia il tempo in cui dovrebbero svilupparsi Eros e Logos, ed il tempo lavorativo, ossia il tempo in cui la logica del dominio manifesta se stessa. Tuttavia, secondo Marcuse “la società è ancor sempre organizzata in modo tale che procurare la necessità della vita costituisce l’occupazione a tempo pieno, per tutta la vita, di classi sociali specifiche, a cui non è per tale motivo concesso di essere libere e di condurre un’esistenza umana”. A questo punto, risulta evidente come, dato che l’essere umano è il tempo stesso, gran parte degli esseri umani esprimono ontologicamente, piuttosto che se stessi, il dominio.

Ma perché il dominio vuole esprimersi ontologicamente, ossia temporalmente? C’è un motivo che travalica la logica stessa del dominio? Certo. Ed è semplice: Eros e Logos hanno il fine ultimo di ricercare la verità. Ed è la verità stessa ad essere – in  potenza – in opposizione alla logica formale ed unidimensionale in atto: essa, infatti, “è la razionalità a due dimensioni”. Inoltre, “la sua realizzazione implica il rovesciamento dell’ordine stabilito, poiché pensare in accordo con la verità significa impegnarsi ad esistere in accordo con la verità”. In pratica, la logica del dominio vigente, nel tentativo di oscurare la verità per contrastare i tentativi di rovesciamento in atto, blocca Eros e Logos, eliminando così le fonti della verità. E lo fa attraverso, da un lato, l’aumento del tempo necessario alla soddisfazione dei beni primari stessi dell’uomo (disoccupazione, bassi salari, etc.); dall’altro, crea nuovi bisogni, finalizzati soltanto ad aumentare il tempo speso dall’uomo per soddisfare questi bisogni e quindi a diminuire il tempo per la ricerca della verità; infine, la logica unidimensionale cerca di impossessarsi anche del tempo libero in senso stretto, creando un’industria culturale, finalizzata appunto al controllo del tempo libero, che ora libero non risulta più: per Adorno, infatti, “l’industria culturale procede ad organizzare il divertimento in forma sempre più perfetta, e con questo lo aliena a sé stesso”.

Ma come si realizza “la verità nelle parole e negli atti dell’uomo”? Anche in questo caso Marcuse è chiaro: “dato che tale progetto implica l’uomo come animale sociale, il movimento del pensiero ha un contenuto politico”. In tal caso, il concetto di “Politica” va inteso nel suo senso più ampio – e da noi ribadito più volte – di lotta per il bene comune. Tale lotta va iniziata da un lato con un grande sforzo informativo, al fine di far conoscere il reale sistema di controllo, esteriore ed interiore, del sistema di dominio sulla psiche individuale e “collettiva”; dall’altro, con grandi riforme sociali, che consentano all’uomo di esprimersi pienamente in senso temporale, ossia – dato che la sua essenza è il tempo – di liberare l’Eros ed il Logos, affinché essi vadano alla ricerca della verità, e quindi della libertà.

 
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Marcuse, i movimenti studenteschi e la società totalitaria di Raffaele Vanacore

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Sono gli eventi della prima guerra mondiale (a cui lui stesso partecipò), della repressione nel sangue della sollevazione spartachista (con l’uccisione di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht) e dell’avvento del nazismo (era lui stesso ebreo) a condurre Marcuse allo studio della società e della politica. Era infatti possibile una società diversa, che non si basasse sulla guerra, sulla repressione e sulla persecuzione? A questa domanda Marcuse cerca di rispondere, nel 1955 con il suo primo capolavoro, “Eros e civiltà”: partendo dal presupposto che “l’epoca tende al totalitarismo anche dove non ha prodotto stati totalitari” e che “se l’individuo non ha né la capacità né la possibilità di vivere per se stesso, i termini della psicologia diventano i termini delle forze della società che determinano la psiche”, considerando dunque la società capitalista come totalitaria (già Erich Fromm aveva considerato il conformismo democratico come l’altra faccia, opposta ma speculare dunque alla dittatura, del totalitarismo ) e la stragrande maggioranza degli individui incapaci od impossibilitati a vivere per se stessi, risulta che la società totalitaria domina la psiche dell’individuo. I movimenti nati proprio negli anni ’60, studenteschi, operai e per i diritti civili, nacquero proprio per raggiungere questi obiettivi: la fine di una società tendente al totalitarismo e lo sviluppo delle capacità e delle possibilità dell’individuo di vivere per se stesso (con forti rivendicazioni politiche: diminuzione dell’orario di lavoro, aumento dei salari, istruzione per tutti, etc.). E Marcuse appoggiò incondizionatamente i movimenti, al punto tale da ripubblicare “Eros e civiltà” nel 1966 ed aggiungere una “Prefazione politica”, che termina così: “ il rifiuto degli intellettuali di collaborare può trovare appoggio in un altro catalizzatore: il rifiuto istintuale dei giovani in protesta. Sono le loro vite che sono in giuoco, e se non le loro vite certo la loro salute mentale e la loro possibilità di essere completamente uomini. La loro protesta continuerà, perché è una necessità biologica. […] Oggi la lotta per la vita, la lotta per l’Eros, è la lotta politica”.

Tuttavia, alle proteste crescenti in tutto il mondo ben presto iniziò a reagire il potere che voleva non solo il mantenimento dello status quo, ma anzi un inasprimento del controllo politico e sociale. È infatti nel 1971 che Powell, giudice della Corte Suprema degli USA, invia un memoradum (il Powell Memorandum, appunto), a Syndor jr., presidente della commissione per l’educazione della Camera di Commercio statunitense. Secondo Powell “le più inquietanti voci che si uniscono al coro dei critici sono giunte da parte di elementi della società assolutamente rispettabili: dai campus dei College, dai pulpiti delle chiese, dai media, da riviste intellettuali e ricercate, dalle arti, dalle scienze e dai politici”. In altre parole, queste inquietanti voci erano quelle a cui Marcuse aveva dato senso ed unità. Inoltre, “non si tratta di attacchi sporadici o isolati di relativamente pochi estremisti o anche della minoranza dei quadri socialisti. Piuttosto l’assalto al sistema di impresa è ampio e perseguito con coerenza. Sta guadagnando slancio e converte”. Quindi nel 1971 i movimenti sembravano esser sul punto di rovesciare il sistema capitalistico e di sostituirlo con un sistema più aperto e libero, forse proprio con quel sistema, quella società meno tendente al totalitarismo, che Marcuse auspicava. Ed infatti, Powell cita proprio Marcuse come principale leader intellettuale dei movimenti studenteschi: “anche se le origini, le fonti e le cause sono complesse ed interdipendenti, e ovviamente difficili da identificare senza una attenta qualifica, c’è ragione di credere che il campus sia la fonte singola più dinamica. Le facoltà di scienze sociali solitamente includono membri che sono insensibili al sistema imprenditoriale. Essi possono variare da Herbert Marcuse, marxista membro della Università della Californiaa San Diego e convinto socialista, all’ambivalente critico liberale che trova molto di più da condannare cheda lodare”.

Peraltro, “poiché questi giovani brillanti, dai campus di tutto il paese, cercano opportunità per cambiare un sistema del quale gli è stato insegnato di diffidare, se non proprio di disprezzare, essi cercano impiego nei centri di reale potere ed influenza nel nostro paese”. Di conseguenza, “una delle priorità delle operazioni del business, e delle organizzazioni come la Camera, è di affrontare l’origine nel campus di questa ostilità”. Powell parla pertanto, espressamente, di un attacco alla libertà accademica. Il Memorandum prosegue poi con “consigli” da adoperare, oltre che nei campus, nelle scuole secondarie, nei media etc. al fine, dunque, di impedire il cambiamento del sistema dal basso (bottom-up) e di favorire un controllo dall’alto (top-down). Secondo Luciano Gallino, Powell “ oggi sarebbe deliziato nel vedere come le sue proposte siano state applicate con successo, oltre che negli USA, in tutta l’UE. […] Nel volgere di alcuni decenni, infatti, le dettagliate proposte del Powell Memorandum sono state messe in pratica negli USA ed in Europa, facendo registrare uno straordinario successo”. Il risultato è un controllo pressoché totale da parte delle “imprese, ossia dei gruppi e dei soggetti economicamente al vertice della società (l’1% di Stiglitz..), sugli individui.

E qui ritorniamo al punto di partenza: come ha fatto “il sistema delle industrie” ha riprendersi saldamente il controllo? Proprio come detto all’inizio “se l’individuo non ha né la capacità né la possibilità di vivere per se stesso, i termini della psicologia diventano i termini delle forze della società che determinano la psiche”. Quindi, si è fatto in modo che, tramite l’attuazione di misure economicamente svantaggiose per studenti, lavoratori e cittadini in generale, nonché tramite il declassamento delle facoltà di scienze sociali, l’individuo perdesse in larga parte le capacità e le possibilità di una vita autonoma: in tal modo è la società dominante, ossia “il sistema delle industrie”, a dominare la psiche degli individui. Il premio Nobel Joseph E. Stiglitz ha analizzato (“Il prezzo della disuglianza”) proprio come il sistema politico ha trasformato la società negli ultimi decenni: secondo il premio Nobel per l’economia, infatti, “il nostro sistema politico ha lavorato via via in modo da incrementare sempre più la disuguaglianza dei risultati e ridurre l’eguaglianza delle opportunità”. Nel libro di Stiglitz e nelle analisi del sociologo Luciano Gallino (a cui si rimanda), si possono trovare, dunque, tutti i dati che testimoniano questo processo di redistribuzione bottom-up della ricchezza, il quale ha condotto, infine, allo svuotamento della classe media ed all’aumento della povertà. Come detto, una classe media svuotata ed una classe povera sempre più povera non hanno una possibilità di vita autonoma e risultano schiacciate dalla società dominante. Come uscire, dunque, da questa spirale e ritornare al fervore ed ai movimenti degli anni ’60, a quel passo dal cambiamento della società? Per Marcuse, e per noi, il mezzo principale di “liberazione delle tendenze istintuali alla pace ed alla serenità, all’appagamento dell’Eros, asociale ed autonomo” è la lotta politica. Questa non va, però, intesa come lotta per il potere o come vita di partito (i partiti fanno ben altro che Politica!), bensì come Politica nel suo senso più ampio, e classicamente aristotelico, di “garanzia di una giustizia pensata come uguaglianza giuridica e politica dei cittadini al fine del bene comune”.

A fondamento di questa lotta per il bene comune vi sono l’informazione e lo studio delle scienze sociali in generale: solo se correttamente – e liberamente – informati ed istruiti gli individui possono riprendersi la loro libertà. Quindi, l’opera di informazione, nelle università, come nelle scuole superiori e nel mondo dei lavoratori, intrapresa da soggetti liberi ed autonomi, dovrebbe porsi come base di questa lotta politica, che riporti la società ad un passo dalla libertà: come direbbe Marcuse, “libertà politica significherebbe liberazione degli individui da una politica su cui essi non hanno alcun controllo effettivo. Del pari, libertà individuale equivarrebbe alla restaurazione del pensiero individuale, ora assorbito dalla comunicazione e dall’indottrinamento di massa”.

 
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Danae

Secondo la mitologia greca (Iginio Astronomo, Fabulae, 63), “a Danae, figlia di Acrisio e Aganippe, era stato predetto che il figlio da lei partorito avrebbe ucciso Acrisio; allora il padre, temendo che la profezia si avverasse, la rinchiuse in una prigione dai muri di pietra. Ma Giove, mutatosi in una pioggia d’oro, giacque con Danae; da quell’amplesso nacque Perseo.”

Perseo, in seguito, pur se involontariamente, uccise il nonno e prese possesso del regno di Argo.

Nel corso dei secoli, la figura di Danae ha assunto un significato emblematico: è divenuta il simbolo di una sessualità, in altre parole di una fertilità o di una potenzialità, negata; potenzialità che, tuttavia, trova il suo riscatto, ed il suo appagamento, in un mondo onirico. È nel sonno, infatti, che Danae raggiunge la massima espressività di se stessa, ossia la maternità.danae

Nel mondo odierno, che nega l’espressione individuale in senso lato, negando non solo l’espressione della sessualità in toto, ma anche – e soprattutto – dell’intelletto (l’immaginazione, liberata dalle catene, al potere..?), l’individuo si trova rinchiuso in una prigione da muri di pietra, eretti non solo dalla società, ma dalla sua stesse psiche. In queste condizioni la libertà e l’espressività di se stesso gli sfuggono. Ed il mondo onirico, ossia quello fecondo, è sede della realtà interiore.

Quindi, il riferimento a Danae, il riconoscere la sua potenzialità incatenata, ma riscattata in un mondo onirico, mitologico e libero, si pone come base di un riscatto dell’Eros, inteso in senso marcusiano come forza sociale  che “spinge il progresso verso la libertà e la soddisfazione universale dei bisogni umani”.

Infatti, per Marcuse – come per Klimt – la liberazione di Danae, e quindi dell’Eros, va ben oltre la semplice liberazione degli istinti sessuali: essa, infatti, si pone come emancipazione della società dallo stato di bisogno.

Ma quando realizzare questa liberazione? Su questo punto Marcuse è chiaro: “se la liberazione dagli istinti dovesse aver luogo al livello più alto della civiltà, e come conseguenza non di una disfatta, ma di una vittoria nella lotta per l’esistenza, e se fosse sostenuta da una società libera, questa liberazione potrebbe avere risultati molto differenti. Sarebbe sempre un rovesciamento del processo di civilizzazione, un sovvertimento della cultura – ma dopo che la cultura ha terminato la sua opera e creato un umanità ed un mondo atti ad esser liberi. […] La possibilità di una civiltà non repressiva è condizionata non da un arresto, ma da uno sviluppo del progresso” (Eros e civiltà).

In altri termini, secondo Marcuse, una civiltà non repressiva si può sviluppare solo al termine dello sviluppo della civiltà, ossia quando il mondo sia così evoluto da esser potenzialmente in grado di liberare ogni individuo dal bisogno (in “L’uomo ad una dimensione” la battaglia sarà ampliata agli Stati in via di sviluppo).

Come Danae viene soddisfatta dei suoi bisogni, ossia del suo femminile e materno Eros, così la civiltà va soddisfatta delle sue necessità e resa libera, ossia occorre costruire “una civiltà non repressiva, basata su di un’esperienza dell’essere fondamentalmente diversa, su un rapporto fondamentalmente diverso tra uomo e natura, e su relazioni esistenziali fondamentalmente diverse” (Marcuse – Eros e civiltà).

Ma come “rovesciare la morale civile” e creare un “nuovo principio della realtà”? Ecco che viene a spiegarsi il perché di questo progetto, goccia d’acqua in un mare infinito..

Nel 1932 (all’alba del nazismo, è forse un caso?) Horkheimer, direttore dal 1931 dell’Istituto di Ricerca Sociale di Francoforte, tra i massimi esponenti, dunque, della Scuola di Francoforte insieme allo stesso Marcuse e ad Adrono, dà vita alla “Rivista per la ricerca sociale”. Secondo Horkheimer, la ricerca sociale è “la teoria della società come un tutto”: la ricerca sociale, quindi, non si limita a settori specialistici e settoriali di determinate discipline, ma si occupa del tutto, ossia delle relazioni che legano aspetti storici ed economici, psicologici e culturali, della società. Il teorico critico (ossia il critico della società) è “quel teorico la cui unica preoccupazione consiste in uno sviluppo che conduca ad una società senza sfruttamento”.

Quindi, il nostro progetto è quello di studiare l’arte, la scienza, la sociologia, la letteratura, la psicologia, per cercare la totalità, dell’individuo e della società, e creare le basi per un mondo diverso, in cui il soddisfacimento dei bisogni e la liberazione dell’Eros siano possibili.

Un grande esempio di feconda relazione tra scienza ed arte è stata l’ultima Vienna asburgica, ossia quella a cavallo del XIX e del XX secolo, una Vienna in cui l’influenza di Rokitansky si mescolava a quella di Klimt, quella di Schiele a quella di Freud, quella di Schintzler a quella di Mahler..

Eric Kandel, premio Nobel per i suoi studi sulla memoria, ma anche grande appassionato di arte, ha magistralmente messo in evidenza – nel suo “L’età dell’inconscio. Arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni” – questo contatto tra arte e scienza nella Vienna asburgica: secondo il neuroscienzato, infatti, “la Vienna del periodo dischiuse nuove prospettive nella medicina, nell’arte, nell’architettura, nella critica artistica, nella progettazione, nella filosofia, nell’economia e nella musica. Aprì un dialogo tra le scienze biologiche e la psicologia, la letteratura, la musica e l’arte, ed iniziò così un’integrazione della conoscenza che continua ancora ai nostri giorni”.

E Klimt, uno dei più grandi “integratori della conoscenza”, aveva ben presente “l’incessante finire e divenire della vita” (Berta Zuckerkandl) se nella sua Danae raffigura, in ordine cronologico, a destra gocce dorate (lo sperma di Zeus) ed un simbolo fallico, al centro Danae – nella quale dunque l’espressione appagata, soddisfatta, sarebbe dovuta al piacere orgasmico –  ed a sinistra piccoli embrioni.

Dunque, le gocce dorate simboleggiano la conoscenza e l’azione atte a soddisfare l’individuo ed a creare una società senza sfruttamento, Danae rappresenta il raggiungimento del soddisfacimento e gli embrioni sono il fecondo risultato di una società libera e soddisfatta

Infine, non è un caso che Scutenaire cita Danae nella sua poesia “Tu Danae, Io Zeus”:

 

Dove sono le ragazze forti che amavano tori
E dove le delicate in estasi sotto una nube
O le artiste che si dannarono per un cigno?

Stanno nelle vostre febbri stanno nelle vostre braccia
Stanno nei vostri letti stanno nei vostri libri
E siete le loro bestie e i loro spettri di bruma.

 
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