Mariella Gramaglia-Indiana. Nel cuore della democrazia più complicata del mondo – Scheda bibliografica di Augusto Cocorullo

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Biografia (Da Ordito e trama, il blog di Mariella Gramaglia)
Mi chiamo Mariella Gramaglia, sono nata a Ivrea e mi sono laureata in filosofia nel 1972. Tra Palazzo Campana, Mirafiori, Vanchiglia e Palazzo Nuovo ho visto molte albe lungo i viali e sotto i portici, quando Torino era fiammeggiante di molte passioni, ma non ancora swinging. Poi Roma e il femminismo, la grande scoperta della mia vita: quando i cuori delle donne hanno cominciato a cantare solo quando ne avevano voglia loro. Insieme alla politica ho cominciato il lavoro giornalistico: al manifesto, alla Rai, al Lavoro, nelle riviste e infine a Noidonne, come direttrice nel 1985. Intanto nascevano due figli: Maddalena e Michele. Oggi due adulti, con dei bei sorrisi e due teste piene di idee. Nel 1987 sono stata eletta al Parlamento Italiano nella sinistra indipendente. Dai banchi della Camera ho visto qualche transatlantico della prima repubblica abbandonare gli ormeggi e qualcun altro restare saldamente alla fonda, ho visto cadere il muro di Berlino e spiegare al vento le bandiere bucate proprio là dove stavano gli odiati simboli del comunismo. Ho accompagnato convinta Occhetto nell’avventura della nascita del Pds. Dal 1994 mi sono misurata con il governo locale. Tredici anni al Comune di Roma, prima con Francesco Rutelli con compiti manageriali, poi con Walter Veltroni, di nuovo nella politica come assessore. Ho lavorato tanto, con quella fatica artigiana e quotidiana che difficilmente si pratica altrettanto in altri ruoli politici. L’elenco tecnico delle cose fatte per cercare di semplificare la vita dei cittadini, comunicare con loro e ascoltare il loro punto di vista, sarebbe lungo e noioso. Quello che conta è la sostanza: la consapevolezza vissuta che i diritti dei cittadini non si esercitano solo una volta ogni cinque anni per votare, ma sono il sale della democrazia ogni giorno. E che la loro dignità, la loro uscita dal ruolo di sudditi o di clientes, è uno straordinario valore per il quale impegnarsi. Oggi, maggio 2007, lasciato il mio incarico di assessore, comincia una nuova storia. Vado in India, ad Ahmedabad, Gujarat, a collaborare con Sewa, un importante sindacato autonomo di donne, su incarico di Progetto Sviluppo e della Cgil.
Dico solo che non sto scappando né dall’impegno, né dalla politica, che non ho una personalità particolarmente eroica o spericolata e che mi sto facendo un bellissimo regalo di libertà.

Abstract
Un proverbio indiano recita: «qualunque cosa tu dica dell’India, è sempre vero anche il suo contrario». Schiacciati da tanta complessità, noi occidentali abbiamo spesso scelto di racchiudere un oceano sconfinato di differenze nelle piccole ampolle dei nostri stereotipi. La spiritualità esercitata fino allo sfinimento, il fatalismo arreso di fronte al dolore di vivere, il furore primitivo delle mille rivolte di comunità e gruppi religiosi, la povertà estrema sopportata dagli umili e inflitta dai potenti come un destino. Finché, con gli anni novanta, ecco farsi strada prepotentemente nell’immaginario occidentale l’ultimo dei clichés: l’India sfavillante, l’India che cresce, l’India del Pil da primato, la terra delle stelle di Bollywood, dei miliardari in dollari, dei supermanager dell’informatica neppure trentenni. Un’immensa minoranza, di oltre cento milioni di persone, fa tendenza nel mondo. Ma intanto, l’altra India, quella degli ottocento milioni di esseri umani che vivono con un dollaro al giorno, quella dell’analfabetismo femminile di poco inferiore al 50%, è rimasta uguale a se stessa? Mariella Gramaglia è vissuta un anno nel subcontinente. Dopo un lungo impegno nel femminismo, nella politica italiana e nelle istituzioni, ha scelto di dedicarsi a progetti di solidarietà e di promozione dei diritti. Lavora in Gujarat, con Sewa (Self Employed Women’s Association), l’unico sindacato autonomo di donne nel mondo che conta un milione di iscritte, e in Tamil Nadu, dove ferve la ricostruzione dopo lo tsunami. Il suo è un diario di vita, di ricerca, di lavoro. Attraverso incontri, sguardi di donne e uomini, vicende pubbliche e dettagli della vita quotidiana, cerca di saggiare la temperatura del suo legame con l’India e della sua comprensione di quel mondo. Non nega né la modernità, né la speranza, ma le affida, più che alla borsa di Mumbai, al coraggio delle tante e dei tanti che si battono per la loro dignità.

 

Indiana. Nel cuore della democrazia più complicata del mondo

Indiana è la trasposizione in forma di racconto di un’esperienza di vita di Mariella Gramaglia. L’autrice del libro riporta in forma scritta pensieri, suggestioni, considerazioni ed insegnamenti che derivano da un anno di permanenza in India, e che hanno determinato un mutamento del suo modo di vedere e percepire il mondo. Dopo un lungo periodo di sentito impegno nel femminismo, nella politica italiana, nelle istituzioni, la Gramaglia ha scelto di dedicarsi a progetti di solidarietà e di promozione dei diritti. Già dalle prime pagine del testo, è possibile comprendere quale sia l’obiettivo dell’autrice: dipingere e diffondere un’immagine del contesto geografico indiano che sia il più possibile oggettiva e comprensiva di tutte le caratteristiche che connotano questa antica e complessa cultura, mediante il continuo riferimento alla fase della sua vita dedita allo studio della società indiana. In quanto attenta e coscienziosa “osservatrice partecipante”, la Gramaglia si lascia coinvolgere dal nuovo sistema culturale, assimilandone il funzionamento, e condividendone pienamente gli assunti ideologici che ne strutturano le fondamenta: “Ma io coltivo anche il mio giardino. Lascio che le indiane e gli indiani mi cambino e mi facciano apprendere. Da quando la vista mi si è un po’ appannata sono soprattutto alla ricerca di buoni occhiali. Per guardare meglio il mio paese domani. Magari con gli occhi resi più precisi dalla lontananza con cui di solito guardiamo solo i paesi degli altri”.

La prima sezione contiene alcuni riferimenti prettamente autobiografici, finalizzati a fornire le prime notazioni circa le motivazioni sottostanti allo scritto. Nello specifico, l’autrice lavora in Gujarat con Sewa (Self Employed Women’s Association), l’unico grande sindacato autonomo di donne del mondo, con un milione di iscritte e un’organizzazione figlia del femminismo, oltre che del movimento sindacale: l’ambizioso programma di questo ente riguarda un progetto di alfabetizzazione e formazione in un paese dove circa metà della popolazione femminile è ancora analfabeta. Ed ancora, in Tamil Nadu, insieme agli altri sindacati confederali italiani, alla Confindustria e al consorzio europeo Solidar, M. G. collabora alla ricostruzione di un lembo di costa devastata dallo tsunami. Il suo è un diario di vita, di ricerca, di lavoro. Per evidenziare l’incremento dell’importanza e della rilevanza della posizione che il subcontinente indiano progressivamente sta occupando nel più ampio dibattito mondiale, e per sottolineare la necessità di costruire e promuovere un’immagine dell’India che rifletta in modo più pertinente la sua reale identità, l’autrice cita due diverse opere che si caratterizzano per il presentare descrizioni dell’area indiana totalmente opposte tra loro. La prima, India, il paradiso dei giovani, di Federico Rampini, presenta un paese idillico, un “paradiso di speranze”, che si distingue per “la vivacità del dibattito culturale, il gusto che permane della ricerca filosofica e spirituale, la grazia e la mitezza delle persone, la struttura democratica dello Stato e delle istituzioni, la mancanza di risentimenti anticoloniali, anzi il piacere della libertà, ma anche dell’amicizia fra pari, nel confronto con gli occidentali”. La seconda, L’India brucia, di Arundhati Roy, al contrario, dipinge un paese sull’orlo della guerra civile. Nelle parole dell’autrice, nessuna delle due descrizioni risulta simile alla nazione nella quale ha vissuto e nella quale sta tuttora vivendo. Per questo motivo, è necessario presentare un quadro più oggettivo ed attinente rispetto alla reale situazione indiana.

A questo punto, l’autrice rivolge la sua attenzione a ciò che ha osservato, e che osserva ancora nel momento in cui elabora lo scritto in analisi, in quanto esploratrice di una terra a lei ignota: “i figli della folla”, definiti tali da Gandhi, nei loro contesti abitativi e nei capannoni industriali; bambini di dieci anni che perdono la vista a causa degli acidi presenti nelle ferriere in cui sono costretti a lavorare. L’India viene descritta come “democrazia politica piena e universale”, come orientata verso un “neoliberismo senza welfare”, strutturata solidamente in termini di coesione e compattezza dei sui abitanti grazie al politeismo, ma, allo stesso tempo, turbata dalla lunga e tenace tradizione d’odio e di intolleranza propria dello sciovinismo. Le precarie condizioni economiche, i bassi livelli di sviluppo generale, i problemi legati all’esclusione sociale ed alla sofferenza di alcune categorie, tuttavia, rendono necessario un intervento tempestivo. Nelle parole dell’autrice, occorre operare nella direzione di un miglioramento della situazione indiana e “lavorare per noi e per loro contemporaneamente alla consapevolezza che la democrazia muore se non viene nutrita”.

Inizia quindi il racconto concreto dell’esperienza di M. Gramaglia, a partire dall’analisi del contesto geografico e delle criticità che lo caratterizzano. Nello specifico, quello della scarsezza d’acqua è il grande dramma dell’India povera e contadina, ma anche delle classi privilegiate: “l’acqua arriva per due ore al mattino, dalle sette alle nove, e poi basta. Non è buona né per bere, né per cucinare”. L’abitazione presso cui alloggia l’autrice è collocata ad Ahmedabad, una città di oltre cinque milioni di abitanti. Fornite queste prime notazioni di carattere descrittivo, finalizzate a far immedesimare il lettore nell’ambiente ideologico e contestuale nell’ambito del quale si sviluppa la costruzione del racconto, prende avvio un’attenta disamina del Sewa, il sindacato autonomo di donne per il quale la Gramaglia lavora su incarico di Progetto Sviluppo, l’organizzazione non governativa per la cooperazione internazionale che fa capo alla Cgil. Il Self Employed Women’s Association è un sindacato “senza classe operaia ”, ma anche un movimento di massa di donne con 700.000 iscritte nel solo Gujarat, la regione di Ahmedabad è infatti il punto di forza di Sewa, e altre 300.000 circa nel resto dell’India. L’autrice sottolinea che pur essendo “una creatura tutta indiana”, il Sewa non è affatto provinciale, ma ha contatti e riconoscimenti in tutto il mondo. Le donne iscritte al movimento rientrano in diverse categorie lavorative: stampatrici di tessuti, operaie edili, fabbre ferraie, venditrici di frutta, lavandaie. A causa dell’alto tasso di analfabetismo femminile (50% circa), l’associazione è particolarmente attenta alla “pedagogia della dignità” ed alla salvaguardia dei diritti delle lavoratrici.

Sewa si comporta come un sindacato classico cui appartengono lavoratrici molto povere e con la necessità di non interrompere il lavoro: “sensibilizza le donne, le mobilita, organizza manifestazioni, apre vertenze con i padroni e le convince a ritardare la restituzione della merce trasformata fino a vertenza finita”. Esposte le finalità principali del Sewa, viene delineata una breve ricostruzione storica delle vicende che hanno concorso alla fondazione dell’ente, a partire dall’eredità spirituale ed ideologica di Gandhi fino ai contributi ed agli sviluppi più recenti. In particolare, nel 1968, dopo tredici anni di impegno nel Tla, emerge una leader di livello nazionale, Ela Bhatt, che comincia a studiare le tipologie di iscritte al Sewa. Con la scoperta delle differenze di genere, nell’ambito delle operazioni di credito, a causa dell’introduzione della possibilità per i poveri di chiedere un prestito alla Bank of India, si assiste ad un incremento delle attività degli usurai ai quali si rivolgono quelli che non riescono a restituire autonomamente le cifre ricevute dalla banca. Pertanto, nel 1974 Sewa fonda la sua banca per il risparmio e il microcredito alle donne povere. Una delle tragedie contro cui Sewa si batte è la devastazione della vita dei poveri da parte dell’usura.
Nel 1990 nasce l’Academy, l’istituto di formazione di Sewa, che costituisce un importante strumento di potenziamento del livello culturale generale della popolazione femminile indiana: “dai corsi di alfabetizzazione a quelli di formazione politica, al training per qualificare le levatrici di villaggio, all’educazione alla salute negli slum, al recupero scolastico delle ragazzine costrette a restare a casa a badare ai fratelli più piccoli, alla formazione informatica per le più giovani, a quella economica (per quanto semplice) per le attiviste che si occupano della banca e delle assicurazioni”. Dopo aver indicato le principali finalità del sindacato, l’autrice racconta il suo incontro con Ela Bhatt, fondatrice di Sewa, che tuttavia dal 1994 non ricopre più l’incarico di segretaria generale dell’associazione.

Ela Bhatt, leader per il movimento femminista e sindacale di tutto il mondo, nonché membro del parlamento federale, è autrice della più importante inchiesta parlamentare sulle donne dell’India indipendente. Vengono riportate le parole della fondatrice di Sewa, la quale, in pieno accordo con l’autrice, espone il suo punto di vista sul ruolo e sulle potenzialità delle donne indiane e sull’ideologia femminista: “Femminismo per me significa credere nella profonda uguaglianza della differenza. Se penso al mondo dal punto di vista dello sviluppo e della povertà, penso che le donne sono le leader dello sviluppo. Sul piano delle relazioni internazionali concrete, per me è stato decisivo il rapporto con i sindacati. Il nostro ruolo nel movimento sindacale oggi è riconosciuto ovunque, a livello federale indiano come nelle assise internazionali. Siamo state noi a porre in quelle sedi il problema del lavoro informale, del lavoro non tutelato. Il 50 % della massa di questi lavoratori, i più poveri del mondo, è costituito da donne”.

A sostegno di questa ideologia, la Gramaglia pone una serie di drammatici racconti finalizzati a descrivere le condizioni di povertà e degrado nelle quali le indiane degli slum sono costrette a vivere, ed a mettere in evidenza le capacità di adattamento e la forza interiore che le contraddistinguono. Nello specifico, viene esposta la missione di Chanchalma, la levatrice del villaggio di Pasunj, impegnata nell’assistenza delle donne incinte e delle puerpere. Sewa ha dato vita, insieme ad altre associazioni, ad un progetto a sostegno delle dai (levatrici) al fine di renderle effettive operatrici sanitarie di base. Queste sono costrette a lavorare negli slum in condizioni igieniche estremamente precarie senza potersi servire di adeguate attrezzature mediche. In particolare, lo slum ricalca la struttura del villaggio, imitandone i moduli in maniera impoverita: “abitazioni a quadrilatero, area interna per gli animali e gli attrezzi per i lavori a domicilio di fabbri, di tessitori, di tintori, cortili comuni per affiancare i charpoi (brande di legno) quando il caldo nelle capanne anguste diventa insopportabile, pozzi e minuscoli templi, talvolta poco più grandi del seggiolino di un bimbo, ma frequentemente ridipinti di fresco in colori accesi e contrastanti con quelli delle case, quasi a sottolineare cromaticamente la rilevanza simbolica del sacro”. Negli slum è possibile incontrare le sigaraie di bidi, la sigaretta indiana dei poveri prodotte da donne e bambini, costretti in tal modo a respirare continuamente polvere di tabacco con relativa esposizione al rischio tubercolosi. In questo ambiente di lavoro, Sewa ha condotto lotte epiche, ottenendo che il salario minimo venisse effettivamente applicato, divenendo l’autorità garante per il rilascio e l’autenticità delle carte di lavoro, istituendo un centro medico per la prevenzione e la cura delle malattie legate al lavoro. In India le donne si ammalano molto facilmente, a causa di numerosi fattori legati all’ambiente ed alle condizioni di degrado generale in cui esse sono costrette a vivere: “Qui la tubercolosi non conosce distanze metaforiche. È presente, angosciosa, è la malattia più diffusa per la quale si muore e, al momento, ha aggredito in maniera conclamata un numero imprecisato di persone, di cui trecento (sembrano un’enormità, ma forse sono pochissime rispetto ai malati che nessuno riesce a raggiungere) vengono curate dal centro specializzato gestito, assieme ad altri nove in città, da Sewa”.

Il Rann del Kachchh, il “deserto di sale” del quale vengono descritte le caratteristiche principali, funge da scenario per l’esposizione di una serie di interventi di recupero di Balasar, piccolo borgo confinate con il deserto, strutturato dalla cooperazione italiana dopo il terremoto del 26 gennaio 2001: Movimondo è appunto un programma di agricoltura sostenibile per undici villaggi che si propone di far condividere ai contadini banche di sementi, di sostenere l’agricoltura, di favorire i gruppi di risparmio e microcredito bancario. Una breve sosta a Nilpar, dove è presente una grande scuola gestita dal Gss (Associazione per l’autogoverno locale), consente all’autrice di assistere alla Raksha Bandhan, la festa di fratello e sorella, nell’ambito della quale maschi e femmine si scambiano un braccialetto di stoffa in segno di reciproca protezione. In tal modo, la Gramaglia offre al lettore la possibilità di avere una visione completa della cultura indiana, anche in termini di riti, simboli, usi e costumi.

Una sezione ricca di riferimenti storici, culturali, politici e sociali è altresì quella dedicata alla figura di Gandhi, guida spirituale e punto di riferimento per l’intero popolo dell’India antica e moderna. Tuttavia, i seguaci della destra induista, nelle parole dell’autrice, hanno sempre, più o meno silenziosamente, detestato Gandhi ed il suo ecumenismo etnico-spirituale. Invece, nell’India ricca e disinvolta egli rappresenta “un’icona postmoderna, deterritorializzata: promuove l’orgoglio nazionale, ma promuove anche il business”. Sonia Gandhi ha ottenuto che il 2 ottobre di ogni anno, l’Onu festeggi l’anniversario della nascita del padre della non-violenza, avvenuta nel 1869, con una giornata mondiale dedicata alla pace. Nello stesso tempo, però, il marchio “Gandhi” è in vendita sul mercato mondiale: “lo ha comprato l’agenzia americana CMG Worldwide, che detiene i diritti anche su altre icone mondiali, e lo ha già venduto a Telecom Italia, che ne ha addobbato per mesi la scalinata di Trinità dei Monti a Roma, e alla Apple americana”. Quindi, si disegna a grandi linee la mappa della destra indiana: il BJP (Bharatiya Janata Party: Partito del popolo indiano) è l’espressione politica e istituzionale della destra indiana; il VHP (Vishwa Hindu Parishad: Consiglio mondiale degli hindu) ne è l’anima religiosa; la RSS, un’organizzazione parlamentare diffusa tra i giovani che amano la disciplina e gli esercizi ginnici, che esprime il radicalismo politico diffuso del movimento.

A questo punto, la narrazione inizia a contestualizzarsi, in termini di cornice cronologica, in epoche più recenti, focalizzandosi su problemi e tematiche dell’India contemporanea. Dunque, un’analisi di tipo diacronico, finalizzata all’esposizione dei tratti peculiari del subcontinente assunti nel tempo, ed allo stesso tempo un’indagine esplorativa di tipo sincronico, atta a verificare l’eventuale risoluzione delle diverse questioni affrontate, nonché l’emergere di ulteriori elementi di criticità.
Nello specifico, l’autrice fa riferimento alla tragedia dello tsunami che, in quel tragico 26 dicembre del 2004, provocò la morte di decine di migliaia di persone, e la cui minaccia tuttora incombe a Velanganni, nel distretto di Nagapattinam. Pur avendo rappresentato un fenomeno dalle indescrivibili capacità distruttive, pur avendo segnato indelebilmente i sopravvissuti nel corpo e nell’anima, tuttavia, il ricordo dello tsunami è anche un punto di svolta che dà forza: molte donne hanno scoperto il valore della solidarietà, hanno imparato a fare affidamento sulle proprie forze senza dover dipendere dal marito, hanno raggiunto uno status di indipendenza ed emancipazione. Particolare rilevanza è data alla sfera religiosa, attraverso descrizioni emotivamente coinvolgenti e particolareggiate. Nell’area di Nagapattinam ed in tutto il Sud dell’India, regna un’atmosfera di preghiera, di raccoglimento, di alta religiosità legata ai simboli dei riti e della tradizione: “le religioni si intrecciano e si mescolano in una strana comune koinè, fatta di devozione, talvolta di evidente superstizione, ma anche di apertura allo stupore verso il mondo e di autentica spiritualità”. Ciò fa da sfondo alla descrizione del tempio di Madurai ed alle attività ad esso connesse.

In India il rapporto che lega l’individuo alla preghiera è intimo, costante ed imperituro, si connota per una coloritura panteistica che accompagna ogni singolo gesto. Il fulcro della fede jain è la non violenza fino al limite estremo, la sconfinata compassione per ogni essere vivente, il sentimento di connessione ad un prossimo senza confini geografici o biologici. L’attenzione si sposta poi su Phoolan Devi, “regina dei banditi”, una contadina analfabeta la cui determinazione ha costituto un esempio emblematico del potenziale rivoluzionario delle donne, poiché, nelle parole dell’autrice, “per due anni, dal 1981 al 1983, tenne in sacco con suoi uomini la polizia federale, trattò la resa sua e della banda sotto la protezione del ritratto della dea Durga, di fronte a una folla di settemila seguaci, e riuscì persino, dopo dieci anni di carcere, ad essere eletta in parlamento prima di venire assassinata, probabilmente per vendetta, nel 2001”.

Alquanto complessa è la situazione delle donne indiane dal punto di vista politico e socioculturale. Infatti, le quote di rappresentanza femminile non sono riuscite a vincere l’arcaico maschilismo che connota tuttora il potere locale. I giudici delle corti statali e federali spesso intervenire al fine di limitare gli abusi di potere dei sarpanch (presidenti dei consigli locali) che, nelle zone più arretrate, vengono considerati capi tribù autorizzati anche a comminare pene severe. M. Gramaglia nota come le donne si caratterizzino per un’insita proprietà tipica del loro genere, ossia la non riducibilità in gruppo e quindi a problema sociale, “a pura rappresentanza cangiante di interessi”.

Un altro cardine della cultura indiana, quello della comunicazione del corpo attraverso simboli condivisi, viene preso in analisi dall’autrice in termini di aderenza delle donne alle regole ed ai canoni di cura ed ornamento dei propri corpi, secondo criteri socialmente determinati: “In India il corpo è una foresta di simboli. L’abito lo orna, lo copre, lo disegna socialmente, ne codifica il pudore, ma non lo umilia”. Il sari, l’abito delle donne indiane, la tikka, il tipico punto rosso posto sulla fronte che indica il loro essere sposate, gli anelli e le cavigliere d’argento, segni di possesso che alludono al dominio dell’uomo, rappresentano solo alcuni dei numerosi codici di comunicazione del corpo nella cultura indiana.

 

Augusto Cocorullo – Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze Sociali – Dottorato di Ricerca in Scienze Sociali e Statistiche – XXIX ciclo

 

 
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Anselmo Botte Grazie mila – Eboli, San Nicola Varco: cronaca di uno sgombero: scheda bibliografica di Augusto Cocorullo

Titolo: Grazie mila – Eboli, San Nicola Varco: cronaca di uno sgombero.

Autore: Anselmo Botte

Editore: Ediesse

Pubblicazione: Ottobre 2010

Pagine: 114

Biografia

Anselmo Botte è nato a Barile (Pz) nel 1953. Ha aderito al gruppo politico extraparlamentare del Manifesto ed è stato tra i protagonisti del movimento studentesco del ‘77, partecipando all’occupazione dell’Università. Nel 1980 si è laureato discutendo una tesi sperimentale sull’analisi delle classi sociali in agricoltura, relatore Prof. Enrico Pugliese. Ha svolto una delle prime ricerche sul campo sulla presenza degli immigrati in Campania. Per alcuni anni ha lavorato nei laboratori di ceramica di Vietri sul Mare, nelle fabbriche conserviere dell’Agro Sarnese-Nocerino e in quelle metalmeccaniche del bresciano. Alla fine degli anni ‘80 è stato tra gli organizzatori del movimento dei disoccupati di Salerno: suo è il progetto di assistenza domiciliare agli anziani che ha trovato uno sbocco occupazionale per centinaia di disoccupati. Nel 1988 la Cgil di Salerno gli affida la responsabilità della direzione del C.I.D. (Centro Informazione Disoccupati). L’anno successivo entra nella segreteria della FLAI (Federazione Lavoratori dell’Agro Industria), nella quale resterà, con diversi incarichi, fino al 2009, quando verrà eletto nella segreteria della Camera del Lavoro di Salerno. Mannaggia la miserìa. Storie di braccianti stranieri e caporali nella Piana del Sele è il suo primo libro.

Abstract

Con lo sgombero del ghetto di San Nicola Varco di Eboli, dove da anni erano costretti a vivere, in un assoluto degrado, più di ottocento braccianti marocchini impiegati nell’agricoltura della Piana del Sele, si scrive un’altra pagina nera della storia dei migranti nel nostro paese. Le ragioni che mi spingono ad esporre quegli eventi derivano dal profondo dolore che ho avvertito quel giorno. Sarà solo quello a guidare la penna nel racconto tormentato di chi l’ha subito, attingendo alle sensazioni che ho vissuto. Quel giorno, tra i più tristi della mia vita, ho sentito un peso che mi ha travolto interamente e sotto il quale gemevo impotente. Oggi, mentre percorro pensieroso le strade della Piana, li rivedo ancora tutti, i ragazzi di San Nicola Varco. Stanno ancora qui, non si sono mossi. Vivono in baracche, ruderi rurali, stalle, qualcuno ha trovato casa nei centri urbani, qualcuno dorme sotto le serre e sotto gli alberi. Tutti sono più deboli, spremuti e sfruttati nel lavoro dei campi, come e più di prima, dai caporali. Cosa possono aspettarsi dalla vita questi girovaghi instancabili a cui nessuno presta aiuto? Porte chiuse in faccia e malasorte. Il peso di una vita che vita non è, e ad ogni passo lo spirito maligno che mostra la via della salvezza nella fuga da volti duri e gente ostile.

Anselmo Botte

 

Grazie mila

Grazie mila è la storia dello sgombero del ghetto di San Nicola Varco di Eboli, avvenuto la sera del 10 novembre 2009. Anselmo Botte, autore dello scritto e testimone diretto dell’accaduto, mediante l’espediente narrativo dell’immedesimazione, espone con estrema accuratezza e dovizia di particolari il succedersi delle fasi che hanno portato alla diaspora di centinaia di marocchini impiegati come braccianti agricoli al servizio dei caporali nella Piana del Sele. L’utilizzo di un lessico caldo, ricco di riferimenti alle condizioni disumane in cui versavano i protagonisti della vicenda, incentrato su di una descrizione attenta del loro stato d’animo, sono prova del pieno coinvolgimento emotivo da parte di chi scrive e palesano l’obiettivo perseguito durante tutto il corso della narrazione: sensibilizzare il lettore spingendolo ad assumere un atteggiamento solidale nei riguardi dei migranti, ai fini di una costruzione collettiva di un presente vivibile per le classi subalterne della società contemporanea.

Due prefazioni introducono la tematica trattata nei capitoli successivi, fornendo una chiara esposizione degli antefatti e dei precedenti storico-politici che hanno condotto ad una sempre maggiore degenerazione delle condizioni esistenziali dei braccianti nel contesto geografico della Piana del Sele e non solo. La prima, di Stefania Crogi, segretario generale della Flai-Cgil, si configura come quadro teorico in relazione al quale interpretare il fenomeno analizzato, descrivendo gli antefatti in termini di provvedimenti disciplinari attuati dal governo e di inefficacia degli stessi alla luce degli esiti registrati a Rosarno. La seconda, di Franco Tavella, segretario generale della Cgil Salerno, contiene un’aspra critica nei riguardi della tendenza attuale dei cittadini all’indifferenza rispetto a problematiche di tale gravità ed implicazione sociale. Segue un prologo, scritto da Anselmo Botte stesso, che consiste nella trascrizione di un suo articolo pubblicato su “Il Manifesto” del 12 novembre 2009, nel quale si riporta sommariamente ciò che nelle pagine successive sarà oggetto di una più approfondita riflessione di stampo sociologico.

Si apre quindi la narrazione effettiva della vicenda oggetto d’indagine critico-analitica, che si articola in undici sezioni differenti. L’autore rende narratore dei fatti Dris Quastalani, bracciante marocchino quarantottenne della Piana del Sele, il quale, sin dall’inizio, si pone l’obiettivo di esporre dal punto di vista procedurale la vicenda dello sgombero, congiuntamente alla caratterizzazione fisionomica e psicologica dei suoi compagni di sventura, attraverso un’analisi introspettiva della propria condizione emotiva nelle fasi precedenti e successive rispetto all’intervento delle forze dell’ordine. Inizialmente, gli interventi coercitivi erano sporadici e non invadevano il “ghetto” nella sua integralità: generalmente gli arresti riguardavano solo coloro che si erano rifugiati nella prima palazzina in prossimità del cancello d’ingresso. Eloquente è la similitudine della quale il narratore si serve per descrivere, in modo incisivo ed efficace, la condizione in cui versavano i marocchini del ghetto, sempre più rassegnati al loro ineluttabile destino: “Come in uno stormo di passeri che sul calare della sera volava compatto come una nuvola, rassegnato alle scorribande dei rapaci che attaccavano dai lati, beccandone sempre alcuni, imponendo allo sciame brusche e repentine deviazioni che disegnavano nel cielo sagome ovoidali”.

Successivamente, la situazione subisce un radicale mutamento. Iniziano a giungere testimonianze dell’avvistamento di numerosi mezzi e uomini delle forze dell’ordine: circolava da tempo la notizia che quello sarebbe stato l’anno dello sgombero definitivo del “ghetto”. Era la sera del 10 novembre 2009. “Cupo destino”, “scompiglio totale”, “singolare inquietudine”: sono alcune delle espressioni utilizzate in questa fase della narrazione per trasmettere al lettore l’incupirsi ulteriore dello stato d’animo dei braccianti. Il registro linguistico si tinge di tonalità scure, tristi, cupe. Inizia il racconto effettivo della vicenda con una prima descrizione dell’indecisione degli abitanti del ghetto circa l’alternativa di abbandonare lo stesso prima dello sgombero effettivo, rispetto a quella di restare. La terza sezione è dedicata ad un monologo interiore del protagonista che, in un momento di isolamento dal trambusto circostante, ripercorre il succedersi delle fasi più importanti del suo percorso di vita. Inquietudine e paura, tormento e indecisione, ansia e nervosismo: in un climax ascendete di stampo emozionale, Dris avverte sempre più intensamente quel sentore di pericolo che si sarebbe poi concretizzato in un crudele atto di invasione. Un lungo flashback che coinvolge il lettore emotivamente, inducendolo ad una riflessione sulle difficoltà concrete degli immigrati in termini di precarie condizioni di vivibilità del presente ed assenza di migliori possibilità per il futuro.

Segue una descrizione particolareggiata del passato del protagonista-narratore che, a partire dalla nascita, fino agli anni della formazione, per arrivare a quelli della scelta migratoria, dipinge un quadro situazionale di degrado sociale ed abbandono della comunità di provenienza. L’insostenibilità delle condizioni economiche e sociali in cui si ritrova a dover vivere, induce Dris a seguire le orme di molti suoi connazionali, decidendo per la soluzione della migrazione. La narrazione delle fasi preliminari di attuazione delle procedure burocratiche di regolamentazione inizia con l’esposizione dei fatti relativi all’affidamento, da parte del protagonista, della sua ormai intollerabile situazione a Lakbir, marocchino “ben vestito” incontrato in un bar, che si rivelerà poi uno sconsiderato truffatore. Dris, dopo aver consegnato cinquemila euro, cifra necessaria per il rilascio del visto d’ingresso e per essere successivamente assunti presso un’azienda agricola nel salernitano, a quello che credeva essere un provvidenziale datore di lavoro, assieme ad altri suoi compagni di sventura, nella primavera del 2007, giunge in Italia, più precisamente a Salerno. Dopo aver più volte tentato di contattare telefonicamente la sua pseudo-agenzia di collocamento senza alcun risultato, avendo compreso di essere stato letteralmente truffato, decide di affidarsi ad un gruppo di suoi connazionali incontrati in stazione, che come lui avevano seguito lo stesso percorso verso un futuro migliore in realtà inesistente.

Dopo un lungo tragitto, Dris arriva nel campo dove si sarebbe potuto momentaneamente rifugiare. “La prima impressione fu quella di un posto abbandonato, lontano da tutti i luoghi civili, smarrito nell’immensità della campagna”, da queste parole prende avvio una descrizione dettagliata e minuziosa del “ghetto” di San Nicola Varco: il registro linguistico subisce un radicale mutamento, adattandosi alle caratteristiche negative proprie del luogo in cui si sviluppa la vicenda. Il protagonista, introdotto in un “enorme capannone”, ne descrive la struttura fatiscente, focalizzandosi su dettagli piuttosto macabri che, tuttavia, concorrono ad un’elaborazione visiva da parte del lettore dell’immagine così magistralmente presentata. Terminata la narrazione delle fasi precedenti rispetto al suo arrivo nel campo, Dris, continua con l’esposizione delle modalità di attuazione del piano di sgombero del ghetto. In particolare, egli mette in evidenza la divergenza di punti di vista esistente tra i suoi compagni in relazione all’alternativa più opportuna per cui optare, al fine di avere maggiori possibilità di fuggire da quella che si sarebbe poi rivelata una strategia estremamente crudele ed inefficace. “Quel giorno regnava il silenzio, cupo e denso di terribili presagi”: l’11 novembre 2009, data di attuazione concreta dello sgombero.

La scansione delle fasi dell’episodio narrato è minuziosa e precisa, seguendo una logica temporale estremamente dettagliata in termini di descrizione delle procedure ora per ora, con riferimento continuo allo stato d’animo delle vittime ed alle caratteristiche del contesto circostante. Nello specifico, Dris impressionato dalla quantità di mezzi giunti presso il campo, dopo averne specificato il posizionamento strategico all’interno dello stesso, procede con l’elencare le tipologie dei corpi armati, al fine di palesare il loro obiettivo strategico, evidenziare la sproporzione numerica esistente tra di essi e gli abitanti del campo, descrivere, per volontà di completezza ed esaustività, il loro ricco equipaggiamento costituito da armi e scudi protettivi. I militari, dopo aver concesso ai braccianti muniti di documenti di abbandonare il campo liberamente senza alcun tipo di provvedimento disciplinare, iniziano ad effettuare controlli al fine di individuare i marocchini sprovvisti di regolari permessi. Questi, prima di essere condotti al di fuori del ghetto, chiedono alle forze dell’ordine di poter rientrare negli accampamenti in modo da poter prelevare dagli stessi quei pochi effetti personali e qualche logoro indumento: dopo un primo temporeggiamento da parte delle autorità nel concedere tale richiesta, a Dris ed ai suoi compagni viene data la possibilità di raccogliere i propri miseri oggetti.

In questo preciso punto della narrazione della vicenda, si comprende il motivo per il quale Anselmo Botte intitola il suo scritto “Grazie mila”. Dris descrive con stupore ed ammirazione il comportamento dei suoi compagni nell’esprimere sincera riconoscenza nei confronti delle forze dell’ordine per aver loro concesso di portare con sé i loro luridi stracci: «Misero nei ringraziamenti tutta la gratitudine del loro cuore. “Grazie mila”, dicevano, piegando leggermente in avanti la testa e il busto, e portandosi con leggerezza la mano destra sul cuore. “Grazie mila”, mentre frugavano dentro le tane alla ricerca di quello che poteva essere utile. “Grazie mila”, mentre i militari controllavano che non si portassero via cose che non appartenevano a loro». L’operazione di sgombero si conclude nel pomeriggio, obbligando coloro che prima abitavano il campo a cercare un luogo dove trascorrere il resto della loro misera vita. Le successive sezioni si focalizzano sulla diversità delle tipologie di strategie attuate dai migranti al fine di trovare una soluzione al problema della mancanza di un luogo dove trascorrere la notte. Dris ed alcuni suoi compagni decidono di allestire un accampamento momentaneo in un pescheto adiacente al campo oramai deserto; altri si dirigono verso un centro di accoglienza del comune di Eboli. In queste pagine, la voce narrante si incupisce, assume toni tristemente pacati e dimessi, si connota per l’utilizzo di un registro linguistico ricco di termini ed espressioni che palesano una condizione interiore del protagonista di disagio, sconforto, afflizione.

Dris riflette sull’ingiustizia di cui è stato vittima in quegli ultimi anni della sua vita, sentendosi “assediato da ogni sorta di difficoltà”. Afflitto dalla fame, si reca presso un supermercato per comperare qualche vivanda. In questo contesto, prende avvio un’altra tragica ed amara constatazione da parte di chi narra, in merito alla mancanza di sensibilità ed all’opportunismo dei “caporali”: questi, infatti, approfittando della misera condizione in cui versavano i braccianti, si recano nel luogo in cui si erano essi si erano riuniti dopo lo sgombero per “offrire” loro possibilità di lavoro nei campi. Lo stesso Dris, dopo aver trascorso una gelida notte in balia dei pensieri più cupi, il giorno successivo si reca in un campo della Piana, per effettuare, assieme ad altri compagni di lavoro, la concimazione dello stesso mediante l’utilizzo di apparecchiature rudimentali, senza alcun tipo di protezione, per guadagnare una cifra irrisoria rispetto alle prestazioni richieste dal tipo di lavoro proposto.

Per Dris si sarebbe riattivato lo stesso processo innescatosi prima dello sgombero: lavoro e sfruttamento. A tal proposito, è significativo notare che, l’epilogo posto a conclusione del testo in analisi è dedicato all’esposizione della situazione dei migranti tre mesi dopo lo sgombero. In questo articolo, scritto dallo stesso Anselmo Botte e pubblicato su il “Corriere del Mezzogiorno” del 13 febbraio 2010, si mette in evidenza l’inefficacia dei provvedimenti disciplinari presi dalle autorità locali, in relazione al riformarsi di zone “ghetto” dopo lo sgombero di un campo presentemente costituitosi. Nelle parole dell’autore, è necessario che “ognuno si assuma le sue responsabilità: le imprese, che la legge obbliga ad offrire un alloggio a tutti i migranti assunti; le amministrazioni comunali, che non hanno mai avviato alcuna politica di accoglienza per affrontare il disagio alloggiativo”. Segue una galleria di immagini che costruiscono un percorso visivo in termini di fasi della procedura di sgombero del campo di San Nicola Varco di Eboli. Al testo è stato accluso un contributo multimediale di tipo filmico che ripercorre dinamicamente le fasi dello sgombero, mediante il montaggio di un video che ne evidenzia le caratteristiche descritte nell’opera.

AUGUSTO COCORULLO – UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI “FEDERICO II” – DIPARTIMENTO DI SCIENZE SOCIALI – DOTTORATO DI RICERCA IN SCIENZE SOCIALI E STATISTICHE – XXIX CICLO

 
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