SERBIA vs ALBANIA. IL DRONE, STRUMENTO DI TECNOLOGIA O DI GUERRIGLIA ?


Tornano a far parlare le vicende balcaniche, dopo gli anni di silenzio e di pace seguiti ai tremendi massacri in Kosovo e Bosnia Erzegovina. Quanto accaduto la sera del 14 ottobre scorso a Belgrado, presso il Partizani Stadium, in occasione della partita di qualificazione europea fra Serbia ed Albania, ha veramente dell’assurdo. Ciò per una serie di motivi, prima di tutto legati al calcio ed al senso di quella manifestazione che, purtroppo, di sportivo ha avuto ben poco.

I principali esponenti in Italia del calcio albanese si sono espressi nel dopo partita, scagliandosi soprattutto contro certi media che avrebbero caricato troppo il match, infuocandone la vigilia. Hotel della nazionale albanese presidiato dalle forze di polizia e dai militari, a Belgrado, per evitare contatti con la squadra da parte di facinorosi serbi. Ma il nazionalismo serbo è forse quello che, a livello europeo, ha mostrato i suoi lati più distruttivi ed inquietanti nel corso degli ultimi due secoli. Ai tempi di Gavrilo Princip, che nel 1914 scatenò con l’attentato di Sarajevo la Prima guerra mondiale, erano certamente diversi i mezzi di propaganda politica e di incitamento all’odio etnico nei Balcani. I droni, come quello che ha sorvolato Belgrado due sere fa trainando una bandiera kosovara con stemma albanese, non erano nemmeno lontanamente immaginabili fra serbi, albanesi, sloveni, croati e bosniaci. L’ex Jugoslavia era e continua ad essere una polveriera, dove alla minima provocazione c’è pericolo di scatenare una nuova guerra. Fu guerra negli anni ’90, prima in Bosnia poi in Kosovo. I crimini del presidente serbo Svobodan Milosevic sono rimasti nell’immaginario collettivo come le peggiori fra le efferatezze compiute nell’area balcanica nel ‘900. Gli albanesi stessi ne sanno qualcosa, sterminati e perseguitati nel ’99 dalle truppe serbe per la morbosa pulizia etnica attuata dal suo leader. Una Serbia quale vera potenza nell’area slava, ortodossa per religione, filorussa per ascendente politico (i serbi scrivono in cirillico) e per la storica amicizia con i cugini russi. La stessa rassegna stampa del giorno seguente la gara di calcio di Belgrado, sia albanese che serba, ha calcato la mano propendendo ovviamente per l’una o l’altra Nazione.

Il nazionalismo serbo è latente, messo apparentemente a tacere dopo la “perdita” prima del Montenegro – non senza polemiche – e poi del Kosovo appunto, tuttora non effettivamente riconosciuto come Stato dalla comunità internazionale. Ecco quindi il sogno della “Grande Albania” che torna a far discutere, infiammando persino i giocatori delle due nazionali in campo. Il modo in cui il pubblico stesso ha replicato alla provocazione del drone è soltanto una ovvia conseguenza di un odio etnico che si ripresenta più violento che mai. Serbi e albanesi non troveranno mai pace. Mentre a Belgrado si combatteva, in strada e in campo, nelle piazze di Tirana si esultava, fra lo sconcerto generale dei calciatori presenti – molti dei quali militanti nel campionato italiano. Laziali soprattutto, dagli albanesi Cana, Berisha e Tare (oggi dirigente biancoceleste) ai serbi Djordjevic e Basta (quest’ultimo a casa per infortunio). L’Italia ne ha ancora tanti nel suo campionato, dove non sono mancate le istigazioni alla memoria di quell’odio mai sopito in Serbia. Ricordiamo l’esposizione da parte della curva laziale stessa, anni fa, di croci celtiche e simboli inneggianti alle feroci “tigri” di Arkan – corpo paramilitare che nel ’90-’91 commise alcuni delle più atroci stragi durante la guerra in Bosnia, che portò alla fine della federazione jugoslava. L’indipendenza del Kosovo, regione della Serbia a maggioranza albanese, riprende vigore con questa scorribanda del drone su Belgrado. Il gesto simbolico e le sue conseguenze nefaste sono stati vissuti con sdegno e paura anche dal nostro Gianni De Biasi, allenatore della nazionale albanese, che si è unito al coro dei calciatori presenti all’evento.

Non poteva mancare lui, Ivan il terribile (Ivan Bogdanov), capo ultras serbo che nel 2010 impressionò l’Italia a Genova, mostrando muscoli e tatuaggi simbolo di una Serbia che fa davvero paura, facendo sospendere la partita di qualificazione europea dopo aver fatto di tutto, a cavallo della sua gradinata, strappando reti, provocando polizia e pubblico dello stadio Ferraris. Già nel derby di Belgrado, fra Partizan e Stella Rossa, esplode normalmente l’opposto credo politico degli ultras serbi. Tutto farebbe pensare al nostro Genny a’ carogna dell’Olimpico, capo ultras del Napoli nonché camorrista oggi agli arresti. Niente in confronto all’impeto dei serbi, leoni al servizio del loro capobranco, non pecore come gli ultras partenopei. Secondo alcune voci Bogdanov avrebbe, così come Genny a Roma lo scorso 5 maggio, “moderato” gli animi trattando in campo per consentire la continuazione del match – come Genny a’ carogna. Una presenza temuta e rispettata nelle fila serbe, ma questa volta non è bastato a placare la furia di un popolo stuzzicato, forse inutilmente, nel suo orgoglio nazionalista.

Impossibile separare sport e politica, almeno nelle frange estreme delle tifoserie slave, dove episodi di violenza avvengono costantemente, sia in Serbia che nella cattolica Croazia (Hajduk Spalato e Dinamo Zagabria soprattutto), durante derby della violenza che mettono a nudo i sentimenti di popoli che forse non riusciranno mai ad amarsi fra loro. Sconcertante, infine, è pensare che personaggi simili a Ivan il terribile continuino, dopo quanto abbiano combinato in passato, a marciare indisturbati per gli stadi stabilendo le logiche di un mondo perverso che è giocoforza mischiato con lo sport.

 

Francesco Pascuzzo

 

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