Gomorra e Marx


L’intimo rapporto dell’uomo con se stesso è, nella cultura africana, totalizzante: egli è se stesso in quanto parte imprescindibile della natura. Egli è naturalmente emancipatorio: l’emancipazione di sé corrisponde a quella della natura. Ed egli si compie nella natura: la natura è la sua libertà. Nella cultura capitalista, al contrario, il rapporto dell’uomo con se stesso è, in virtù dell’alienazione prodotta dal lavoro, svalutato. E questa svalutazione costituisce l’essenza stessa dell’uomo capitalista. Egli è una “merce” e vive per il capitale. La sua unica funzione è la creazione di capitale: di conseguenza, secondo l’ “etica del lavoro”, il non lavorare è una perdita di capitale, e quindi della sua essenza. L’uomo banconota (o bancomat…) è uno zombie.

È il paradosso che l’uomo si trova schiacciato tra i propri primitivi bisogni e le sue artefatte (dalla società capitalista) necessità a costituire l’essenza, spesso inconciliabile, dell’individuo capitalista. Egli sente i propri bisogni, ma li svende per il salario e, paradossalmente, è il lavoro stesso che – seppur nato per soddisfare i bisogni – costituisce il più impervio ostacolo alla loro realizzazione. Il lavoratore soddisfa i bisogni della società ed in pratica “il capitale esiste al posto suo”. È il capitale a definire l’esistenza e dove non c’è capitale non c’è esistenza. È così che, in assenza di capitale, la vita risulta superflua e guerre e devastazioni giustificate. Un territorio non capitalista è inutile ed il male dell’inutilità a-capitalista va sradicato.

A dover essere eliminati, per la società capitalista, tuttavia, non sono solo questi non-luoghi di non-capitale, ma anche tutte quelle esistenze “inutili” di individui non capitalizzabili. È il caso dei vagabondi, dei miserabili, dei disoccupati… Queste sono esistenze ontologicamente inutili ed eticamente disprezzabili. In pratica, il disoccupato è l’emblema della distorsione sociale capitalista: colui che non si aliena da se stesso èmassimamente e socialmente alienato. La scelta è tra l’alienazione da sé e l’alienazione dalla società. Ed i grandi beni della società capitalista rendono preferibile la prima.

In pratica, il lavoratore è una merce, assimilabile, ad esempio, ad una tanica di benzina: il salario è il prezzo da pagare affinché l’utilizzo di un certo mezzo (la benzina-il lavoratore) consenta l’attivazione di una certa struttura (la macchina-la società capitalista). Il posto per taniche di benzina inutilizzate non c’è, così come per colui che non lavora c’è solo il regno dello sdegno.

Peraltro, posto che lo scopo del capitale non è quello di produrre il maggior numero di lavoratori possibili, ma piuttosto quello di massimizzare il profitto, è evidente come l’”unico principio” dell’economia politica è il rapporto inverso tra salari ed interessi del capitale. Laddove gli interessi del capitale aumentano, i salari diminuiscono e viceversa. Nel primo caso, si è in presenza di un massiccio spostamento di ricchezza dal basso verso l’alto; nel secondo, assai più infrequente, lo spostamento avviene dall’alto verso il basso.

Il capitale, emancipatosi e fattosi “astratto da ogni altro essere”, vive solo per se stesso: l’economia reale è un povero intralcio all’economia astratta, ossia all’ arte del capitale. Così come l’astrattismo di Kandinskji trascende la forma ed i contenuti, giungendo ad una primordiale identità dell’essenza con se stessa, il capitale trascende la forma – ossia lo spazio-tempo – ed i contenuti – ossia l’economia reale – e giunge a quella concreta nebulosa che è la finanza. Astratto da sé, in un non-luogo spazio-temporale, il capitale proclama la propria ancestrale indipendenza dal mondo delle cose. Ed in tal modo sottomette l’immanenza umana.

Le distinzioni tra capitale mobiliare ed immobiliare saltano bruscamente: esso è eimmobiliare e mobiliare. La fosca unione è evidente nel clan Savastano di Gomorra: sono non solo le immense rendite mobili (ossia liquide) a costituire, ormai, l’espressione capitalista, ma anche gli immobili, spesso in luoghi lontani, non conosciuti neanche dai proprietari. E così l’intreccio tra capitale e camorra è compiuto, la massima espressione capitalista, ossia del mondo “civilizzato”, è la criminalità organizzata, espressione, in un’ottica “capitalista”, di un mondo “arretrato”.

È il paradosso che l’illegalità è legalizzata, in virtù di un’arte astratta del capitale – che estrae dal cilindro il coniglio dei fondi della camorra – a costruire l’etica del capitalismo del XXI secolo. In un mondo in cui la legge del capitale, ossia del denaro, impera, il resto è illegale, ma ciò che riguarda il capitale è legale. La verità del mondo moderno è che la finanza è camorra, anzi un monopolismo delle organizzazioni criminali, alleate sotto le insegne politiche del denaro. È l’apoteosi del “prode, fantastico e furbo mariuolo”.

Raffaele Vanacore
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