Scozia, occasione perduta o pericolo scampato ?


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Una situazione che non sarebbe piaciuta affatto al celebre William Wallace, il mitico personaggio di Braveheart che combatteva nel ‘300 per l’indipendenza della Scozia dal re inglese Edoardo III Plantageneto. Eppure la realtà di oggi è questa, gli scozzesi hanno letteralmente lasciato cadere il sogno dell’emancipazione dal Regno Unito di Gran Bretagna, lo stesso sogno per il quale in Irlanda del Nord fu versato un mare di sangue anni e anni fa.

“Sunday, bloody Sunday!” recitava la famosa canzone degli U2, in cui il leader del gruppo Bono Vox rievocava le stragi compiute dai soldati di Sua Maestà per reprimere una rivolta popolare durante una tremenda domenica per le vie di Belfast, capitale dell’Ulster sotto il giogo britannico. Se in quel lembo di Irlanda da sempre si combatte per raggiungere l’agognata indipendenza dalla Corona di Elisabetta, per annettersi alla Repubblica dell’Eire, in Scozia è avvenuto qualcosa di diverso. Niente sangue, nessuna battaglia in città, ma un paese profondamente diviso.

Il referendum tanto temuto per l’unità e la stabilità dell’intera Europa, tenutosi lo scorso 19 settembre in Scozia, non ha sortito gli effetti previsti. Positivi per i più idealisti, negativi per i più attaccati alle questioni economiche e nascosti dietro un’unità europea che per ora resta un semplice fantoccio. La campagna mediatica messa in atto dall’Unione Europea contro il Si, ovvero contro la secessione della Scozia dal resto del Regno Unito, è stata la motivazione principale per cui molti scozzesi – forse poco più della metà – si sarebbero fatti pilotare nella scelta. Lo spauracchio di un’uscita definitiva di tutta l’area britannica dalla Comunità Europea è stato agitato a dovere generando diffidenza e paura, soprattutto per le probabili ricadute in altri Stati europei in crisi d’identità. Il pensiero è corso subito al caso spagnolo, dove la Catalogna continua a proclamare la sua indipendenza dalla Corona di Spagna. Non un caso da nulla insomma, anche se in altre aree europee ci si è perfino uccisi in passato per ottenere l’indipendenza (ex Jugoslavia).

A quanto pare avrebbe inciso anche il discorso del petrolio, di cui la Scozia è ricca ma da cui sembra aver avuto “paura” di trarre profitto da sola senza la guida inglese. Gli scozzesi, ai quali già il premier britannico Cameron ha già concesso ampie sfere d’autonomia decisionale, hanno deciso di continuare a cantare “God save the queen”. Niente e nessuno consolerà quel 49 % (stando ai sondaggi) che voleva invece la secessione.

Nulla da fare per i moderni Braveheart, che si facevano sentire soprattutto a Glasgow, la seconda città della Scozia. Dall’altro lato Edimburgo, capitale scozzese, era schierata in maggioranza per il fronte del no all’indipendenza.
Scongiurato in sostanza il pericolo di un nuovo ’48 nel XXI secolo, da Bruxelles tutti i burocrati tirano un sospiro di sollievo per l’incolumità dell’Europa. Il dato di fatto è che ancora una volta le decisioni dei potenti hanno in qualche modo influito su una scelta di democrazia, mettendo gli interessi alla stabilità e la convenienza al primo posto, davanti ad un nazionalismo che in fin dei conti non avrebbe fatto male a nessuno. Soprattutto pensando che l’autonomia scozzese era qualcosa di quasi pieno e assodato, che mancasse solo il sigillo alla questione secolare. Con buona pace della Regina, s’intende!

Francesco Pascuzzo

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