Francia, Europa e nazionalismi


Lo sfascio economico, politico e sociale francese è, allo stesso tempo, esempio del fallimento della governance liberal-democratica ed avvertimento circa le possibili vie di fuga di tale crisi.
Mentre in Italia solo un’ottusità collettiva, alimentata da media monolitici, nasconde un disastro socio-economico altrettanto profondo (rifugiandosi dietro le solite affermazioni: “è sempre andata così”, “questa è l’Italia”, “è nella nostra natura” e baggianate simili), in Francia, dove la grandeur è storia (loro hanno vinto la II guerra mondiale, noi l’abbiamo stupidamente combattuta e persa), il dibattito politico sulle cause e sugli sviluppi dell’odierno sfacelo infiamma.
Lasciando da parte le differenze, pur di notevole rilevanza (soprattutto per il fatto che esse in Francia sono realmente ideologiche, e quindi politiche) all’interno della stessa maggioranza, quel che ci interessa è proprio l’interpretazione delle cause della crisi e lo sviluppo di possibili soluzioni.

Sconfitto l’indipendentismo globale golliano (la Francia che “ce la fa da sola”, la scelta di non aderire alla NATO fin qualche anno fa), anche la Francia, paese nazionalista par excellence, si è ritrovata sottomessa al giogo dei poteri transnazionali e globalizzati.
Accomunata all’Italia da una forte tradizione comunista, ma differente da questa per un centralismo burocratico ancor più gravoso, la Francia si è trovata nuda di fronte alle sfide millenarie dell’euro e della globalizzazione.
Disoccupazione, immigrazione, calo della competitività sono all’ordine del giorno. E qui, dove le ricette socialiste son ritenute inefficaci o quanto meno inattuabili (si vedano i primi anni della presidenza Mitterrand ed i primi della presidenza Hollande), nonostante gli sforzi dei più grandi economisti di oggi (Picketty), l’approdo verso lidi neo-nazionalisti, intolleranti verso il diverso (nella figura dell’usurpatore immigrato) ed anti-europeisti è sempre più probabile.

Se è la governance europeista e globalizzatice ad aver affossato la Francia, sarà una politica nazionalista e quasi protezionista a ridarle vigore. Il rischio è che questo rimedio venga reputato efficace dall’Italia e da altri paesi, perpetuando ed alimentando quegli scontri sociali (quasi una ripetizione di quelli avvenuti 100 anni fa in Europa…) tra diverse fasce della popolazione.
L’alternativa a questa soluzione è quella di chi, ritenendo l’Europa un grande esempio di pace e di fratellanza (la generazione Erasmus…), vuol cambiare le fondamenta politiche dell’Europa stessa.
Questa è l’ultima chiamata. Solo rovesciando le politiche di austerity (abolizione del pareggio di bilancio dalla costituzione, uscita dal fiscal compact), imposte al cittadino medio da una finanza accaparratrice, ed attuando delle riforme socio-economiche improntate sulla dignità e sulla libertà, individuale e sociale, del cittadino, si riuscirà a porre una freno alla deriva neo-nazionalista europea.

Raffaele Vanacore

 
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