Marx, i monopoli, la crisi dei debiti e Whatsapp


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Continuando l’analisi dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, che tanta importanza hanno avuto per lo sviluppo del pensiero – economico-filosofico appunto – di Marx e che di notevole attualità si presentano oggi, ci imbattiamo – precisamente nel secondo capitolo, “Profitto del capitale” – nella concezione del capitale (concezione che sarà poi il fulcro dei successivi lavori di Marx) e nello studio dei suoi sviluppi sulla società – ottocentesca nella disamina marxiana, odierna nella nostra. Quindi, posto che “il capitale è il potere di governo sul lavoro e sui suoi prodotti” e che “il capitalista possiede questo potere, non in virtù delle sue qualità personali od umane, ma in quanto è proprietario del capitale”, ricordato che questa proprietà è – in larghissima misura – ereditaria, ne deriva una struttura sociale pericolosamente sbilanciata verso il capitale, il quale – come detto – si trasmette al più per eredità. In pratica, dato che “il potere di governo sul lavoro e sui suoi prodotti” si fa potere sui mezzi di produzione e quindi sulla società – in altre parole, potere politico – è chiaramente evidente come l’interesse del capitalista è preponderante rispetto a quello dei lavoratori, al prezzo di enormi e crescenti disuguaglianze ed ingiustizie sociali.

Infatti, dal momento che il capitalista “non ha alcun interesse ad impiegare una quantità di fondi [per pagare i salari] grande piuttosto che una piccola” – in altri termini, dato che il capitalista ha l’interesse ad estrarre il maggior profitto possibile dal suo capitale – oggi che da un lato la globalizzazione ha portato ad una riduzione del livello salariale medio (con il corollario che è più conveniente esportare la produzione dove il salario è più basso, con la conseguenza dell’aumento del numero dei lavoratori in aree a basso salario e l’ulteriore diminuzione del livello salariale medio) e dall’altro la tecnologia ha ridotto non solo i costi di produzione, ma anche il numero di lavoratori necessari per un certo livello produttivo, il rischio è che la disoccupazione ed i livelli calanti del salario da ciclici divengano sistemici.

Ma il quadro – a dir il vero desolante perché rispecchia il sistema sociale imperante – è ancor più aggravato dal fatto che – data la necessità da parte del capitalista di estrarre il maggior profitto possibile dal suo capitale – egli trova il sistema più redditizio di guadagno nella finanza piuttosto che nella produzione stessa, con il risultato non solo di una ulteriore riduzione dei posti di lavoro, ma anche della sottrazione di denaro circolante dall’economia reale. L’esempio più caratteristico – citato in “Finanzcapitalismo” di L. Gallino – è quello delle imprese automobilistiche che si son trasformate in “banche che vendono automobili”: i casi citati son numerosi e vanno da quello della General Motors (per la quale l’80% del reddito lordo proviene appunto da attività finanziarie) a quello di Renault e Peugeot (le quali a fronte di grosse perdite industriali registrano buoni margini operativi proprio grazie alle attività finanziarie). Uno dei risultati socialmente più disastrosi di queste politiche è stato – non è difficile pensarlo – l’aumento della disoccupazione.

In pratica, se si pongono come obiettivi piena occupazione e condizioni lavorative dignitose, la conoscenza delle dinamiche socio-economiche del capitale ed il conseguente sviluppo di pratiche legislative volte a  contrastare un incauto sbilanciamento verso l’economia finanziaria risultano decisivi. Tuttavia – come ricordato in apertura – il potere del capitale è potere politico e, di conseguenza, tende ad alimentare se stesso, al costo di gravose ingiustizie e disparità umane e sociali. Lo scopo politico è, dunque, quello di riportare il potere politico nelle mani dei lavoratori.

Un altro punto non solo rilevante, ma anche estremamente attuale è quello che riguarda il segreto commerciale, che si attua, secondo Marx, “mantenendo il segreto sulle variazioni del prezzo, sul suo rialzo sopra il livello naturale”. E non è un caso che Stiglitz abbia vinto il Premio Nobel per l’economia proprio per la qua teoria sull’informazione imperfetta (per una trattazione più dettagliata della quale non è questa la sede opportuna).

Citando Adam Smith, inoltre, Marx ricorda che “il tasso del profitto si eleva con l’aumentare del rischio”: data la presunta crisi dei debiti statali, il concetto di rischio di insolvenza degli Stati è divenuto di estrema attualità. Si dice che uno Stato potrebbe divenire incapace di ripagare un debito e, per questo, gli interessi da pagare sul debito stesso risultano decisamente elevati. È evidente, invece – ove si tengano presenti le premesse di Smith e dello stesso Marx – che il rischio è stato creato ad hoc solo per aumentare il profitto.

Difatti, considerando i recenti dati di R&S-Mediobanca riguardo il periodo di crisi 2008-2013, che mostrano come le spese lorde degli Stati europei per “salvare” le banche sono state superiori ai 3.000 miliardi di euro (tremila miliardi di euro!), risulta nitidamente chiaro come non solo la finanza (che, come detto, è ormai la massima espressione del capitale ed, in quanto tale, è potere politico, in particolare legislativo) abbia salvato se stessa – scaricando i costi delle sue sbilanciate attività sui lavoratori – ma abbia anche aumentato il rischio di insolvenza (aumentando il debito pubblico degli Stati), accrescendo così il proprio profitto! 

Il quadro è tanto complesso quanto, in realtà, prevedibile. Non a caso Marx ricordava come “il tasso di profitto è naturalmente basso nei paesi ricchi ed alto nei paesi poveri, e non è mai tanto alto come nei paesi che precipitano con la massima rapidità verso la loro rovina [corsivo di chi scrive]”.

Dato che l’aumento del profitto è direttamente proporzionale alla riduzione del numero delle imprese in un determinato settore (si veda sempre “Finanzcapitalismo” di L. Gallino) – ossia è inestricabilmente legato alla formazione di monopoli –  secondo Marx “la concorrenza è l’unico sussidio contro i capitalisti, sussidio che a detta dell’economia politica agisce beneficamente in favore del pubblico consumatore tanto sull’aumento dei salari quanto sul ribasso delle merci” (qui Marx sembra riprendere quasi letteralmente il passo, pur citato, di Smith, secondo cui “la concorrenza tra capitalisti fa crescere i salari e fa cadere i profitti”).

Anche questo punto è decisamente rilevante: infatti, la vera sfida (che Marx riprende da Smith) non è quella tra mercato e tra controllo totale (per lo più statale) dell’economia, ma è quella tra capitale monopolistico (considerando tra l’altro come il monopolio economico risulti in una unidimensionalità individuale e sociale; si veda “L’uomo ad una dimensione”, H. Marcuse) e mercato concorrenziale. Per dimostrare l’estrema attualità di queste considerazioni, basti pensare che Facebook ha acquisito Whatsapp, arrivando quasi a monopolizzare il mercato dei social network.

Ancora, la considerazione che “il grande capitalista compra sempre più a buon mercato che il piccolo, perché compra le merci in maggiore quantità, e quindi può vendere a prezzo migliore senza rimetterci”, ci rimanda alle dispute tra colossi come Amazon ed i piccoli editori o tra grandi catene come Walmart e piccoli negozi al dettaglio, a testimonianza di come gli squilibri economici non solo non si sono ridotti, ma si sono altresì amplificati ed allargati ad altri campi commerciali. La monopolizzazione è direttamente proporzionale alla disuguaglianza sociale.

Peraltro, è singolare come un passo di Smith, citato da Marx in conclusione di questo capitolo, può sembrar scritto oggi, quando la globalizzazione ha portato alle estreme conseguenze questi processi: Smith, infatti, rileva come “vi sono in Inghilterra parecchie piccole città industriali, dove agli abitanti mancano i capitali necessari per trasportare i loro prodotti industriali su mercati lontani dove troverebbero richieste e consumatori”, a tutto vantaggio, ovviamente, dei grandi distributori monopolistici.

In conclusione, dal momento che gran parte della monopolizzazione sociale si basa sul potere politico, è evidente come l’unico modo per cambiare la società è la conquista del potere politico da parte dei salariati (ossia di tutti i non-capitalisti). Tutto quanto analizzato, infatti, per Marx “conduce necessariamente alla rivoluzione”.

 

Raffaele Vanacore

 
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