Marx: il salario e la ricerca della felicità


 

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Alla base dell’opera socio-economica, e per questo – nella sua concezione – filosofico-politica, di Karl Marx vi sono senza dubbio i testi raccolti con il titolo “Manoscritti economico-filosofici del 1844”. In questi scritti, infatti, Marx (all’epoca ventiseienne ed a Parigi per motivi giornalistici, ma anche per approfondire proprio i suoi studi “economico-filosofici”) pone le basi della sua filosofia.

Ciò che rende, oggi, lo studio di Marx di particolare interesse è il fatto che la condizione di lavoro antropologicamente degradata e socialmente alienata, che Marx riteneva peculiare della classe operaia, si è oggi infiltrata, in maniera capillare, ma per questo più subdola, in quasi ogni altro ambito lavorativo. Se, infatti, Marx nel primo paragrafo – quello sul salario – cita estesamente un passo di Schulz che afferma come in un paese industrializzato “vi sono 999.000 individui [Schulz parla di operai di seconda categoria, cioè di quelli a bassa qualificazione professionale] che non vivono meglio di cinquant’anni prima, e stanno peggio se nel frattempo i prezzi dei generi di prima necessità sono aumentati”, l’analogia tra la condizione di un operaio (di second’ordine nella concezione di Schulz) di un paio di secoli fa e quella di un normale lavoratore odierno (od anche di un pensionato) risulta chiaramente – e vigorosamente – evidente.

In altre parole, la dicotomia marxiana operaio-capitalista – in un’epoca non ancora caratterizzata dall’emergere di un vasto ceto medio – si può traslare, oggi che la società liquida ha rotto i vincoli di una società precostituita  ed oggi che la trentennale stagnazione dei salari (peraltro associata ad un massiccio aumento della tassazione) ha nettamente ridotto il potere d’acquisto (aumentando la povertà relativa) della maggior parte della popolazione, in una dicotomia ceto medio (intendendo con questo termine la stragrande maggioranza della popolazione che non vive di rendita – né ereditaria né finanziaria)-capitalista. Ancor meglio, comprendere le dinamiche del dualismo operaio-capitalista che ha portato all’impoverimento del prima significa capire le dinamiche del dualismo ceto medio-capitalista che ha portato all’impoverimento del primo, ossia della stragrande maggioranza della popolazione.

A tal proposito lo studio di Marx, partendo dunque proprio dai suoi primi scritti, si rivela decisivo. Difatti, alla base degli scritti economico-filosofici vi è – fatto di assoluta preponderanza nella comprensione della genesi della “crisi” economica odierna – il dato, ormai classico ma spesso dimenticato, che “come l’accumulo del capitale aumenta la quantità delle industrie, e quindi degli operai, la stessa quantità di industrie produce, a causa di questa accumulazione, una maggior quantità di manufatti, che dà origine ad un eccesso di produzione; e ciò va a finire o nel licenziamento di una gran parte degli operai oppure nella riduzione del loro salario al minimo più miserabile. Ecco le conseguenze di una situazione sociale, che è la più favorevole possibile all’operaio, cioè della situazione di ricchezza crescente, in progresso”.

Orbene, posto il progresso come precondizione di una crisi (secondo il classico modello sovrapproduzione-diminuzione della produzione-licenziamenti e riduzione dei salari-stagnazione-crisi economica) e ricordato (L- Gallino – “Il colpo di stato di banche e governi”) che “l’accumulazione finanziaria è stata la risposta dell’economia capitalistica alla stagnazione”, come districarsi da questo complesso meccanismo socio-economico che così tanto influisce sulla vita dei lavoratori, e quindi delle persone?

Definita, dunque, l’analogia intrinseca tra la condizione, antropologica e sociale, dell’operaio di due secoli fa e quella del lavoratore del Terzo Millennio (soggezione alla disoccupazione ed alla riduzione dei salari, decisa riduzione del potere d’acquisto e della qualità di vita, aumento della povertà assoluta e relativa), occorre considerare la base di questa economia sovraproduttrice. Secondo Marx, essa va ricercata nella concentrazione dei capitali e ciò – ricordando il nostro sforzo di contestualizzare gli aspetti peculiari, e rilevanti, del pensiero marxista al giorno d’oggi al fine di scovare i tratti negativi della società e far emergere soluzioni positive – è di significativa analogia con la concezione, ad esempio, di Stiglitz (“Il prezzo della disuguaglianza”), secondo cui la vera chiave della crisi odierna è proprio l’accumulazione di capitale che esita appunto nella creazione di monopoli.

In pratica, come ricordato con la citazione di Gallino (vedi sopra), a creare questa situazione, antropologicamente degradata e socialmente alienata – che era tipica dell’operaio due secoli fa e che oggi è tipica della stragrande maggioranza della popolazione – son stati la creazione di monopoli da un lato e l’accumulazione finanziaria dall’altro. Di conseguenza, è evidente che per vincere questa situazione di crisi e di costrizione sociale, occorre abbattere i monopoli e sradicare l’accumulazione finanziaria, procedendo ad una più equa redistribuzione delle risorse, economiche quanto ecologiche, della nostra Terra. Questi devono essere gli obiettivi di una politica realmente volta all’equità ed alla giustizia sociale.

Tuttavia, con Marx, “bisogna concludere che l’infelicità della società è lo scopo dell’economia politica”: e questo è singolarmente in contrasto con la Costituzione americana, per la quale la ricerca della felicità è un diritto inalienabile del’uomo. La società attuale produce infelicità e quindi creare una società che produca felicità è il vero obiettivo di una politica volta alla ricerca della felicità.

Raffaele Vanacore

 
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