Europa, un problema di comunicazione e di…..educazione – di Francesco Pascuzzo


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Di Europa si parla sempre meno del dovuto, quando poco quando troppo fino alla nausea. Ma l’effetto è sempre lo stesso. Al voto si sono recati molti meno italiani rispetto al 2009, quando il Parlamento Europeo era fresco di novità dopo il varo della strategia di Lisbona (2008). Oggi, facendo i conti con la netta affermazione delle forze stataliste ed euroscettiche – da Farage al FN della Le Pen alla Lega Nord fino ai 5 stelle – è automatico dover fare riferimento anche ad un sempre più evidente problema di comunicazione.

Che si tratti di comunicazione distorta, o di informazione in senso univoco, sussiste comunque sia una netta presa di posizione contro l’Euro e contro l’integrazione europea. Fra i grandi d’Europa, come sottolineato l’indomani delle elezioni dal quotidiano Il Sole 24 ore in una rapida analisi delle forze del nuovo Parlamento di Strasburgo, a far la voce grossa e sbattere i pugni sul tavolo è stata senza dubbio la Francia. La punizione transalpina alla classe politica del Presidente Hollànde e la netta affermazione del Front Nacionàl di Marine Le Pen suona troppo da schiaffo morale al resto d’Europa. L’asse con Berlino può ora ritenersi interrotto.

Analizzando Stati come l’Italia o altri paesi dell’Europa del sud, quindi mediterranea, salta all’occhio invece il progressivo lento declino di quelle belle parole e velleità d’integrazione con la sponda sud del mare nostrum. Chiusisi in sé stessi – salvo il boom del Pd di Matteo Renzi (40 %) – i paesi euro mediterranei hanno praticamente abbandonato ogni speranza di “contagio” con le culture dei loro dirimpettai. Negli anni ’90 con la Dichiarazione di Barcellona si tentò una prima via verso il superamento dei confini, con il lancio di politiche d’integrazione con il nord Africa poi fallite a cause di serpeggianti nazionalismi sotterranei. La dottrina dello “scontro di civiltà” seguente la Guerra fredda fra Usa e Urss sembra essere stata totalmente messa da parte, per lasciar spazio ad un ritorno alla chiusura in sé stessi per trincerarsi dietro lo spauracchio della crisi economica. Anche in tal caso un problema di comunicazione, come lo è stato tre anni fa in occasione delle primavere arabe nel Maghreb oppure per l’annosa questione Frontex (inadatta a fronteggiare l’immigrazione clandestina in Italia). Quello che i partenariati euro mediterranei avrebbero potuto significare se applicati alla lettera può ora ritenersi lettera morta in seguito al voto dello scorso 25 maggio. Sempre negli anni ’90 partì dall’europarlamentare Jaques Delors un nuovo piano di comunicazione europea, che garantisse efficacia nell’informare il pubblico circa le politiche dell’Ue. Ma giocoforza le ondate populiste ed euroscettiche degli ultimi anni hanno preso in mano la situazione, restando poca cosa le belle intenzioni di alcuni anni fa contenute nel Libro Bianco sulla Comunicazione dello stesso Delors.

Le frontiere della comunicazione multimediale, con Twitter e gli altri social network divulgativi stentano ancora a mostrare la loro reale potenza rendendo sexy le tematiche europee per i comuni cittadini. L’Europa resta ancora oggi uno stereotipo lontanissimo dall’uomo qualunque, dal povero pensionato di paese e dal giovane senza speranze della piccola provincia meridionale. I media di oggi possono ancora dire l’ultima parola contro il deficit d’informazione ormai endemico nell’eurozona ? Tre sono gli obiettivi cardine: comunicare, informare, educare. L’ultimo di essi quello di più difficile attuazione. Il dibattito non è però assolutamente morto, anzi è proprio in questi giorni che ad esempio nella città di Napoli ci si sta confrontando intorno alle reali possibilità di riuscita delle nuove generazioni nella futura Europa 2020. Un interessante dibattito è stato infatti avviato intorno a tale tema dall’associazione Prospettiva Europea in collaborazione con la sezione Gfe Napoli (Gioventù federalista europea). In memoria del Manifesto di Ventotene e di Altiero Spinelli non muore, anzi risorge in questi giorni, quell’originaria spinta verso l’unitarietà europea.

Francesco Pascuzzo

 
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