Herbert Marcuse: lo sviluppo del suo pensiero nelle prime opere


Teorico della rivoluzione e dei movimenti, massimo esponente di quell’intreccio, fertile, tra hegelismo, marxismo e freudismo, critico della società, simbolo della lotta per la liberazione sessuale ed individuale, Herbert Marcuse è oggi considerato uno dei più importanti filosofi del Ventesimo secolo. Ebreo, nato a Berlino nel 1898, alunno di Husserl ed Heidegger, è tra i fondatori della Scuola di Francoforte: con l’avvento del nazismo fugge negli USA, dove lavora per il Dipartimento di Stato ed inizia poi l’attività accademica, svolgendo un ruolo cruciale, con le sue opere e le sue azioni, nel movimentismo studentesco degli anni ’60.

Come ricordato anche per Adorno, il pensiero di Marcuse nasce sotto la profonda influenza della filosofia hegeliana: “L’ontologia di Hegel e la fondazione di una teoria della storicità” (1932) è, infatti, la sua prima opera. Ma sarà in “Ragione e rivoluzione” (1941) che Marcuse chiarirà i suoi rapporti con la filosofia hegeliana. Nel frattempo, infatti, lo studio di Heidegger e di Marx lo aveva portato a considerare la rivoluzione come il vero vuoto lasciato da Heidegger alla realizzazione della prassi ed il lavoro come vera essenza dell’uomo. È già in questi primi lavori per la Scuola che viene a delinearsi un concetto chiave della filosofia marcusiana: il lavoro, infatti, è la vera essenza dell’uomo ed il lavoro alienato è il meccanismo con cui l’uomo viene dominato, mentre il lavoro non alienato è il mezzo con cui l’uomo realizza la propria essenza. A partire da questo fulcro, Marcuse costruirà, in “Eros e Civiltà. Un’indagine filosofica su Freud” (1955), la sua teoria critica della società.

È ancora negli studi preliminari per la Scuola, come nel saggio “Sul carattere affermativo della cultura” (1937), che Marcuse costruisce le fondamenta della sua teoria sociale: è in questo saggio, infatti, che svela come la cultura borghese si spiritualizza, ossia si sublima in un mondo di ascetismo e liberazione dal piano sensibile. Lo scopo di questa sublimazione è quello di tener a freno le masse insoddisfatte e potenzialmente eversive. In tal senso, la mancanza di liberazione istintuale, e quindi di piacere e di felicità, non è un prodotto necessario, ma è un prodotto storico determinato dall’organizzazione sociale dominante.

Continuando le sue riflessioni sul rapporto tra felicità e lavoro, come in “Per la critica dell’edonismo” (1938), Marcuse scopre come l’edonismo epicureo si ponga come liberazione individuale, mentre ciò di cui ci sarebbe bisogno, proprio in considerazione della stretta correlazione tra struttura sociale e piacere, è una liberazione sociale. Questa può esser raggiunta solo con la prassi, ossia con una teoria critica, che metta in evidenza, attraverso l’immaginazione e l’utopia, l’inadeguatezza della realtà esistente rispetto alla razionalità storica.

Nel 1941, sulla base di queste premesse, inizia con “Ragione e rivoluzione: Hegel ed il sorgere della teoria sociale” il vero pensiero critico di Marcuse: giunto in America, infatti, il filosofo tedesco inizia una netta riflessione “critica del neocapitalismo e della società del benessere” (Marco Dal Pra). La filosofia di Hegel era, infatti, intesa come filosofia negativa: piuttosto che considerare la filosofia hegeliana come una giustificazione dello status quo – in virtù della pretesa che il reale è razionale – Marcuse scorge nel momento negativo la giustificazione di una rivoluzione volta al cambiamento sociale.

Il principio di negazione insito nella realtà è la più forte premessa alla prassi, ossia alla teoria critica ed al cambiamento sociale: difatti, come fa notare sempre Dal Pra, Marcuse si pone sulla scia della sinistra hegeliana, di cui massimo esponente è Bruno Bauer, che aveva scorto il carattere critico e rivoluzionario della fenomenologia hegeliana. È su queste basi che può evolvere il pensiero critico di Marcuse , che si fa dapprima, in “Marxismo sovietico”  critica del sistema socialista sovietico, che si è a sua volta basato sulla perdita della coscienza rivoluzionaria e sull’instaurarsi di una ragione repressiva, e poi critica del sistema neo-capitalista in “Eros e Civiltà” (1955).                                                                                                             [continua-5] 

Raffaele Vanacore
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