La dialettica dell’illuminismo e l’industria culturale / di Raffaele Vanacore


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L’intento della ricerca critica sociale, di cui la “Dialettica dell’illuminismo costituisce uno dei più validi tasselli, è – come specificato da Adorno ed Horkheimer nella prefazione – “nientemeno che di comprendere perché l’umanità, invece di entrare in uno stato veramente umano, sprofondi in un nuovo genere di barbarie”.Il testo, fondamentale per una critica, precoce ma forse per questo più profonda, della nostra società tecnologica, si pone come interrogativo, non meno inquietante ed indelebile dell’ “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi) di Auschwitz, di una società che usciva da quella “nuova Guerra dei trent’anni”, che aveva devastato l’Europa ed il mondo intero dal 1914 al 1945. Come si può ancora, dopo anni di distruzioni fisiche e morali, considerare la civiltà umana in continuo progresso? Hanno ancora senso quelle filosofie positiviste ed illuministe che mirano a “togliere agli uomini la paura ed a renderli padroni” quando “la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura”? È un progresso quello che la civiltà ha compiuto fin quasi ad arrivare alla propria autodistruzione? Perché l’illuminismo ha rivelato la sua fallacia?

Secondo Adorno ed Horkheimer, il motivo principale del fallimento dell’illuminismo (inteso – si ricorda – non nel senso di quel movimento di pensiero sviluppatosi tra Diciassettesimo e Diciottesimo secolo in Europa, ma come quella Weltanschauung che, partendo da Senofane e fortificatasi con la teologia cristiana, ha inteso lo sviluppo dell’uomo, in particolare della sua ragione, come un movimento “in continuo progresso”) è che esso, piuttosto che basarsi sulla critica, si è basato sulla tecnica. Ed è stata proprio la tecnica a forgiare la ragione strumentale del mondo: come detto nel precedente articolo su Adorno, la pretesa che un fatto, in quanto avvenuto ed empirizzabile, sia razionale, non fa altro che svelare che “l’illuminismo è totalitario”. Questa grandissima intuizione dei francofortesi, ossia l’aver compreso, al termine di una guerra dei trent’anni che lasciava considerare come totalitari i sistemi, da un lato, fascisti e, dall’altro, comunisti, che il sistema sociale basato sulla tecnica è anch’esso totalitario, ha aperto la strada ad una più consapevole critica del mondo odierno. In pratica, l’Illuminismo, nato come reazione ad una mitologia pre-razionale, si è esso stesso trasformato in una mitologia, in quanto accetta i fatti come la verità, svendendo la razionalità all’evidenza e ripiombando in un mondo pre-razionale e degradato.

Per capire la grandezza della loro intuizione occorre riportare per esteso un passo decisivo della loro opera:

l’aumento della produttività economica, che genera, da un lato, le condizioni di un mondo più giusto, procura, dall’altro, all’apparato tecnico ed ai gruppi sociali che ne dispongono, una immensa superiorità sul resto della popolazione. Il singolo, di fronte alle potenze economiche, è ridotto a zero. Queste, nello stesso tempo, portano ad un livello finora mai raggiunto il dominio della società sulla natura. Mentre il singolo sparisce davanti all’apparato che serve, è rifornito da esso meglio di quanto non sia mai stato. Nello stato ingiusto l’impotenza e la dirigibilità della massa cresce con la quantità di beni che le viene assegnata”.

Due sono i concetti di rilevantissima attualità: il primo riguarda la netta contrapposizione tra la possibilità di un “mondo giusto” e la realtà di uno “stato ingiusto”. In altre parole, la tecnica, pur essendo potenzialmente così avanzata da poter creare un mondo giusto ed uguale, nella realtà – proprio perché controllata dai soggetti dominanti – è assoggettata ad una logica di ingiustizia sociale e di controllo politico. Tuttavia – e qui veniamo al secondo punto – la grandezza della frode del mondo tecnologico capitalista moderno è quella di assegnare una “quantità di beni” considerevole, sì da annebbiare la mente agli individui che non riescono quinti a scorgere la loro condizione di servitù ed sfruttamento.  Quindi, il concetto decisivo è che l’ingiustizia non sta tanto nella scarsità dei beni a disposizione degli individui, ma piuttosto nella limitazione del potere politico e della libertà individuale.

Come si raggiunge questa limitazione? Uno dei principali strumenti nelle mani della società tecnologica imperante è l’industria culturale. Essa, che si basa sui mass-media (TV, cinema, libri di consumo, pubblicità, etc.) ha il compito di imporre comportamenti, creare bisogni e stabilire il linguaggio. Riguardo il comportamento, l’industri culturale “ha perfidamente realizzato l’uomo come essere generico. Ognuno è più solo ciò per cui può sostituire ogni altro: fungibile, un esemplare. Egli stesso, come individuo, è l’assolutamente sostituibile, il puro nulla”. Il comportamento risulta, dunque, stereotipato e predeterminato. In pratica, il mondo odierno è l’ apoteosi del tipo medio. Riguardo, invece i bisogni, abbiamo già considerato in un altro articolo, come la società impone dei bisogni secondari agli uomini, costringendoli così a scegliere di continuare ad esser soggiogati dal dominio. Il linguaggio, poi, risulta una struttura cognitivamente plasmata per far sì che le pubblicità risultino attraenti: in tal senso la parola diventa “una camicia di forza per la libertà”.

Il quadro è quello di una società che in virtù della sua stessa potenza tecnologica predetermina l’individuo, rendendolo così schiavo della tecnologia stessa. Ora, poiché la tecnologia è controllata da un ristretto numero di persone dominanti, l’individuo, predeterminato dalla tecnologia, si scopre plasmato sulla base degli interessi dominanti e, pertanto, vuoto.                                        [continua-4]

 

Raffaele Vanacore
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