Storia d’un decaduto e della sua meretrice di Pietropaolo Russo


Chi non giace di un sonno dolcissimo all’ascolto di una melodia non si può
chiamare uomo. E nelle remote note di una notte fonda mi perdo, immaginando la
pioggia e di essere pioggia. Crescono i miei pensieri, gli ultimi dopo il
giorno. L’ennesimo. Ed ella, come sempre, danza innanzi alle mie chiuse
palpebre, volteggiando come una dama d’alta corte e una plebea al contempo.
Solo il diavolo sa quanto io l’amo.
E mi perdo in questa struggente e decadente sera, godendo del privilegio di
non essere bestia, anelando all’eutanasia delle mie sofferenze; sospirando,
lieve e candido, al desio di grevi peccati.
Dove…dove sei? Ti allontani ripetutamente senza mai andartene e l’odore del
tuo corpo mi pervade persino mentre, tra il cosciente e l’assente, m’abbandono
a questo sapore d’assenzio.
Come di incanto il suono s’arresta e mi desto. Cosa sono? Cosa posso essere
senza te? Dove sei, mia dannazione, mia perdizione?
[…]

Un uomo entra nel loco, ricci i suoi capelli, rossi come fiamma, sardonico e
tetanico il suo sorriso fisso. E tutto sembra fermarsi, arrestarsi. S’avvicina
e siede con me.
“Chi sei?” – gli chiesi, perduta nella sua espressione diabolica, nel suo
aspetto d’angelo.
“A chi importa chi sono? Esisto, e questo basta. A te e a me.”
Non ci furono altre parole, e mi abbandonai con un insolito gaudio al mio
mestiere, immondo e antico quanto la guerra.

[…]

In piedi barcollo, sospirando ai vacui venti, lasciando che il mero istinto mi
conduca sui medesimi passi calpestati da una vita. E l’immane notte mi volta le
spalle, e l’incessante pioggia non spegne il mio ardore. E’ buio. E’ morte.
Come un ectoplasma giungo ove m’innamorai del demonio. Pronto a aprire con le
chiavi della perdizione il cancello antico e minatorio dell’inferno.
E vedo le dame servire, sconce, vini inebrianti e di pessimo sapore agli
avventori. Vecchi, giovani, miserabili, nobiluomini: in quel ricettacolo non vi
era spazio per alcuna distinzione. Tutti adepti, tutti veneranti il demonio,
tutti persi, tutti ammaliati.
Carne sudicia, dal fascino irresistibile, di fanciulle con lo sguardo spento,
tutte uguali, veniva venduta come al mercato.
Ed egli era lì, rosso, con le mani tra i suoi capelli. Odio, rabbia, gelosia,
furore. Il mio sguardo perse colore, le mie iridi furono inghiottite dalle
pupille d’un mastino furioso. M’avvicinai alla mia donna, alla mia dama, alla
mia meretrice, al mio tesoro, con il grandioso e meraviglioso e avido desiderio
di strapparle la vita, di portare con me la sua anima, di divorarne l’essenza.
Solo strappandolo avrei protetto quel fiore dalle intemperie e dalle immonde
mani altrui.
Il giovane si girò e mi sorrise, come se mi avesse riconosciuto in qualche
modo. E capii. Capii ogni cosa. Quel riso sardonico valeva più di mille
parole.
Puntuale, era giunto. A riscuotere ciò che gli avevo promesso.
Non smetteva di sorridere e io capii. Mi avvicinai, e con un coltello,
languido, sensuale, dolce le aprii il collo. Nei miei occhi fissi i capelli
rossi. Il sangue sgorgò senza che ella se ne accorgesse. Morì prima di
vedermi.
Salvai l’anima che m’ero venduto, scambiandola con la sua. E m’apprestai a
vivere il resto dei miei giorni in una tormentata solitudine, con lo sporadico
e piacevole sorriso d’aver condiviso l’aroma della pelle d’una donna con
qualcuno che non era di questo mondo.

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