Arte ed Internet di Augusto Cocorullo


“La programmazione è il punto di forza ideale di ogni società digitale,

ma se non impariamo a programmare, rischiamo di essere programmati

da qualcun altro. Non è troppo difficile né troppo tardi per apprendere

il codice che si nasconde dietro le cose comuni, o quantomeno capire che

esistono dei codici nascosti tra le interfacce di siti e programmi.

In caso contrario, restiamo alla mercé dei programmatori, di chi li

 paga e perfino della tecnologia in quanto tale.”

 

D. Rushkoff

 

Abstract

A partire dalla contrapposizione ideologica che vede schierarsi su fronti diametralmente opposti i sostenitori del determinismo tecnologico, da un lato, e i fautori del determinismo sociale, dall’altro – concetti, questi, riferiti in tale contesto all’esistenza dell’individuo in epoca contemporanea -, viene di seguito sviluppata una disamina della configurazione assunta dalla società in rete tra reale e virtuale, in una prospettiva post-digitale, in relazione alle sfere dell’arte e della politica, mediante un’argomentazione della trattazione tesa a dimostrare la necessità di un progressivo spostamento del focus attentivo dell’individuo verso una visione critica della tecnologia. Al fine di supportare la tesi sostenuta con riferimenti alle teorie di autori illustri che animano il dibattito attualmente in corso circa il ruolo di internet nei diversi settori della cultura e della società, ci si riferirà alle elaborazioni teoriche di autori come Rushkoff, Morozov e Castells.

 

Tra determinismo tecnologico e sociale: arte e politica nell’era postdigitale

            Per “cultura postdigitale” – espressione mutuata dal contesto artistico – si intende «una parte del postumanesimo, in cui si supera la distinzione di ciò che è on o offline e tutto diventa parte di un’unica definizione del mondo», e in cui il progressivo proliferare dei new media sociali – caratterizzantisi per una vigorosa forza pervasiva –, «ha totalmente annullato la distinzione tra la vita “reale” e quella “virtuale”», pertanto, in tal senso, il postdigitale «richiama il concetto di neo-umanesimo e della riscoperta dell’individuo come centro e motore delle proprie azioni» (Favaro 2010). In quest’ottica, la rete diviene l’estensione naturale della vita quotidiana, a differenza di quanto accedeva nella fase embrionale di Internet, in corrispondenza della quale si registrava una netta demarcazione tra l’identità virtuale e quella reale dell’essere umano. In particolare, «la tecnologia digitale consente la riproduzione virtuale di contesti altrimenti inesperibili, diffondendo i luoghi, attraverso una loro estensione online, e la creazione di circuiti itineranti, transitanti sull’orizzonte ucronico e utopico del Web» (De Feo 2009, 92). Alla luce della nuova configurazione assunta dalla realtà contemporanea, risulta necessario assimilare nuovi modelli di comportamento che consentano all’individuo di preservare la sua autonomia, utilizzare con consapevolezza gli strumenti della rete, acquisire una visione critica che gli consenta di orientarsi nel caotico e pulviscolare spazio di internet: «La programmazione è il punto di forza ideale di ogni società digitale, ma se non impariamo a programmare, rischiamo di essere programmati da qualcun altro» (Rushkoff 2012).

            Nel dibattito attualmente in corso tra gli studiosi – in materia di ruolo e funzione del cyberspazio (Castells 2009) per l’individuo nel suo contesto socio-culturale –, si registrano differenti posizioni di autori collocabili lungo un continuum ideologico in corrispondenza del quale possono essere rintracciati punti di vista più o meno rigidi e inflessibili, nonché radicali e deterministici, a seconda del grado di distacco e disincanto assunto rispetto alla pratica della virtualità. Queste visioni opposte sono ispirate da due concezioni riduzioniste del rapporto intercorrente fra tecnologia e società: «da un lato, il “determinismo tecnologico” (secondo cui la tecnologia sarebbe la causa principale delle trasformazioni sociali) e, dall’altro, il “determinismo sociale” (secondo cui la società modella la tecnologia in base alle proprie esigenze)» (Mosca e Vaccari 2012, 171). Tuttavia, la realtà è palesemente più complessa, e se è vero che le tecnologie della rete hanno prodotto trasformazioni rilevanti nel modo di intendere e comprendere l’arte e la politica da parte dell’individuo contemporaneo, è pur vero che la società recepisce in maniera attiva le innovazioni tecnologiche, appropriandosene e plasmandole in base ai propri bisogni e orizzonti culturali. Allo stesso tempo, però, per favorire un uso oculato e consapevole del web, è necessario assumere un atteggiamento critico nei riguardi della cultura tecnologica.

            Nello specifico, in campo artistico, si è consumata una diatriba – apparentemente terminologica, e che ruotava intorno al significato da attribuire ai termini net.art e art on the net –, fondata, in realtà, su concezioni della rete diametralmente opposte: «Da un lato la Rete come nuovo mezzo di distribuzione delle informazioni, dall’altro come nuovo modello di relazione sociale. […] Alla fine del dibattito, la maggior parte degli intervenuti si esprimeva a favore del termine “net.art”, non solo per la sua sinteticità ed eleganza, ma anche perché, anteponendo il suffisso net, esaltava il carattere interattivo, processuale e collaborativo di questa pratica. […] La net.art come “arte di fare network”, dunque, e non solo come arte veicolata e diffusa attraverso Internet. “Art on the net” avrebbe definito invece la Rete come strumento accessorio, come mezzo di illustrazione e distribuzione di opere preesistenti e prodotte altrove» (Deseriis e Marano 2003, 16-17). Di conseguenza, l’arte può esercitare sulla collettività una forza critica atta a favorire un aumento della consapevolezza da parte degli individui circa i pericoli di una cultura tecnologica pilotata prevalentemente da meri interessi economici di mercato, e se il proliferare delle reti digitali «ha alterato irrimediabilmente l’orizzonte sociale, culturale ed economico in cui si trovano a operare gli artisti, c’è chi non rinuncia al tentativo di forzare dall’interno il dominio delle nuove tecnologie, senza tuttavia riuscire ad affrancarsi completamente. È il caso degli artisti che decidono di servirsi di un approccio low-tech, a basso impatto tecnologico, o di chi sconfina nell’analogico: le nuove forme d’arte che emergono al di là della frontiera, nel post-digitale» (Pisano 2012). In particolare, nonostante la resistenza al digitale da parte di taluni artisti possa assumere le connotazioni di una presa di posizione netta e radicale, questa, tuttavia, trova spiegazione e giustificazione nella volontà di opporsi ai modelli consumistici affermatisi in epoca contemporanea e veicolati, appunto, attraverso i media digitali (ibidem). In linea con questa assunzione, appare utile ricordare la posizione di Nicolas Bourriaud (2004) in materia di arte della postproduzione come risposta al caos dilagante e tipico della cultura globale: «Inserendo nella propria opera quella di altri, gli artisti contribuiscono allo sradicamento della tradizionale distinzione tra produzione e consumo, creazione e copia, readymade e opera originale. Il materiale manipolato non è più primario» (Bourriaud 2004).

            Un’impronta di radicato scetticismo tinge di grigio il dibattito sul ruolo della rete anche nella sfera della politica. A tal proposito, sarà utile analizzare la posizione di Evgenij Morozov – esperto di nuovi media e studioso degli effetti dispiegati sulla società e sulla politica dalla diffusione della tecnologia –, che, in The Net Delusion: The Dark Side of Internet Freedom (trad. it. L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di Internet), sviluppa un’accurata disamina dei rischi connessi all’utilizzo del web nelle tradizionali pratiche della politica, in antitesi rispetto al dilagante “cyber-ottimismo”. Il politologo bielorusso, si schiera contro la tesi secondo la quale si starebbe progressivamente diffondendo una nuova forma di democrazia globale scaturita dalla rete: l’autore scardina le comuni ideologie legate al ruolo salvifico della rete – quale potenziale alternativa alle pratiche politiche e associative tradizionali –, in favore di una distribuzione egualitaria degli strumenti di partecipazione resa possibile dalle potenzialità del web. Morozov, attraverso una minuziosa analisi degli interessi economici e politici che si celano dietro questa retorica – pur concordando con l’idea dell’eccezionale potenzialità della rete in termini di comunicazione e vantaggi offerti ai soggetti –, tuttavia sostiene che è necessario sapersi destreggiare nell’irretito spazio virtuale di internet per evitare di esserne strumentalizzati (Morozov 2011). Pertanto, in quanto fautore e convinto sostenitore di una visione critica e radicale della “retorica digitale”, Morozov espone il suo punto di vista in materia di movimenti politici nati sul web, situandosi in uno spazio ideologico diametralmente opposto rispetto a quello di chi, come Manuel Castells (2012), vede proprio in internet il futuro della democrazia contemporanea.

            Nello specifico, il sociologo della rete dedica la sua ultima opera – Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell’era di Internet –, al fenomeno della nascita e della proliferazione dei movimenti sociali online, evidenziando la forza e la pervasività di questi gruppi di individui che, proprio nel web 2.0, trovano un punto di incontro ed un’arena di confronto. Castells, al fine di avvalorare la sua tesi, propone al lettore alcuni esempi emblematici di movimenti sociali online che, nati a partire da spinte provenienti dal popolo, si sono reificati ed hanno assunto forma concreta nella rete: «La continua trasformazione delle tecnologie di comunicazione nell’era digitale estende la portata dei media a tutti gli ambiti della vita sociale in un network che è al contempo globale e locale, generico e personalizzato, secondo uno schema in continuo mutamento» (Castells 2012, XIX). Tuttavia, è necessario considerare il limite sostanziale connesso all’effettivo grado di accessibilità del cyberspazio: non tutti sono in grado di servirsi della rete e il cosiddetto digital divide comprende forme di esclusione di tipo sociale, politico e comunicativo, legate a diversi fattori, tra i quali, ad esempio, il divario generazionale e culturale (Pitteri 2007), nonché il ritardo nello sviluppo della banda larga, come, appunto, nel caso italiano.

            In definitiva, pensare alla rete come un luogo di propagazione naturale dell’arte e della democrazia appare iperbolico e fuorviante: perché si inneschino processi di cambiamento sociale, rinnovamento artistico e trasformazione politica è necessario restare ancorati alla realtà: il web si configura dunque come «un canale complementare e non sostitutivo rispetto agli altri mezzi di informazione: non è quindi opportuno contrapporre due realtà, quella online e quella offline, che sono invece strettamente collegate fra loro […]. Adozione e uso massiccio delle tecnologie non sono sufficienti a superare un dilemma classico delle organizzazioni politiche, ovvero quella tensione irrisolta fra desiderio di partecipare attivamente alle decisioni da parte della base ed esigenze di esercitare un controllo ferreo da parte di una dirigenza oligarchica» (Mosca e Vaccari 2012, 193-194). Per muoversi nello spazio di internet con consapevolezza e disinvoltura, occorre assumere un atteggiamento critico da digital literate, apprendendo «il codice che si nasconde dietro le cose comuni, o quantomeno capire che esistono dei codici nascosti tra le interfacce di siti e programmi» (Rushkoff 2012). Solo seguendo queste direttive si potrà programmare evitando di essere programmati.

 


Riferimenti bibliografici

 

Bourriaud, N. (2004), Postproduction. Come l’arte riprogramma il mondo, Milano:     Postmedia Books.

Cascone, K. (2000), The Aesthetics of Failure: “Post-Digital” Tendencies in      Contemporary Computer Music, Computer Music Journal, 24:4, pp. 12-18,    Massachusetts Institute of Technology.

Castells, M. (2009), Comunicazione e Potere, Milano: Università Bocconi Editore.

Castells, M. (2012), Reti di indignazione e speranza. Movimenti sociali nell’era di        Internet, Milano: Università Bocconi Editore.

De Feo, L. (2009), Dai corpi cibernetici agli spazi virtuali. Per una storiografia   filosofica del    digitale, Catanzaro: Rubbettino Editore.

Deseriis, M., Marano, G. (2003), Net.Art. L’arte della connessione, Milano: ShaKe     Edizioni.

Favaro, S. (2010), Post-digitale: welcome to the real world, 25 maggio,             http://culturapostdigitale.wordpress.com/2010/05/25/post-digitale-welcome-to-    the-real-world/.

Menichini, R. (2013), Morozov e la “retorica web” del M5S. “Sono scatole oscure,      non democrazia”, La Repubblica.

Morozov, E. (2011), The Net Delusion. The Dark Side of Internet Freedom, New          York: Public   Affairs.

Mosca, L., Vaccari, C. (2012), “Il Movimento e la rete”, in P. Corbetta, E. Gualmini (a    cura di), Il partito di Grillo, Bologna: il Mulino.

Rushkoff, D. (2012), Programma o sarai programmato. Dieci istruzioni per      sopravvivere nell’era digitale, Milano: Postmedia Books.

Pisano, L. (2012), Post-digitali senza nostalgia, 2 aprile, Corriere della Sera.it:    http://lettura.corriere.it/post-digitali-senza-nostalgia/.

Pitteri, D. (2007), Democrazia elettronica, Roma – Bari: Editori Laterza.

 

 

Augusto Cocorullo – Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze Sociali – Dottorato di Ricerca in Scienze Sociali e Statistiche – XXIX ciclo

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Un pensiero su “Arte ed Internet di Augusto Cocorullo

  1. Premesso che devo ringraziare nella maniera più sincera Augusto, che sin dall’inizio ha apprezzato il nostro lavoro, va detto che sono veramente contento di poter ospitare anche le sue idee e le sue riflessioni, in particolare riguardo la sociologia, suo campo professionale (e nel quale spero tanto che possa eccellere), nel nostro blog.
    Questo articolo, partendo dal presupposto che “la programmazione è il punto di forza ideale di ogni società digitale, e che se non impariamo a programmare, rischiamo di essere programmati da qualcun altro”, ci vuole porre in guardia verso un uso superficiale e poco consapevole della rete.
    Infatti, riguardo il rapporto tra arte ed internet, se per un verso “l’arte può esercitare sulla collettività una forza critica atta a favorire un aumento della consapevolezza da parte degli individui circa i pericoli di una cultura tecnologica pilotata prevalentemente da meri interessi economici di mercato”, per un altro verso “, gli artisti contribuiscono allo sradicamento della tradizionale distinzione tra produzione e consumo”.
    Riguardo il rapporto tra arte e politica, invece, anche in questo caso vi è un profonda divergenza di vedute, anche tra i più esperti sociologi della rete: niente di più attuale. Se, da un lato, infatti, l’apparente iper-democrazia telematica vuol porsi come strumento legislativo del futuro, dall’altro lo scandolo del Big Data ci ha ricordato come il rischio di essere strumentalizzati, e quindi programmati, sia elevatissimo.
    Queste sono le sfide del futuro e siamo ben felici di poterne discutere con una persona più che competente come Augusto.
    Grazie mille di nuovo!

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