L’UNIDIMENSIONALITA’ DELLA DISUGUAGLIANZA di Raffaele Vanacore


Alla creazione del Regno d’Italia circa il 2% della popolazione italiana possedeva il diritto di voto (l. n. 4385/1860); la l. n. 593/1882, abbassando l’età a 21 anni e dando maggior peso all’educazione scolastica, portò il rapporto al 7%. Rapporto che tale rimase fino al 1912, che – con la l. n. 665/1912 – portò il suffragio al 23% circa. In sostanza, fino a circa 100 anni fa solo il 7% della popolazione italiana prendeva parte alla politica, ossia alle decisioni riguardanti lo Stato italiano: di conseguenza, tali decisioni erano volte ad avvantaggiare tale ristretta percentuale della popolazione italiana. La legge del 1912 rappresentò un importante momento di svolta nella politica italiana: infatti, sotto l’influenza delle rivendicazioni, da un lato, socialiste e, dall’altro, cattoliche, il Presidente del Consiglio Giolitti ampliò il corpo elettorale. Nel 1918, poi, la  l. n. 1985/1918 ammise al voto tutti i cittadini maschi al di sopra dei 21 anni. In tale contesto, la conquista del potere da parte del fascismo in Italia sembra porsi come risposta degli strati superiori della popolazione italiana (il 7%..) all’espansione della politica, ossia delle decisioni di governo, alla restante popolazione. Non è un caso, poi, che al ripristino della democrazia in Italia siano state proprio le culture socialista e cattolica a svolgere un ruolo determinante nella stesura della Costituzione e nell’introduzione del suffragio universale (esteso quindi anche alle donne). In altre parole, dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Italia si poneva l’obiettivo di estendere la politica, ossia il potere decisionale, a tutta la popolazione, affinché essa potesse fare gli interessi proprio di tutta la popolazione e, quindi, dell’Italia stessa. Tuttavia, dopo un trentennio di prosperità, il meccanismo si è inceppato: in Italia, sulla scia di altri Paesi sviluppati – Stati Uniti in testa, ma anche Inghilterra e Francia – l’1% ha rivendicato il proprio “diritto” a governare secondo – addirittura – il meccanismo dell’ “un dollaro, un voto”.

Qui il discorso, partito in maniera esemplificativa dall’Italia, va ampliato al mondo intero, alla cui testa vi sono, ovviamente, gli Stati Uniti. Si può partire da alcuni esempi: le 85 persone più ricche del mondo dispongono di una ricchezza pari a quella del 50% più povero del mondo, i 6 eredi dell’impero WalMart detengono una ricchezza equivalente al 30% più povero degli Stati Uniti, il primo 0,1% più ricco degli Stati Uniti percepisce in un giorno quello che il 90% più povero guadagna in un anno, e via discorrendo. Secondo il premio Nobel per l’economia Joseph E. Stglitz, “la disuguaglianza è stata creata. Le forze del mercato hanno fatto la loro parte, ma non erano sole. […] Sebbene le forze del mercato contribuiscano a definire il grado di disuguaglianza di una società, sono le politiche governative a plasmare le forze del mercato. Buona parte della disuguaglianza attuale è quindi un risultato della politica del governo. Il governo ha il potere di spostare il denaro dall’alto al basso o viceversa”. In altri termini – e qui ci ricolleghiamo sia ai precedenti articoli sia all’inizio della discussione sul diritto di voto – l’1% circa della popolazione mondiale, basandosi su ideologie neoliberiste e sull’utilizzo massiccio dei media, sta spostando il denaro dal basso verso l’alto: questo non ha un significato meramente economico, ma ha un impatto su istruzione, salute e lavoro del 99% della popolazione. Questo si può verificare quotidianamente: chiusura di scuole o di ospedali, perdita del lavoro, etc. Di conseguenza, obiettivo di un’informazione libera deve essere quello di informare circa la verità dei fatti e creare le basi per un movimento politico che riporti il 99% della popolazione mondiale al centro del potere politico. Il rischio, se questa deriva non viene fermata, è quello di sfociare nella società ad una dimensione, da cui Herbert Marcuse ormai 50 anni fa metteva in guardia: “una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale”; e ancora, “la perdita delle libertà economiche e politiche, che furono le vere conquiste dei due secoli precedenti, può sembrare un danno da poco in uno stato capace di rendere sicura e confortevole la vita amministrata. […] Se gli individui sono precondizionati a tal punto che i beni che li soddisfano includono pure pensieri, sentimenti, aspirazioni, perché mai dovrebbero voler pensare, sentire ed esercitare l’immaginazione da soli?”.
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