Il mistero dei 600 miliardi di Raffaele Vanacore


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Se consideriamo il debito pubblico degli ultimi 10 anni in Italia, questo era di 1.445 miliardi di euro nel 2004 (104% del PIL): oggi (ossia al termine del 2013) invece è di circa 2.067 miliardi di euro (133% del PIL; dati ISTAT). Quindi, un aumento di più di 600 miliardi di euro del debito pubblico: dove sono andati questi 600 miliardi (per considerare solo gli ultimi 10 anni)? Opinione prevalente (perché prevalente? Forse perché questo è il primo indizio di quel perverso intreccio politico-finanziario di cui si è parlato nel primo articolo?) è che tale aumento sia dovuto all’aumento della spesa pubblica, soprattutto per sanità, sistema previdenziale ed istruzione. Tuttavia, dati ISTAT (tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e sociosanitario1) rivelano che la spesa per questo settore sociale si aggira intorno al 25%, è pressoché costante ed, addirittura, si ritiene che rimanga costante nei prossimi anni.

Quindi, questi 600 miliardi NON sono serviti per sorreggere il nostro sistema sociale; dove sono andati a finire?

Un altro indizio va ricercato nel grande aumento della spesa dello Stato per pagare gli interessi sul debito pubblico2 (infatti, sempre secondo l’ISTAT, considerando il triennio 2008/2010 “il contributo più rilevante alla crescita del rapporto debito pubblico/PIL in Italia (ben 14 su 15,4 punti percentuali) è attribuibile alla componente snowball effect (“effetto valanga”), che rappresenta l’impatto combinato della spesa per interessi e del tasso di crescita del PIL3. Posto che la spesa sociale è costante, si può quindi affermare che l’aumento del debito pubblico italiano è quasi unicamente ascrivibile all’aumento degli interessi pagati sul debito. Si possono fare due esempi per chiarire, in maniera immediata, qual è stato l’impatto della finanza, tramite detti aumenti degli interessi da pagare sul debito, sul debito pubblico stesso. In primis, infatti, può farsi l’esempio dell’Irlanda: il suo debito pubblico era del 25% del PIL nel 2008, ora è quasi del 120%4. È forse ipotizzabile che in soli 6 anni la spesa sociale in Irlanda sia quintuplicata? Certamente no. Analizzando i suddetti dati ISTAT, si rivela che quasi il 75% dell’aumento del debito pubblico in Irlanda è dovuto alla somma del saldo primario (che rappresenta la spesa per interessi sul debito) e dello snowball effect. Considerando, invece, il rapporto debito pubblico/PIL dell’UE in questi anni5, emerge un aumento di più del 25% (66% nel 2007, 92,7% nel 2014): imputabile ad un aumento della spesa sociale? Evidentemente no.

In definitiva, negli ultimi 7-10 anni si è avuto in Europa, come dimostrano i dati, un netto aumento della spesa per gli interessi sul debito, mentre la spesa sociale è rimasta costante.

Ora, considerando l’Italia, questa somma ammonta, come si è visto, a circa 600 miliardi di euro. Prima di cercare di scoprire a chi sono andati questi soldi, occorre un inciso circa i produttori di denaro. In altre parole, chi crea denaro? Con la lira, in Italia, era ovviamente la Banca d’Italia a creare denaro; con l’euro, invece, è la Banca Centrale Europea a produrre denaro. Tuttavia, quello che è probabilmente un macigno sui Paesi europei ed una fonte di grosso guadagno per le banche è che la BCE non può prestare denaro ai Paesi dell’UE né può comprar loro titoli di stato, ma può prestar soldi, a tassi dell’1%, alle banche private; di conseguenza, gli Stati, piuttosto che finanziarsi tramite la BCE ad un tasso dell’1%, sono costretti a finanziarsi tramite la banche ad un costo nettamente maggiore. Ed è probabilmente qui, in questo sovrapprezzo pagato alle banche, che va ricercata la destinazione di questi 600 miliardi di euro.

A complicare il quadro è stata l’introduzione, prontamente ratificata dal Parlamento italiano, del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), altrimenti detto Fondo salva-Stati: tuttavia, sarebbe meglio chiamarlo meccanismo “affonda-Stati”. Difatti, oltre a non poter (anch’esso!) prestar soldi agli Stati (ma ovviamente li può prestare alle banche private con meccanismi simili a quanto detto sopra), è stato costituito con un capitale di 700 miliardi di euro, con una spesa di 125 miliardi di euro da parte dell’Italia6. In sostanza, queste scelte finanziarie hanno notevolmente minato l’economia italiana, che si è vista privare di più del 30% del proprio PIL a tutto vantaggio, come ampiamente dimostrato con i dati sopra, di queste banche private: in altre parole, si è trattato di un saccheggio.

Continuando nell’analisi, sempre secondo l’ISTAT7, la diseguaglianza in Italia dal 2004 (sarà forse un caso?) è in aumento: in altre parole, i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri ed il ceto medio sempre più poveri. È forse quindi azzardato ipotizzare che i ricchi hanno avuto un vantaggio da questo saccheggio, mentre i poveri hanno avuto uno svantaggio? Altro che aumento della spesa sociale! Manco a dirlo, in tutto il mondo la tendenza è questo, secondo il recente studio dell’OCSE “Devided we stand: why inequality keeps rising”, infatti, “la disuguaglianza dei redditi nei paesi dell’OCSE ha raggiunto il livello più alto dell’ultimo mezzo secolo. Nei paesi dell’OCSE, il reddito medio del 10% più ricco della popolazione è circa nove volte quello del 10% più povero, salendo rispetto alle sette volte di 25 anni fa”. Quindi, da questa crisi il 10% del mondo ha tratto vantaggio (e probabilmente gran parte di quei 600 miliardi), mentre il restante 90% ha visto ridurre la propria ricchezza.

 

Perché si prendono questi soldi? Oltre allo scontato motivo economico, vi è un motivo più velato, ma non meno importante. Questo motivo è prettamente politico. In altre parole, quello sui cui si regge l’UE, quello che in pratica accomuna gli Stati europei, è proprio lo stato sociale: questo, infatti, è l’approdo di 3.000 anni di cultura e di filosofia europei, massimamente evidenziabili nell’art. 3 della nostra Costituzione: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

In sostanza, lo stato sociale si propone di far sì che tutti gli individui godano dalla nascita di pari opportuni di sviluppare la propria libertà.

Tuttavia, questo modello ha iniziato, sin dopo la Seconda Guerra Mondiale, sotto l’influenza ideologica americana, un declino, lento e più che altro ideologico fin a circa 20 anni fa (si può considerare finito con il prelievo forzoso sui conti correnti da parte di Amato nel 1992), rapido e fattuale negli ultimi anni. In sostanza, questo sarebbe stato un attacco allo stato sociale, effettuato per coinvolgere l’Europa intera in un mondo neoliberale, ossia per determinare il passaggio ad una economia di tipo “americano” (con le enormi diseguaglianze in essa presenti: ad esempio, l’1% della popolazione possiede il 42% della ricchezza, massimo storico). Questo sarebbe finalizzato ad aumentare, anche in Europa, la quota di ricchezza dell’1% della popolazione a discapito di quella del restante 99%.

Quindi, lo scenario che si è presentato è stato questo: la crisi ha fatto esplodere il debito pubblico, i media compiacenti (e qui si ritorna al primo articolo) hanno fatto e fanno credere che ciò sia dovuto ad un eccesso di spesa sociale, i governi tagliano la spesa sociale, l’1% si arricchisce ed il 99% diviene più povero. Con “diventare più povero” si intende non solo l’effettivo ridursi della ricchezza, ma la netta diminuzione della qualità della vita, con impossibilità (o difficoltà) ad accedere a servizi sanitari, assistenziali e formativi adeguati. In pratica, secondo Luciano Gallino “uno degli obiettivi di fondo del colpo ti Stato in questione appare chiaramente essere quello di privatizzare i sistemi di protezione sociale al fine di dirottare verso le imprese e le banche il loro colossale bilancio, smantellando all’uopo lo stato sociale in tutta l’UE”10.

Inoltre, analizzando ancor più a fondo la questione, l’attacco allo stato sociale europeo si configura come un vero e propria attacco al processo di integrazione politica dell’UE, come se esso fosse un processo politico da evitare; infatti, l’avanzata di partiti nazionalisti, anti-europeisti, è ormai un dato di fatto. Questo attacco si rende possibile da un lato, come detto, grazie a media compiacenti11, dall’altro grazie a politici altrettanto compiacenti, che, dietro milionari compensi, fanno da “palo”, ossia controllano che nessuno intacchi o contesti questo disegno.

Quindi, a chi sono andati i 600 miliardi?

 

 

1http://www2.sanita.ilsole24ore.com/Sanita/Archivio/Normativa%20e%20varie/RGS%20Le-tendenze%20Rapporto_n.13.pdf?cmd=art&codid=27.1.1025744692

2http://keynesblog.com/2012/08/31/le-vere-cause-del-debito-pubblico-italiano/

3http://www.unite.it/UniTE/Engine/RAServeFile.php/f/File_Prof/ANTOLINI_2042/Audizione_debito_pubblico.pdf

4http://it.tradingeconomics.com/ireland/government-debt-to-gdp

5http://www.bancaditalia.it/eurosistema/comest/pubBCE/mb/2011/aprile/mb201104/articoli_04_11.pdf

6http://it.wikipedia.org/wiki/Meccanismo_europeo_di_stabilit%C3%A0

7http://www.istat.it/it/files/2013/03/4_Benessere-economico.pdf

8http://www.oecd.org/social/soc/dividedwestandwhyinequalitykeepsrising.htm

9http://www.sokratis.it/indagine-sulla-disuguaglianza-sociale-negli-stati-uniti/

10 Luciano Gallino- Il colpo di Stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa

11 “I media che creano e propagano la narrazione semiufficiale che spiega al popolo ciò che ha causato a crisi del deficit, e quali politiche dovrebbero venir adottate, non dicono la verità a proposito di questo tema cruciale. Non esiste forse una singola importante fonte nei media che goda della fiducia di larghi segmenti della popolazione la quale dica essa la verità in merito alla crisi del deficit” – J. Crotty-The great austerity war: what caused the deficit crisis and who should pay to fix it
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