Sottomissione, ovvero l’Islam e il potere

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Il profondo gap politico, che ha da sempre separato potere e rappresentanza, sembra oggi riproporsi, nei paesi occidentali, in termini diversi da quelli che lo hanno caratterizzato nei secoli scorsi, ed anzi per tutta la storia del mondo occidentale stesso. Se infatti in passato il divario tra sovranità individuale ed esercizio effettivo del potere politico era in larga parte riconducibile ad una differenza di classe (ed ancor prima alla nascita stessa), oggi l’incrociarsi, spesso in maniera violenta, di diverse culture e diverse religioni ha fatto sì che l’interminabile lotta per il potere politico tra chi lo detiene e chi lo rivendica risulti fondata, appunto, su nuove basi. È l’insieme di una serie di fattori, in particolare economici e demografici, a rendere questa evoluzione ancor più pressante e questo scontro ancor più netto.

Il magistrale esempio fornito da Michel Houellebecq nel suo capolavoro “Sottomissione” – romanzo edito da poco, ma già annoverato tra le cult novel e tra i romanzi distopici, che si ripromettono tuttavia di avverarsi, come “1984” di Orwell – può certamente offrire una valida base ad un’attenta riflessione circa le dinamiche del potere nel XXI secolo. Perché dunque è ipotizzabile, o almeno immaginabile, che in un prossimo futuro un partito musulmano arrivi a detenere il potere in uno stato europeo? Non è forse questa una contraddizione tra la natura cristiana del mondo occidentale ed un possibile potere islamico?

In effetti, considerando l’ormai secolare dominio occidentale su paesi musulmani (emblematici sono i casi della Palestina e dell’Iraq), il principio cuius regio eius religio applicato ancor oggi nella politica occidentale sembra in realtà in bilico. Se “alcuni animali sono più uguali degli altri”, alcune nazioni possono essere escluse da una forma secolare di rappresentanza. Tuttavia, ad interessare è la possibilità che il suddetto principio possa disapplicarsi all’Europa stessa.

A tal proposito, ed ancora una volta, a rendere urgenti le considerazioni sulla natura stessa del potere sono i cambiamenti demografici. Saranno loro, che tanto influenzarono sia Darwin che Marx, a ridefinire i termini politici di questo secolo? Riflettendo sui recenti dati demografici risulta, infatti,  chiaro come il crollo del tasso di natalità nei paesi europei sia parallelo ad un tasso elevato tra le popolazioni musulmane. Di conseguenza, è evidente che la percentuale di musulmani sia destinata ad aumentare, alquanto vigorosamente e velocemente, nei paesi europei ed in particolare nei grandi centri urbani (Londra, Parigi, Milano, etc.).

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Ma qual è la costante politica, che, esprimendosi come scarto rappresentanza – potere politico si esprime oggi in questa nuova forma, culturale? Il vulnus della società contemporanea europea sembra essere proprio il fatto che salendo nella “gerarchia sociale” la percentuale di musulmani si riduce sempre più, fin praticamente ad annullarsi al livello più alto, ossia quello politico. In altri termini, mentre il numero di islamici è elevato tra la popolazione generale  (tra il 5 ed il 10% in paesi quali Francia, Germania, Paesi Bassi e Svezia) e tra coloro che esercitano professioni non specializzate, esso si riduce nelle professioni specializzate fino a risultare pressoché nullo in Parlamento (Tab. 1). A questo punto, come le rivendicazioni socialiste ed operaie nello scorso secolo aprirono il campo politico a nuove fasce di popolazione, ampliando il diritto di voto, così le rivendicazioni delle popolazioni immigrate (sovente da più generazioni) potrebbero, a breve, portare all’accesso al potere politico da parte di nuove fasce sociali, rappresentate, in gran parte, da musulmani. E questo è lo scenario di “Sottomissione”.

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Tab. 1: Situazione dei musulmani in Francia

Facciamo l’esempio della Francia, dove il numero dei musulmani si aggirerebbe intorno all’8%. Se questa percentuale demografica si tramutasse in un’analoga percentuale elettorale, quali potrebbero essere le conseguenza per una nazione come la Francia? Certo, le ipotesi di Houllebecq sono probabilmente esagerate (islamizzazione delle università, fine del lavoro femminile, etc.), ma è indubbio che, per la prima volta da almeno cinque secoli, il potere politico cristiano prospetta una sua possibile erosione a favore dell’islam. Cosa succederebbe poi se, ad esempio, il Qatar o gli emiri del Dubai, dopo aver comprato squadre di calcio e gran parte del patrimonio urbanistico delle capitali europee, decidessero di acquistare capacità politica finanziando massicciamente un partito musulmano laico e moderato, quale una sorta di Fratellanza musulmana europea?

La risposta a questo processo, certo fisiologico ed effetto, in parte, della globalizzazione e del consumismo individualista occidentale, la stiamo già vivendo. Posto infatti che questo processo di erosione del potere cristiano in Europa è già iniziato, anche le politiche atte a contrastarlo sono già cominciate. Secondo questo schema, l’aumento della violenza islamica (ISIS, attentati a Parigi, Boko Haram) sarebbe funzionale all’erezione di nuove ed ancor più nette barriere volte a contrastare l’ormai inevitabile erosione del potere cristiano a favore di quello musulmano, così come le violenze delle Brigate Rosse servirono a stabilizzare il sistema negli anni ’70, impedendo l’accesso al governo del PCI.

La crescita, in sostanza, sarebbe come un fiume in piena che inevitabilmente tende a riempire di sé finanche i più lontani gangli sociali, ossia quelli politici stessi. È per contrastare questa deriva che l’Occidente sta erigendo dighe sempre più forti; ma riuscirà a fermare questa evoluzione? L’osmosi tra religioni e popolazioni renderà il prossimo il secolo della ridefinizione del potere politico. L’intreccio delle popolazioni, delle culture e delle religioni potrà cambiare, drasticamente, la futura degli Stati occidentali.

Raffaele Vanacore

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SERBIA vs ALBANIA. IL DRONE, STRUMENTO DI TECNOLOGIA O DI GUERRIGLIA ?

Tornano a far parlare le vicende balcaniche, dopo gli anni di silenzio e di pace seguiti ai tremendi massacri in Kosovo e Bosnia Erzegovina. Quanto accaduto la sera del 14 ottobre scorso a Belgrado, presso il Partizani Stadium, in occasione della partita di qualificazione europea fra Serbia ed Albania, ha veramente dell’assurdo. Ciò per una serie di motivi, prima di tutto legati al calcio ed al senso di quella manifestazione che, purtroppo, di sportivo ha avuto ben poco.

I principali esponenti in Italia del calcio albanese si sono espressi nel dopo partita, scagliandosi soprattutto contro certi media che avrebbero caricato troppo il match, infuocandone la vigilia. Hotel della nazionale albanese presidiato dalle forze di polizia e dai militari, a Belgrado, per evitare contatti con la squadra da parte di facinorosi serbi. Ma il nazionalismo serbo è forse quello che, a livello europeo, ha mostrato i suoi lati più distruttivi ed inquietanti nel corso degli ultimi due secoli. Ai tempi di Gavrilo Princip, che nel 1914 scatenò con l’attentato di Sarajevo la Prima guerra mondiale, erano certamente diversi i mezzi di propaganda politica e di incitamento all’odio etnico nei Balcani. I droni, come quello che ha sorvolato Belgrado due sere fa trainando una bandiera kosovara con stemma albanese, non erano nemmeno lontanamente immaginabili fra serbi, albanesi, sloveni, croati e bosniaci. L’ex Jugoslavia era e continua ad essere una polveriera, dove alla minima provocazione c’è pericolo di scatenare una nuova guerra. Fu guerra negli anni ’90, prima in Bosnia poi in Kosovo. I crimini del presidente serbo Svobodan Milosevic sono rimasti nell’immaginario collettivo come le peggiori fra le efferatezze compiute nell’area balcanica nel ‘900. Gli albanesi stessi ne sanno qualcosa, sterminati e perseguitati nel ’99 dalle truppe serbe per la morbosa pulizia etnica attuata dal suo leader. Una Serbia quale vera potenza nell’area slava, ortodossa per religione, filorussa per ascendente politico (i serbi scrivono in cirillico) e per la storica amicizia con i cugini russi. La stessa rassegna stampa del giorno seguente la gara di calcio di Belgrado, sia albanese che serba, ha calcato la mano propendendo ovviamente per l’una o l’altra Nazione.

Il nazionalismo serbo è latente, messo apparentemente a tacere dopo la “perdita” prima del Montenegro – non senza polemiche – e poi del Kosovo appunto, tuttora non effettivamente riconosciuto come Stato dalla comunità internazionale. Ecco quindi il sogno della “Grande Albania” che torna a far discutere, infiammando persino i giocatori delle due nazionali in campo. Il modo in cui il pubblico stesso ha replicato alla provocazione del drone è soltanto una ovvia conseguenza di un odio etnico che si ripresenta più violento che mai. Serbi e albanesi non troveranno mai pace. Mentre a Belgrado si combatteva, in strada e in campo, nelle piazze di Tirana si esultava, fra lo sconcerto generale dei calciatori presenti – molti dei quali militanti nel campionato italiano. Laziali soprattutto, dagli albanesi Cana, Berisha e Tare (oggi dirigente biancoceleste) ai serbi Djordjevic e Basta (quest’ultimo a casa per infortunio). L’Italia ne ha ancora tanti nel suo campionato, dove non sono mancate le istigazioni alla memoria di quell’odio mai sopito in Serbia. Ricordiamo l’esposizione da parte della curva laziale stessa, anni fa, di croci celtiche e simboli inneggianti alle feroci “tigri” di Arkan – corpo paramilitare che nel ’90-’91 commise alcuni delle più atroci stragi durante la guerra in Bosnia, che portò alla fine della federazione jugoslava. L’indipendenza del Kosovo, regione della Serbia a maggioranza albanese, riprende vigore con questa scorribanda del drone su Belgrado. Il gesto simbolico e le sue conseguenze nefaste sono stati vissuti con sdegno e paura anche dal nostro Gianni De Biasi, allenatore della nazionale albanese, che si è unito al coro dei calciatori presenti all’evento.

Non poteva mancare lui, Ivan il terribile (Ivan Bogdanov), capo ultras serbo che nel 2010 impressionò l’Italia a Genova, mostrando muscoli e tatuaggi simbolo di una Serbia che fa davvero paura, facendo sospendere la partita di qualificazione europea dopo aver fatto di tutto, a cavallo della sua gradinata, strappando reti, provocando polizia e pubblico dello stadio Ferraris. Già nel derby di Belgrado, fra Partizan e Stella Rossa, esplode normalmente l’opposto credo politico degli ultras serbi. Tutto farebbe pensare al nostro Genny a’ carogna dell’Olimpico, capo ultras del Napoli nonché camorrista oggi agli arresti. Niente in confronto all’impeto dei serbi, leoni al servizio del loro capobranco, non pecore come gli ultras partenopei. Secondo alcune voci Bogdanov avrebbe, così come Genny a Roma lo scorso 5 maggio, “moderato” gli animi trattando in campo per consentire la continuazione del match – come Genny a’ carogna. Una presenza temuta e rispettata nelle fila serbe, ma questa volta non è bastato a placare la furia di un popolo stuzzicato, forse inutilmente, nel suo orgoglio nazionalista.

Impossibile separare sport e politica, almeno nelle frange estreme delle tifoserie slave, dove episodi di violenza avvengono costantemente, sia in Serbia che nella cattolica Croazia (Hajduk Spalato e Dinamo Zagabria soprattutto), durante derby della violenza che mettono a nudo i sentimenti di popoli che forse non riusciranno mai ad amarsi fra loro. Sconcertante, infine, è pensare che personaggi simili a Ivan il terribile continuino, dopo quanto abbiano combinato in passato, a marciare indisturbati per gli stadi stabilendo le logiche di un mondo perverso che è giocoforza mischiato con lo sport.

 

Francesco Pascuzzo

 

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Il chiattone e il tubo in c**o

Le sevizie ai danni di un obeso 14enne di Pianura potrebbero esser interpretate come la classica prevaricazione, lo sfottò, verso un ragazzo più piccolo, più debole, obeso. Questo in parte è vero, ma la dinamica dell’incidente (quel tubo in c**o…) è emblematica di un più profondo disagio sociale. La volontà di far “esplodere il chiattone” è il simbolo, appunto, di quell’evaporazione sociale che tanto sembra caratterizzare il mondo moderno ( http://danaeblog.com/2014/10/11/oltre-bauman-sviluppo-tecnlogico-e-nascita-di-una-nuova-societa/ ).

Se da un lato, infatti, la liquefazione sociale si accompagna ad un generale impoverimento – peraltro acuito in zone già sofferenti, le quali, piuttosto che svilupparsi, arretrano sempre di più sul piano socio-economico – dall’altro l’aumento della violenza si presenta come danno collaterale dell’impoverimento stesso. E tale analisi trova conferma proprio in Bauman, secondo cui “povertà e disoccupazione cronica, così come il lavoro senza prospettive, sono correlate a tassi delinquenziali superiori alla media”. Insomma, per il teorico della società liquida, le cause di questi fenomeni di violenza sono di natura sociale  e si presentano come “danno collaterale della globalizzazione orientata al profitto”.

In sostanza, è lo scarto tra i modelli di vita agognati e la realtà fatta di povertà, mancanza di possibilità e miseria a generare lo scacco di questi segmenti più disagiati della società (ben inteso, non solo napoletana o italiana, ma anche inglese, americana etc.). E’ l’inquietante paradosso che la globalizzazione, con l’avanzare tecnologico e l’aumento della ricchezza totale, piuttosto che guidare ad una generale aumento della qualità di vita della popolazione, conduce ad un impoverimento sociale ed economico proprio delle fasce più deboli della società (in cui, tuttavia, un  numero sempre maggiore di persone viene risucchiato) a rappresentare il maggior atto d’accusa ad una globalizzazione asimmetrica, che ha tradito le aspettative di progresso globale.

Il ciccione gonfiato fino a far esplodere l’intestino, Ciro Esposito morto per la guerriglia calcistica, Davide Bifolco ucciso per un alt non rispettato, sono i simboli di quell’avanzante evaporazione sociale, caratterizzata dalla mancanza di lavoro, di prospettive, di affetti, in cui – in virtù del vuoto stesso creato da una società asimmetrica ( http://danaeblog.com/2014/10/11/oltre-bauman-sviluppo-tecnlogico-e-nascita-di-una-nuova-societa/ ) – si inserisce l’economia globalizzata, che amplifica essa stessa le differenze e aumenta la probabilità di danni collaterali.

E il paradosso è che di fronte all’inconsistenza politica l’unico punto fermo è Genny ‘a carogn’… (http://danaeblog.com/2014/05/06/la-vera-questione-genny-a-carogn/)

Raffaele Vanacore

Laureando in Medicina, da sempre appassionato alla filosofia ed alla ricerca sociale, ed in particolare alle conseguenze che gli sviluppi tecnologici hanno sulla società e sulla coscienza dell’individuo, ha creato e dirige il blog di arte e scienze http://www.danaeblog.com

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Dai cittadini un nuovo impulso alla lotta al cambiamento climatico

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A poche ore dal Climate Summit di New York, l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sembra ridestarsi sui temi del cambiamento climatico dopo mesi di sostanziale assenza dalle prime pagine dei giornali. Le crisi economiche e geopolitiche hanno fatto il gioco degli scettici sulle battaglie contro il cambiamento climatico, ritenendolo un falso problema e soprattutto un costo inutile in tale congiuntura economica. La sostanziale inattività politica delle istituzioni europee negli ultimi mesi ha fatto il resto e il tema è finito per ricomparire sui mezzi di informazione solo quando milioni di residenti urbani in tutto il mondo sono scesi in piazza per manifestare. Ma quanto le autorità europee e nazionali saranno in grado di accogliere questo grido che emerge dalle piazze? Se è vero che le istituzioni sovranazionali hanno promosso negli ultimi anni in maniera sempre più convinta approcci e orizzonti operativi tali da indurre anche i paesi più riluttanti ad accettare le logiche della governante multilivello, l’Europa appare ancora troppo debole e frammentata sullo scenario mondiale per giocare un vero ruolo guida soprattutto per quanto riguarda la cooperazione con i BRICS.

Passa proprio dalle economie emergenti, o affermatesi negli ultimi anni e in recente rallentamento, il peso di un’azione davvero globale sul clima che non può prescindere da tre temi chiave: innovazione urbana, risparmio di suolo, efficienza energetica. In una parola, dalle smart city. Mentre India e Cina hanno di recente annunciato imponenti piani di urbanizzazione intelligente, Russia e Sudafrica stentano ancora nella definizione di piani di efficienza energetica urbana. Ciò comporta effetti negativi non tanto strettamente sul piano della mancata riduzione di emissioni di CO2 ma anche nel ruolo guida che questi paesi possono esercitare nei paesi di loro influenza economica e culturale, che messi assieme rappresentano i principali poli di sviluppo demografico dei prossimi decenni.

Ripartire dalle politiche partecipative del Brasile e dal mix di interventi di pianificazione strategica e partecipazione civica rappresenta una strada non solo per riorientare l’azione di un continente in nome della sostenibilità ma anche per tracciare un modello che renda l’azione per il clima un fattore di crescita economica e di reale coinvolgimento sociale. Sta puntando su questo anche il Perù, che ospiterà il prossimo round negoziale della Conferenza delle Parti, ma ciò indica una strada valida anche ad altre realtà impegnate sulla strada dell’innovazione contro il cambiamento climatico. Senza una reale condivisione di obiettivi e scenari futuri, l’azione sul clima rischia di restare un affare istituzionale lontano dalle persone. Se i governi saranno realmente capaci di mettere in pratica i principi della multilevel governante, i benefici non saranno solo sulla qualità dell’aria che respiriamo ma anche sui processi di crescita democratica ed economica decisivi per uscire da una crisi globale.

Simone D’Antonio
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La fine delle tasse

La politica economica (o l’economia politica..) odierna si arricchisce, quotidianamente, di nuove contraddizioni e, con esse, di nuovi inquietanti dilemmi per il cittadino comune. Egli, colui che – in altri termini – non è in grado di spostare il reddito derivato dal proprio lavoro in paradisi fiscali, si trova a finanziare, con le ingenti tasse da lui pagate, un distorto sistema di tassazione regressiva.

Insomma, ci troviamo di fronte all’enigmatico paradosso, il quale, in sintesi, è l’antitesi della politica economica stessa, del finanziamento, da parte dei meno ricchi e tramite il suddetto meccanismo di tassazione regressiva, peraltro globalizzato, dei più ricchi. E’ inaccettabile, in pratica, che colossi come Amazon paghino lo 0,5% dei propri ricavi ed un commerciante arrivi a pagare il 60-70% di tasse.

Questo sistema economico è arrivato al culmine: l’economia politica non può più essere il gioco delle tre carte, dove vince sempre il banco, cioè l’imbroglione di turno, peraltro translegalizzato. 

Il sistema economico va rifondato: le spese, quantomeno, per istruzione e sanità vanno, DA SUBITO, integrate nel calcolo del PIL, al pari di prostituzione, contrabbando e spaccio di droga. Il sistema di Welfare va inteso come occasione di sviluppo: l’istruzione arricchisce le nazioni, i trasporti facilitano i commerci, la sanità rende dignitosa la vita del cittadino.

L’economia dello Stato va rifondata ora, prima del baratro.

Raffaele Vanacore

 
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Il tempo dei gelati

Dopo la frutta c’è il gelato. Non siamo più alla frutta quindi, ma al gelato, per quanto gustoso possa essere (crema e limone i gusti più gettonati..).
Lo show del gelato è l’emblema di una politica italiana incapace di ascoltare gli allarmi e di analizzare attentamente i dati socio-economici: chi li fa notare è anzi un gufo, probabilmente incapace anche di gustare un buon gelato.
L’inadeguatezza della politica italiana (secondo il gufo Economist vi sarebbe in Europa una “carenza di leader politici con il coraggio e la convinzione di far passare le riforme strutturali per migliorare la competitività e riaccendere la crescita”) si riflette nell’incapacità di apportare strategie politiche ben definite, salvo poi mettere in scena divertenti show su gelati ecc.
Il primo punto, che andrebbe superato e sul quale pone l’accento l’ormai famoso articolo dell’Economist (con l’Europa che affonda e Renzi che mangia, beatamente, un bel gelato), è che “l’opinione pubblica non è convinta della necessità urgente di cambiamenti profondi e radicali”.

L’opinione pubblica italiana, assolutamente inetta a cogliere la realtà, contestualizzare i problemi socio-economici e, magari, operare un confronto con Paesi più “virtuosi” (dove sarebbero poi questo “rigore” e questa “austerità” se in questi Paesi in ospedale si mangia e si alloggia meglio che in tanti ristoranti ed alberghi italiani?), potrebbe anche credere che il PIL cresca del 10, ad anche del 20, % annuo, se solo glielo venisse detto.
Così sotto elezioni si propinavano improbabili dati sulla crescita economica italiana, sulla ripresa e sullo sbarco degli alieni (cosa che magari avrebbe innalzato il PIL, sai com’è magari son ricchi…).
Ad elezioni avvenute, ci tocca far i conti con una realtà di recessione, stagnazione e deflazione. Insomma stiamo rovinati.
A questo punto, viene un dubbio: visto che la situazione ormai da 7 anni peggiora continuamente, non si può mica dire che il governo non è poi tanto male perché, se non ci fosse stato, le cose sarebbero andate peggio?
Sarebbe dire che è meglio mangiare il gelato solo alla crema piuttosto che a crema e limone perché avremmo potuto non mangiarlo proprio il gelato…
Non è che questo governo ha il solo obiettivo di mettere le persone giuste nelle giuste caselle? ENI, ENEL ed altre società statali; ruoli europei; Regioni ed altre amministrazioni…
Queste, al netto di simpatici spot e colorate slides, sono le uniche cose importanti fatte dal governo.

L’incapacità di comprendere che il deficit dell’Italia è socio-economicamente non congiunturale (cioè dovuto solo alla crisi), ma STRUTTURALE (cioè la crisi ha agito su di un corpo malato, portandolo più agevolmente alla rovina), evita di attuare reali strategie politiche volte alla cura del nostro Paese.
Il rapporto Bowles, ad esempio, ha mostrato come nei prossimi anni l’Italia sarà tra i Paesi che, per l’avanzamento tecnologico, vedrà scomparire il maggior numero di posti di lavoro. Questo significa che, mentre nei Paesi a più alto sviluppo tecnologico, la perdita di posti di lavoro, proprio per il più alto tasso tecnologico presente, sarà minore, in Paesi a basso sviluppo tecnologico, come appunto l’Italia, al contrario, l’avanzare della tecnologico ridurrà ulteriormente l’occupazione
L’Italia in pratica è un Paese in via di sviluppo tecnologico.

In questo contesto di arretratezza tecnologica (al quale si può associare anche la scarsa conoscenza delle lingue) e di vincoli europei (che faranno ridurre la spesa sociale e quindi la qualità di vita di moltissime persone), piuttosto che puntare sull’innovazione e sull’istruzione, si pensa agli slogan ed alla solita elargizione di fondi a ca…so…

Raffaele Vanacore

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La Terza Guerra Mondiale ed i sistemi di dominio

Il più pertinente sistema di dominio di un uomo, o di una ristretta cerchia di uomini, sugli altri uomini è senz’altro stato quello “divino”: in tal caso non vi era necessità di una giustificazione del dominio, né tantomeno – fatto tutt’altro che irrilevante – dei mezzi con cui tal dominio si esercitava.
Era l’essenza divina, la consacrazione, a garantire al regnante la sua affermazione. E gli altri erano sottomessi al suo dominio.
Quando tale sistema è venuto, sotto spinte filosofiche e scientifiche, a crollare, i regnanti, non potendo più governare “in nome della divinità” e spesso vincolati da Costituzioni, hanno dovuto trovare altre forme di giustificazione del dominio.
Tra queste la più evidente è stata senza dubbio l’uso interno della forza: le brutali repressioni di insurrezioni od albe di rivoluzioni hanno fatto da deterrente per lo sviluppo di ulteriori contestazioni al dominio.
Tuttavia, un secondo, e certamente più subdolo, sistema di dominio su di una certa popolazione è stata la guerra: lo scatenare una guerra comportava – e comporta – un’ingente perdita di uomini.
E gli uomini che si perdevano non appartenevano alle classi dominanti, ma in larghissima parte alle altre classi: in tal modo, la maggior parte degli individui si trovava a vivere sotto il pericolo della guerra e, quindi, della morte.
Il potere di non partecipare alla guerra è stato decisivo affinché le classi dominanti perpetuassero il proprio dominio. Questo è il punto cruciale, e di estrema attualità: la differenza tra chi sceglie di fare la guerra e chi la guerra la fa.
L’importanza di tal punto è ancor più evidente in questo periodo, nel quale è emersa una sorta di “Terza Guerra Mondiale fluida”.
Chi detiene il potere, per perpetuarlo (ed oggi che il mezzo di misura del poter è il denaro: per arricchirsi) ha bisogno di dominare la maggior parte della popolazione, più che mettendo a tacere, evitando proprio l’insorgenza di contestazioni. E come lo fa?

All’interno dei proprio confini (oggi, in un mondo post-Statale, più che indefiniti, ma comunque ancora occidento-centrici), lo fa, seguendo Adorno, aumentando la quantità dei beni a disposizione della popolazione, sicché con la qualità della vita cresce direttamente anche la dirigibilità (o, si potrebbe dire, la voglia di essere sotto questo piacevole dominio).
Ma affermato il dominio entro le proprie mura, come fa il dominio ad espandersi se l’era delle guerre dirette è finita (dato proprio che gli studenti – che classicamente, per la loro giovane età, son quelli che hanno fatto la guerra – si son ribellati a questo sistema di dominio, pur finendo placidamente controllati nel secondo modo) ?
Lo fa, e qui ritorniamo al punto di partenza, scegliendo chi deve fare la guerra: chi (in questo caso non più persone, ma organi istituzionali) sceglie di fare la guerra è chi detiene il dominio, chi fa la guerra (generalmente le popolazioni delle nazioni meno sviluppate) è sotto il dominio.

E qui trova la giustificazione la Terza Guerra Mondiale: si può considerarla “fluida” perché ci troviamo in assenza di concreti obiettivi geostrategici, se non quelli propri del dominio.
È questo mettere fuori dal novero dei liberi, perché dominati dalla necessità della guerra, che perpetua il dominio. Così in Iraq, in Libia, in Siria, etc. la guerra è fluida perché l’obiettivo stesso della guerra è il fare la guerra per perpetuare il dominio. Per perseguire quest’obiettivo si è giunti, addirittura, alla creazione di guerre civili: si arma prima un popolo, poi l’altro e li si spinge a far guerra tra di loro.
In tal modo il dominio è assicurato: la distruzione di interi popoli, tra cui soprattutto giovani e studenti, è la più grande garanzia che quel popolo non avrà futuro.
E la Pace è il più grande strumento rivoluzionario.

I don’t need your civil war
It feeds the rich while it buries the poor
Your power hungry sellin’ soldiers
In a human grocery store
Ain’t that fresh
I don’t need your civil war

                                                                                                                                  Raffaele Vanacore

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Vico Giovane

Il momento più fortemente politico nella vita è di certo quel periodo che va dall’adolescenza – luogo di sogni, di speranze, di voglia di partecipazione e di cambiamento – alla piena maturità – tempo di amministrazione, di bilanci, del compiuto.
È proprio il momento in cui ha luogo quella collisione tra l’idea del mondo di un giovane ed il mondo reale che svela la natura politica della giovinezza: è colui che, consapevole dello scarto tra il proprio mondo e quello reale, vuol fare qualcosa per rendere il mondo così come lo immagina – cioè migliore – ad essere il più coerente politico.
La voglia di scoprirsi, di mettersi in discussione, di creare nuove prospettive e nuovi orizzonti, caratterizza chi inizia ad occuparsi della comunità. Cosa fare? Come farlo? Con chi farlo?
L’attimo più bello è quello in cui, da amici, ci si mette insieme, ci si siede attorno ad un tavolo, si condividono proposte ed idee sui social network: è da qui, da questi momenti, che inizia il cambiamento. Una volta perso l’attimo (l’attimo fuggente come direbbe il nostro caro Robin Williams…), nulla più sarà possibile e bisognerà attendere altro tempo per il cambiamento.
È per questo che credo nell’iniziativa di Carlo, di Yuri, di Marvin, di Rosario, di Davide e di tutti quelli che hanno deciso di dare una mano.
Io sono pronto ad aiutarli con idee, consigli, riflessioni, partecipazione: spero che molte persone, non solo a Vico (sarebbe bello estendere il progetto agli altri Comuni della Penisola), possano dare il loro contributo.

#lavoltabuonapervico!

Raffaele Vanacore

 
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Movimenti operai e politica mondiale

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Capitolo 4. Movimenti operai e politica mondiale
Il quarto capitolo si propone di analizzare il rapporto tra politica globale e movimenti operai. I processi economici globali sono profondamente implicati nelle dinamiche politiche anch’esse globali, dalla formazione degli stati ai confini della nazionalità, fino ai conflitti tra gli stati e alle guerre mondiali. In particolare, si possono individuare due diversi movimenti oscillatori, l’uno tra la mercificazione del lavoro e lo sgretolamento dei patti sociali, l’altro tra la demercificazione del lavoro ed il consolidamento di nuovi patti sociali. Al fine di comprendere le dinamiche sottostanti ad entrambi i processi di oscillazione, nonché di estrapolare l’impalcatura che ne sorregge la struttura, occorre fornire, secondo l’ideologia della Silver, un quadro empirico delle agitazioni operaie su scala mondiale del XX secolo, a partire dai dati raccolti dal database del World Labour Group: questo percorso sottolinea l’impatto delle guerre mondiali sulla traiettoria complessiva delle agitazioni operaie del Novecento. Vengono proposti alcuni grafici cartesiani che evidenziano una notevole influenza dei conflitti mondiali sugli sviluppi temporali delle lotte operaie: i due picchi più importanti avvengono negli anni immediatamente successivi alle guerre. Questa stretta interdipendenza risulta particolarmente evidente nei paesi metropolitani, pur rimanendo apprezzabile anche nell’aggregato dei dati relativi ai paesi coloniali e semicoloniali: le mobilitazioni si intensificano alla vigilia delle guerre mondiali, mentre declinano fortemente in concomitanza con l’evolversi del conflitto, per poi ripresentarsi sotto forma di grandi ondate di agitazioni nel dopoguerra. Da tempo, nell’ambito delle scienze sociali, si tende a collegare le guerre alla militanza operaia od alla conflittualità sociale in generale.

Nello specifico, Michael Stohl (1980) ritiene che quella del nesso tra i conflitti internazionali ed i conflitti civili sia una delle ipotesi più accreditate delle scienze sociali, evidenziando le differenti direzioni assunte dal dibattito sulla questione di quali forme esattamente questo nesso assuma, e quanto siano determinanti gli aspetti spazio-temporali. Stohl identifica tre varianti di tale ipotesi: la prima sostiene che l’avvento della guerra incrementi la coesione a livello nazionale conducendo la società verso una condizione di pace interna; per la seconda, l’avvento della guerra aumenta la conflittualità sociale a livello nazionale facendo crescere la probabilità di una rivoluzione; la terza, infine, attribuisce alla conflittualità sociale interna alla nazione un aumento della propensione dei governi ad entrare in guerra. Queste diverse interpretazioni vengono spesso proposte come alternative: l’autrice, invece, ritiene che esse siano complementari, essendo ciascuna delle tre ipotesi pertinente rispetto alle differenti fasi temporali del conflitto: la prima ipotesi corrisponde alla durata del conflitto, la seconda descrive la situazione del periodo del dopoguerra, la terza ipotesi quella dei periodi che precedono le guerre mondiali.

È utile considerare anche il rapporto tra la dinamica del ciclo del prodotto e quella dei conflitti e delle egemonie mondiali: i due processi hanno avuto effetti opposti sull’andamento spazio-temporale delle lotte operaie. La dinamica delle guerre mondiali, infatti, ha determinato una tendenza all’unificazione, portando a fasi di diffusione rapida su scala planetaria di una forte militanza operaia, come nel caso dei due periodi post-bellici; al contrario le soluzioni incentrate su pratiche di riorganizzazione spaziale del capitale, legate alle dinamiche del ciclo del prodotto, tendono a sortire effetti distensivi, poiché la dispersione geografica della produzione induce cambiamenti spazio-temporali nei centri nevralgici del conflitto operaio: le insorgenze in un luogo specifico vengono controbilanciate dal declino in altri luoghi.

La globalizzazione di fine Ottocento e l’ascesa del movimento operaio moderno.
La grande espansione dell’economia mondiale attuatasi nella metà del XIX secolo, l’“età dell’oro del capitale”, culmina nella “grande depressione” degli anni 1873-1896, un periodo caratterizzato da una notevole competitività su scala mondiale e da mutamenti nei processi di accumulazione del capitale. In questo contesto di profonde trasformazioni, nasce il movimento operaio moderno nell’Europa occidentale e nel Nord America: ai tre tipi di soluzioni precedentemente analizzati (la riorganizzazione spaziale, l’innovazione tecnologica dei processi, l’innovazione di prodotto), se ne aggiunge un altro, ovvero la riorganizzazione finanziaria. A partire dall’ultimo quarto del XIX secolo si assiste ad un aumento esponenziale dei livelli di concorrenza su scala mondiale ed ad una diminuzione dei prezzi dei prodotti agricoli ed industriali, con una conseguente contrazione dei profitti, alla quale gli imprenditori cercano di provvedere mediante la combinazione di soluzioni basate sulla riorganizzazione spaziale e sull’innovazione dei processi e delle tecnologie. Un ambito promettente, individuato dai capitalisti come ulteriore sito di innovazione del prodotto, è quello dell’industria bellica, nella misura in cui la gara imperialistica in atto negli anni ottanta e novanta dell’Ottocento trasforma il settore industrializzato degli armamenti in una nuova importante sfera di investimento privato, divenendo uno dei siti fondamentali per la rapida formazione di una classe operaia attiva e reattiva. La corsa agli armamenti apre la strada verso la ricerca di un nuovo tipo si soluzione alle crisi, quella, appunto, basata sulla riorganizzazione finanziaria.

La soluzione finanziaria presenta alcune analogie con l’innovazione di prodotto: i capitali vengono dirottati al di fuori del commercio e della produzione ed immessi nelle attività di prestito, di intermediazione finanziaria e di speculazione. La redditività di tali attività finanziarie alla fine dell’Ottocento si collega all’impennata della corsa agli armamenti, data la necessità da parte degli stati di accedere ai prestiti con i quali finanziare gli investimenti militari. La finanziarizzazione del capitale, di conseguenza, è causa dell’indebolimento del potere di contrattazione nel mercato del lavoro in quei settori dell’attività industriale dai quali il capitale viene progressivamente ritirato. A partire dagli anni novanta del XIX secolo, come conseguenza della combinazione di diverse tipologie di soluzioni, il capitale inizia a subire una minore pressione competitiva, con il relativo, ed opposto, aumento della stessa per i lavoratori. Inoltre, a causa della crescita superiore e più repentina dei prezzi rispetto ai salari, la disoccupazione strutturale diviene persistente e si accentua il divario tra stati ricchi e quelli poveri.

La prima reazione alla ristrutturazione capitalistica nei paesi metropolitani si concretizza una grande ondata di agitazioni attuate dalla classe operaia: questa, nella seconda metà del Novecento, vede accrescere enormemente le sue dimensioni e la sua estensione, pur essendosi verificata un’erosione della “aristocrazia operaia” a causa dell’abbassamento degli standard di professionalità richiesta, in seguito all’implementazione delle soluzioni tecnologiche e di processo. Di conseguenza, gli operai qualificati si vedono costretti a coadiuvare quelli senza qualificazione. Il fatto che la manodopera non specializzata stesse aumentando e che si trovasse concentrata nelle zone industriali delle città e nei quartieri facilitava tanto la rapida propagazione delle proteste da una categoria all’altra e da uno stabilimento all’altro, quanto la diffusione di una coscienza di classe. Di conseguenza, l’emergere di una classe operaia politicamente organizzata e strutturata, novità cui la classe dominante non poteva far fronte con una semplice modifica della linea tattica adottata, mette in evidenza la necessità di un cambiamento radicale della strategia. Tale trasformazione può essere definita come la “socializzazione dello stato”: come spiega Polanyi (1957), tutti i paesi occidentali, a prescindere dalle differenze interne, iniziano ad istituire politiche di protezione dei cittadini dalle crisi causate dall’autoregolazione del mercato, mediante l’implementazione di misure di sicurezza sociale.

Il circolo vizioso dei conflitti interni e internazionali.
È possibile individuare una serie di aspetti relativi al rapporto tra conflitti mondiali e mobilitazioni operaie, diretti alla verifica della validità delle tre ipotesi precedentemente esposte. In particolare, le azioni e le reazioni che conducono allo scoppio della prima guerra mondiale vengono considerate prove a favore della congettura, terza nell’ordine, secondo la quale l’attuarsi della guerra si può considerare come una mossa “diversiva” da parte di alcuni governi europei. Analogamente, lo scioglimento della Seconda Internazionale ed il declino generale della militanza operaia coincidenti con lo scoppio della guerra sembrano comprovare la validità della prima ipotesi, che collega lo stato di guerra con la coesione sociale. Ed ancora, le crisi rivoluzionarie del periodo conclusivo della prima guerra mondiale forniscono un sostegno alla seconda ipotesi, che associa lo stato di guerra alla rivoluzione. Si determina dunque un circolo vizioso che è causa del reciproco succedersi di fasi peculiari che, come dimostrato, comportano una complementarità delle tre ipotesi in sostituzione dell’ideologia che le vede come alternative, l’una escludente l’altra. L’analisi, finora incentrata sui paesi centrali del sistema capitalista, deve essere estesa anche alle aree coloniali e semicoloniali, dove i disagi e le trasformazioni legate alle rivalità imperialistiche ed allo sviluppo del colonialismo danno vita ad una crescente militanza operaia e ad aspri conflitti sociali. Infatti, il periodo che va dalle grande depressione alla prima guerra mondiale è caratterizzato da vaste ondate di proletarizzazione in tutto il mondo.

Il potere contrattuale strategico degli operai viene rafforzato in quelle aree inserite nel sistema di approvvigionamento delle potenze in guerra, e l’aumento della militanza operaia si intreccia con le crescenti agitazioni nazionaliste, in India, in Cina ed anche in Africa. Come al termine della prima guerra mondiale, anche alla fine della seconda si propagano forti ondate di agitazioni operaie in tutto il mondo coloniale e semicoloniale, con la differenza che questa seconda ondata si caratterizza per una maggiore intensità ed una più lunga durata rispetto alla precedente.
È importante osservare come il circolo vizioso creatosi tra la guerra e le agitazioni operaie si esaurisca in concomitanza con il consolidamento dell’egemonia statunitense a livello mondiale nel secondo dopoguerra. Nello specifico, si verifica un netto cambiamento nelle dinamiche delle agitazioni operaie, con la transizione da una prima metà del secolo in cui le mobilitazioni sono soggette ad un aumento sostanziale, ad una seconda metà in cui esse sono stabili o in declino. Tale mutamento deriva dalla concentrazione senza precedenti di potere militare ed economico nell’ambito degli Stati Uniti alla conclusione della seconda guerra mondiale, evento che pone fine alla rivalità tra le grandi potenze che avevano dato vita al circolo vizioso di guerre ed agitazioni operaie. A sortire questo effetto, concorrono anche le profonde riforme a livello aziendale, che conducono ad una parziale demericficazione del lavoro in seguito allo stabilizzarsi della crescente forza dei lavoratori a livello mondiale ed ai grandi successi riportati dai movimenti rivoluzionari nella prima metà del secolo. Il modo in cui si attua questo processo è strettamente influenzato dalle strategie di differenziazione spaziale. Infatti, l’equilibrio tra riforme e repressione era sbilanciato a favore di quest’ultima nei paesi coloniali e postcoloniali piuttosto che in quelli metropolitani.

Le sequenze temporali che emergono dal database del WLG forniscono un dato coerente con questa differenziazione: nell’aggregato che comprende in paesi metropolitani si nota un declino lento ed inarrestabile delle citazioni di agitazioni operaie, mentre nel contesto geografico coloniale e semicoloniale il livello di mobilitazione operaia rimane alto, raggiungendo vette storiche nel corso degli anni cinquanta e sessanta. È quindi utile analizzare le trasformazioni subite dai modelli di lotta operaia nel dopoguerra, in rapporto alla portata e alla natura delle riforme attuate e al peso delle misure repressive, ed il ruolo giocato dai processi di riorganizzazione dell’economia mondiale che hanno contribuito a determinare l’esito negativo per la forza lavoro della crisi degli anni settanta. In particolare, le ricorrenti spinte rivoluzionarie del dopoguerra inducono le classi dirigenti degli stati più avanzati ad attuare una profonda riforma del sistema capitalistico mondiale, congiuntamente alle strategie di ricostruzione postbellica: vengono presi rilevanti provvedimenti a livello politico, sociale ed economico, mediante l’adozione di specifiche strategie nell’ambito dei paesi avanzati e non solo. I politici statunitensi sapevano che tali riforme del dopoguerra non potevano essere limitate ai contesti geografici sviluppati, essendo anche i movimenti operai di molti paesi del Terzo Mondo delle potenti armi di mobilitazione. Considerata l’inconsistenza delle riforme offerte ai lavoratori del Terzo Mondo, non sorprende che si dovesse ricorrere maggiormente alla repressione come meccanismo di controllo del movimento operaio: nell’equilibrio tra riforme e repressione, quest’ultima ha un peso molto maggiore nei paesi del Sud del mondo.

La decolonizzazione, ossia l’estensione della sovranità giuridica a tutte le nazioni, si configura come la più grande riforma ottenuta da mondo coloniale in seguito all’epoca delle guerra e delle rivoluzioni. Tuttavia, essa mina uno dei fondamenti da cui trae forza il movimento operaio nel mondo coloniale: nell’ambito di una colonia, ottenuta l’indipendenza, si dissolvono le alleanze interclassiste tipiche dei movimenti nazionalisti, con la relativa perdita dell’appoggio delle altre classi sociali nelle lotte dei contadini e dei lavoratori. Infine, i vasti processi di ristrutturazione dell’accumulazione capitalistica mondiale costituiscono il terzo fattore da considerare nell’analisi della reazione postbellica ai movimenti operai. Dagli accordi di Bretton Woods, alla creazione della Comunità Europea, si assiste all’affermarsi di un processo di “modernizzazione” che, negli anni cinquanta e sessanta, induce gli studiosi di sociologia a parlare di “declino dello sciopero” come conseguenza inevitabile e benefica della rapida diffusione delle tecniche statunitensi di produzione di massa, determinanti la riduzione del potere contrattuale dei lavoratori, da un lato, ed il rafforzamento di una classe di operai semispecializzati, dall’altro. Dunque, i vari tentativi di controllare e di rispondere alla forza dei movimenti operai nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale hanno presentato diversi limiti e numerose contraddizioni.

La ristrutturazione del sistema capitalistico mondiale promossa dagli Stati Uniti pone solide fondamenta per due decenni di profitti e di crescita senza precedenti, che fornisce le basi materiali per sostenere i patti sociali del dopoguerra. Tuttavia, come già accaduto nell’età dell’oro del capitalismo della metà del XIX secolo, la rapida crescita degli scambi commerciali e della produzione conduce ad una crisi di sovraccumulazione, caratterizzata da forti pressioni competitive e da una generale contrazione dei profitti, cui si tenta di provvedere mediante un incremento sostanziale della produttività che, a sua volta, provoca un’accelerazione dei ritmi di lavoro con la conseguente mancanza di collaborazione degli operai. Quindi, è ragionevole pensare che i processi contemporanei della globalizzazione e delle lotte operaie stiano ripercorrendo le tracce della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento. Inoltre, in relazione all’ipotesi secondo la quale la politica mondiale e le guerre determinano le modalità delle agitazioni operaie nel corso del tempo, emerge una domanda chiave, ovvero se le dinamiche politiche e belliche dell’inizio del XXI secolo siano fondamentalmente diverse da quelle che influenzarono le traiettorie del conflitto operaio nel XX secolo.

Capitolo 5. Le dinamiche contemporanee in una prospettiva storico-mondiale

Nel quinto ed ultimo capitolo viene sviluppata un’analisi incentrata sulle caratteristiche e sulla gravità della crisi che i movimenti operai stanno attraversando nell’epoca contemporanea, alla luce delle riflessioni sul passato precedentemente condotte. Attraverso un confronto tra le modalità di gestione delle mobilitazioni dei lavoratori nelle diverse fasi storiche, si delinea un possibile scenario futuro di sviluppo dei modelli di lotta operaia nel XXI secolo. Inserendo l’analisi della forza lavoro entro una cornice teorica storico-mondiale, è possibile interpretare la sempre più diffusa crisi dei movimenti operai contemporanei.

L’analisi condotta nel secondo capitolo a proposito delle riorganizzazioni spaziali della produzione di massa nei settori industriali classici può essere letta anche come l’adombramento di una tendenza globale all’omogeneizzazione delle condizioni lavorative, in grado di colmare il divario tra Nord e Sud del mondo. Tuttavia, dalla riformulazione critica del modello di ciclo del prodotto sono emerse controtendenze sistematiche in termini di modi in cui la disparità tra Nord e Sud si riproduce costantemente determinando forti differenze tra movimenti operai situati in luoghi e posizioni diverse: ciò si spiega in relazione al fatto che ogni meccanismo analogo ha avuto luogo in un ambito competitivo fondamentalmente diverso. Dunque, si assiste ad una tendenza a riprodurre i profitti generati dalle innovazioni tecnologiche e del prodotto solo nei paesi avanzati, mentre i paesi caratterizzati da un basso costo del lavoro ne beneficiano raramente.
Se la riorganizzazione spaziale del capitale tende ad annullare le differenze tra Nord e Sud del mondo, le soluzioni tecnologiche o bastate sul prodotto operano in senso contrario.

Inoltre, avendo precedentemente sostenuto che l’epicentro delle agitazioni operaie non si è solamente spostato di luogo in luogo parallelamente alle successive delocalizzazioni, ma anche di settore in settore, in seguito alle congiunte innovazioni di prodotto, attestato il passaggio delle agitazioni operaie dall’industria tessile a quella automobilistica, nel contesto attuale del XXI secolo è lecito attendersi la formazione di nuove classi operaie e l’insorgenza di nuovi movimenti operai in quello che si configurerà come nuovo settore trainante. In relazione a ciò, risulta fondamentale affrontare la questione del peso e della natura del potere contrattuale dei lavoratori in queste stesse nuove industrie trainanti. Nello specifico, si può affermare che la tendenza novecentesca all’aumento del potere contrattuale legato al luogo di lavoro appare invertita nel nostro secolo e, al contrario, il potere di contrattazione associativo è in ascesa: tale constatazione porta a prevedere che il destino dei movimenti operai del XXI secolo sarà legato alle dinamiche mutevoli della politica mondiale e, in virtù dell’analisi della situazione dei lavoratori tessili agli inizi del Novecento, che ha portato a conferire rilevanza ai legami tra movimenti operai e movimenti di liberazione nazionale, oggi, similmente, è necessario cercare analoghi collegamenti tra i movimenti operai contemporanei ed altri movimenti.

Dunque, la questione relativa al probabile ripresentarsi nel XXI secolo di una situazione di escalation e radicalizzazione dei movimenti operai su scala mondiale è legata alla possibilità che si ricrei un clima di conflittualità internazionale analogo a quello dei primi decenni del XX secolo: a questo riguardo, la guerra del Vietnam rappresenta un caso significativo. Si tratta di un tipo di conflitto sostanzialmente diverso rispetto a quelli che avevano avuto l’effetto di radicalizzare i movimenti dei lavoratori.
Nelle parole dell’autrice, le guerre recenti hanno danneggiato soprattutto i paesi poveri, non colpendo interiormente le masse dei paesi ricchi: ne consegue che ben difficilmente si produrrà quel tipo di movimenti operai forti, coesi, e combattivi tipici della prima metà del secolo scorso. Agli inizi del XXI secolo la sfida più ardua per i lavoratori di tutto il mondo consiste nella lotta non solo contro il proprio sfruttamento e la propria esclusione, ma per un sistema internazionale capace di subordinare il profitto alla sopravvivenza di tutti.

Appendici
A conclusione dell’opera, vengono accluse tre appendici finalizzate all’approfondimento di alcune procedure pratiche sottostanti all’elaborazione ed allo sviluppo dell’analisi esposta nell’ambito dei capitoli precedenti. Pertanto, sarà utile sintetizzare schematicamente il contenuto di ciascuna sezione, in modo da delineare brevemente il contesto pratico dal quale la trattazione ha avuto origine. Nello specifico, l’appendice A, Il database del World Labor Group: concettualizzazione, misurazioni e raccolta dati, si focalizza sulla descrizione delle procedure che hanno condotto alla creazione di questo importante strumento di raccolta dati. Quale principale fonte empirica cui ci si riferisce nel volume in questione per documentare i modelli storico-mondiali di agitazioni operaie, il database nasce da un progetto di ricerca di alcuni dottorandi e docenti del Fernand Braudel Center presso l’Università di Binghamton, che negli anni ottanta costituirono il World Labor Research Working Group. La stessa autrice del testo analizzato, B. J. Silver, ha successivamente approfondito ed aggiornato il database costruito inizialmente dal gruppo di lavoro. Vengono quindi esposte le modalità di sviluppo ed attuazione del progetto di raccolta dati, nella sua concettualizzazione, nelle misurazioni e nelle procedure di reperimento delle informazioni, con la relativa descrizione dei risultati dei test di attendibilità dei dati stessi.
Nell’appendice B, Indicazioni per la raccolta dei dati, sono riportate le linee guida utilizzate da ogni ricercatore che ha proceduto alla schedatura dei dati indicizzati dai quotidiani dai quali precedentemente erano state desunte le notizie pertinenti. L’appendice C, Classificazione dei paesi, infine, elenca i paesi inclusi rispettivamente nel gruppo “metropolitano” ed in quello “coloniale e semicoloniale”.

Augusto Cocorullo – Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Dipartimento di Scienze Sociali – Dottorato di Ricerca in Scienze Sociali e Statistiche – XXIX ciclo
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