“La buona politica si può fare?”

foto

L’esperienza di Antonio Bassolino è stata tra le più discusse a Napoli ed in Campania. Giunto come rottamatore ante litteram, Bassolino si presentava come il nuovo rispetto ad una vecchia e logora classe politica democristiana da “mani sulla città”. Il suo buon governo, per circa un decennio, di Napoli gli ha concesso, per altri 10 anni, la fiducia dei cittadini come Governatore della Campania, finché la crisi dei rifiuti non lo ha travolto.

La sua vicenda personale è inevitabilmente intrecciata con quella politica, la politica è sempre stata la sua vita. Ed è proprio in ragione della sua esperienza che Antonio Bassolino si chiede, e noi con lui, se “la buona politica si può fare”. E’ così che nasce questo dibattito tra generazioni, in cui si discuterà del ruolo dell’arte (da McLuhan a Marcuse), della società (il “contropotere” di Beck) dei social network nella politica: qual è oggi il miglior modo per fare politica?

Noi crediamo che una buona politica si possa fare e, discutendo, cercheremo di trovare il miglior modo per atturla.

Raffaele Vanacore
Se l’ articolo ti è piaciuto condividilo su Facebook:
facebook-condividi-icon

Gomorra e Marx

L’intimo rapporto dell’uomo con se stesso è, nella cultura africana, totalizzante: egli è se stesso in quanto parte imprescindibile della natura. Egli è naturalmente emancipatorio: l’emancipazione di sé corrisponde a quella della natura. Ed egli si compie nella natura: la natura è la sua libertà. Nella cultura capitalista, al contrario, il rapporto dell’uomo con se stesso è, in virtù dell’alienazione prodotta dal lavoro, svalutato. E questa svalutazione costituisce l’essenza stessa dell’uomo capitalista. Egli è una “merce” e vive per il capitale. La sua unica funzione è la creazione di capitale: di conseguenza, secondo l’ “etica del lavoro”, il non lavorare è una perdita di capitale, e quindi della sua essenza. L’uomo banconota (o bancomat…) è uno zombie.

È il paradosso che l’uomo si trova schiacciato tra i propri primitivi bisogni e le sue artefatte (dalla società capitalista) necessità a costituire l’essenza, spesso inconciliabile, dell’individuo capitalista. Egli sente i propri bisogni, ma li svende per il salario e, paradossalmente, è il lavoro stesso che – seppur nato per soddisfare i bisogni – costituisce il più impervio ostacolo alla loro realizzazione. Il lavoratore soddisfa i bisogni della società ed in pratica “il capitale esiste al posto suo”. È il capitale a definire l’esistenza e dove non c’è capitale non c’è esistenza. È così che, in assenza di capitale, la vita risulta superflua e guerre e devastazioni giustificate. Un territorio non capitalista è inutile ed il male dell’inutilità a-capitalista va sradicato.

A dover essere eliminati, per la società capitalista, tuttavia, non sono solo questi non-luoghi di non-capitale, ma anche tutte quelle esistenze “inutili” di individui non capitalizzabili. È il caso dei vagabondi, dei miserabili, dei disoccupati… Queste sono esistenze ontologicamente inutili ed eticamente disprezzabili. In pratica, il disoccupato è l’emblema della distorsione sociale capitalista: colui che non si aliena da se stesso èmassimamente e socialmente alienato. La scelta è tra l’alienazione da sé e l’alienazione dalla società. Ed i grandi beni della società capitalista rendono preferibile la prima.

In pratica, il lavoratore è una merce, assimilabile, ad esempio, ad una tanica di benzina: il salario è il prezzo da pagare affinché l’utilizzo di un certo mezzo (la benzina-il lavoratore) consenta l’attivazione di una certa struttura (la macchina-la società capitalista). Il posto per taniche di benzina inutilizzate non c’è, così come per colui che non lavora c’è solo il regno dello sdegno.

Peraltro, posto che lo scopo del capitale non è quello di produrre il maggior numero di lavoratori possibili, ma piuttosto quello di massimizzare il profitto, è evidente come l’”unico principio” dell’economia politica è il rapporto inverso tra salari ed interessi del capitale. Laddove gli interessi del capitale aumentano, i salari diminuiscono e viceversa. Nel primo caso, si è in presenza di un massiccio spostamento di ricchezza dal basso verso l’alto; nel secondo, assai più infrequente, lo spostamento avviene dall’alto verso il basso.

Il capitale, emancipatosi e fattosi “astratto da ogni altro essere”, vive solo per se stesso: l’economia reale è un povero intralcio all’economia astratta, ossia all’ arte del capitale. Così come l’astrattismo di Kandinskji trascende la forma ed i contenuti, giungendo ad una primordiale identità dell’essenza con se stessa, il capitale trascende la forma – ossia lo spazio-tempo – ed i contenuti – ossia l’economia reale – e giunge a quella concreta nebulosa che è la finanza. Astratto da sé, in un non-luogo spazio-temporale, il capitale proclama la propria ancestrale indipendenza dal mondo delle cose. Ed in tal modo sottomette l’immanenza umana.

Le distinzioni tra capitale mobiliare ed immobiliare saltano bruscamente: esso è eimmobiliare e mobiliare. La fosca unione è evidente nel clan Savastano di Gomorra: sono non solo le immense rendite mobili (ossia liquide) a costituire, ormai, l’espressione capitalista, ma anche gli immobili, spesso in luoghi lontani, non conosciuti neanche dai proprietari. E così l’intreccio tra capitale e camorra è compiuto, la massima espressione capitalista, ossia del mondo “civilizzato”, è la criminalità organizzata, espressione, in un’ottica “capitalista”, di un mondo “arretrato”.

È il paradosso che l’illegalità è legalizzata, in virtù di un’arte astratta del capitale – che estrae dal cilindro il coniglio dei fondi della camorra – a costruire l’etica del capitalismo del XXI secolo. In un mondo in cui la legge del capitale, ossia del denaro, impera, il resto è illegale, ma ciò che riguarda il capitale è legale. La verità del mondo moderno è che la finanza è camorra, anzi un monopolismo delle organizzazioni criminali, alleate sotto le insegne politiche del denaro. È l’apoteosi del “prode, fantastico e furbo mariuolo”.

Raffaele Vanacore
Se l’ articolo ti è piaciuto condividilo su Facebook:
facebook-condividi-icon

L’etere politico

La crisi degli Stati, e del loro ruolo politico – insomma, della loro capacità legislativa ed esecutiva – è riconducibile non tanto a singole e locali inadeguatezze (come quelle che, più propriamente definibili di contro-utilità sociale, hanno caratterizzato i vari governi Monti, Letta e Renzi in Italia e le presidenze Sarkozy ed Hollande in Francia), ma piuttosto all’evaporazione, concreta, del potere statale, intesa come “trasferimento di funzioni dello Stato all’economia mondiale” (U. Beck). Se queste funzioni, in massima parte legislative ed esecutive, son trasferite all’economia globale, il risultato è una governance without government.

In sostanza, l’insufficienza della democrazia rappresentativa – ossia l’incapacità degli eletti di rappresentare gli interessi ed i bisogni non solo di chi li ha votati, ma di tutti i cittadini dello Stato che rappresentano – è un problema non spaziale, ma a-spaziale. Dove lo spazio è esteso all’infinito, infatti, l’individuo, posto in rapporto allo spazio, è a pari a zero. E questo è il fallimento della democrazia rappresentativa: quando, in uno spazio esteso all’infinito, non si rappresenta nessuno, la democrazia rappresentativa fallisce ed il sistema politico si apre a nuove forme di dominio.

L’economia politica globalizzata – per alimentare se stessa e per spezzare i vincoli della rappresentanza – ha travalicato i confini dello spazio, globalizzando il mondo, rendendolo singolo ed infinito. Il vecchio sistema statale, e quindi politico, spaziale è morto. Non sono più i governi, politicamente e spazialmente definiti, ma è un’economia mondiale – non legittima né legale, in altri termini translegalizzata (per usare un’espressione che Beck riprende da Max Weber) – a governare il mondo. Si assiste, in pratica, al “declino della legittimazione del potere” ed all’alba di un potere translegale, che ripudia la democrazia rappresentativa (secondo il modello congiuntivo bottum-up) e fa proprio il modello tecno-elitario (secondo il modello etereo top-down, dove cioè le linee del potere non toccano mai i punti più bassi della società, cioè i cittadini).

L’unica alternativa, in un mondo inesorabilmente – per l’avanzare tecnologico – mondializzato, è la creazione di un’altra globalizzazione, fondata sulle genesi di nuove forme di economia. Queste piuttosto che mettere il capitale (che ha l’unico scopo di estrarre il massimo profitto da se stesso) al centro del sistema socio-politico, pongono l’uomo al centro del nuovo universo socio-politico, con l’obiettivo di estrarre la massima umanità da esso.

 Raffaele Vanacore

Se l’ articolo ti è piaciuto condividilo su Facebook:
facebook-condividi-icon

Vivo e Muoio (canzone)

Vivo e muoio

In questo freddo Novembre
Cosi cupo e triste
Rispuntan dei ricordi grigi
Ma sempre vivi
Che hai cercato di abbandonare
Di dimenticare
Amori, amicizie che tutto d’un tratto
Sono svanite nel vento
Più ci pensi e non osi credere
Come si cambia
Rit: Vivo e muoio
Nei tuoi occhi
Cercando di essere migliore in un futuro
Che spero diverso
Do a te questa canzone
Da cantare per ore ed ore
Vivo e muoio
Nei tuoi occhi

Hai cambiato ormai la tua rotta
E stai naufragando
Ricordi del passato che hai cancellato
Non te ne fare una colpa
Devi solo nuotare…nuotare

Rit: Vivo e muoio
Nei tuoi occhi
Tanti pensieri
Nella mia mente
In questo strano presente
Sarò tuo per sempre
Tu, mia musa mia stella cadente
Vivo e muoio
Nei tuoi occhi.

The truth is bitter
The rest is silence

The truth is bitter
The rest is silence

Live and die
In your eyes
I’m trying to be better
In a world that it’s never the same
I’ll give this song to you
singing it in everlasting

Live and die
In your eyes

Giuseppe D’Angelo
Se l’ articolo ti è piaciuto condividilo su Facebook:
facebook-condividi-icon

Vivo e Muoio

Vivo e Muoio
Opera in lieson d’etre con il brano omonimo, tratto dall’ep “asha”, light sounds, Giuseppe D’Angelo

Il sole non filtra nell’animo afflitto,
Cambiamenti e paure tinte di grigio
Dipingono un mare in tempo autunnale,
Mai cheto o sereno, in clamor di tempesta.
Con faro lontano, intermittente di vita,
L’argine al fiume di viva memoria,
Eretto alto dal desiderio di oblio,
Perde centimetri dalle radici alla cima
E più non basta nel turbamento dei sensi
A far scudo al cuore e all’animo affranti.

Nel liquido specchio, tra mille riflessi
Il solito io non par più lo stesso,
In quel tremulo quadro di nuovi orizzonti
Circondato da vuoti mai più colmati
Di andati compagni e perduti amori.
Lo shakespeariano dilemma, tra scelte sicure
Pianta le basi in questo mare di essenza,
E risucchiato violento nel naufragio di scelte
Non è ancora, non più, dopo decenni di essere,
Rimpiazzato con forza dalla realtà della vita.

Vivere, morire, vivere o morire
Non c’è tempo che richiami a tal scelta crudele,
Animo pavido sceglie la morte, illuso la vita,
Ma il naufrago lotta, agguantando il futuro
In indomite acque, non in porto sicuro.

Mi abbandono a te o dolce Speranza
Al tuo sguardo benevolo di vita e di morte,
Integerrimo servo dei Tuoi insegnamenti;
In un mondo che dona solo a chi lotta,
E futuro concede, ma dopo tempesta.

Madre severa, fedele compagna,
Croce e delizia dell’essere umano,
Unica luce nel cielo più nero,
Compassionevole forza, presente e futuro:
Vivo e Muoio, nei tuoi occhi.

Vincenzo Monda
Se l’ articolo ti è piaciuto condividilo su Facebook:
facebook-condividi-icon

Scozia, occasione perduta o pericolo scampato ?

IMG_4184.JPG

Una situazione che non sarebbe piaciuta affatto al celebre William Wallace, il mitico personaggio di Braveheart che combatteva nel ‘300 per l’indipendenza della Scozia dal re inglese Edoardo III Plantageneto. Eppure la realtà di oggi è questa, gli scozzesi hanno letteralmente lasciato cadere il sogno dell’emancipazione dal Regno Unito di Gran Bretagna, lo stesso sogno per il quale in Irlanda del Nord fu versato un mare di sangue anni e anni fa.

“Sunday, bloody Sunday!” recitava la famosa canzone degli U2, in cui il leader del gruppo Bono Vox rievocava le stragi compiute dai soldati di Sua Maestà per reprimere una rivolta popolare durante una tremenda domenica per le vie di Belfast, capitale dell’Ulster sotto il giogo britannico. Se in quel lembo di Irlanda da sempre si combatte per raggiungere l’agognata indipendenza dalla Corona di Elisabetta, per annettersi alla Repubblica dell’Eire, in Scozia è avvenuto qualcosa di diverso. Niente sangue, nessuna battaglia in città, ma un paese profondamente diviso.

Il referendum tanto temuto per l’unità e la stabilità dell’intera Europa, tenutosi lo scorso 19 settembre in Scozia, non ha sortito gli effetti previsti. Positivi per i più idealisti, negativi per i più attaccati alle questioni economiche e nascosti dietro un’unità europea che per ora resta un semplice fantoccio. La campagna mediatica messa in atto dall’Unione Europea contro il Si, ovvero contro la secessione della Scozia dal resto del Regno Unito, è stata la motivazione principale per cui molti scozzesi – forse poco più della metà – si sarebbero fatti pilotare nella scelta. Lo spauracchio di un’uscita definitiva di tutta l’area britannica dalla Comunità Europea è stato agitato a dovere generando diffidenza e paura, soprattutto per le probabili ricadute in altri Stati europei in crisi d’identità. Il pensiero è corso subito al caso spagnolo, dove la Catalogna continua a proclamare la sua indipendenza dalla Corona di Spagna. Non un caso da nulla insomma, anche se in altre aree europee ci si è perfino uccisi in passato per ottenere l’indipendenza (ex Jugoslavia).

A quanto pare avrebbe inciso anche il discorso del petrolio, di cui la Scozia è ricca ma da cui sembra aver avuto “paura” di trarre profitto da sola senza la guida inglese. Gli scozzesi, ai quali già il premier britannico Cameron ha già concesso ampie sfere d’autonomia decisionale, hanno deciso di continuare a cantare “God save the queen”. Niente e nessuno consolerà quel 49 % (stando ai sondaggi) che voleva invece la secessione.

Nulla da fare per i moderni Braveheart, che si facevano sentire soprattutto a Glasgow, la seconda città della Scozia. Dall’altro lato Edimburgo, capitale scozzese, era schierata in maggioranza per il fronte del no all’indipendenza.
Scongiurato in sostanza il pericolo di un nuovo ’48 nel XXI secolo, da Bruxelles tutti i burocrati tirano un sospiro di sollievo per l’incolumità dell’Europa. Il dato di fatto è che ancora una volta le decisioni dei potenti hanno in qualche modo influito su una scelta di democrazia, mettendo gli interessi alla stabilità e la convenienza al primo posto, davanti ad un nazionalismo che in fin dei conti non avrebbe fatto male a nessuno. Soprattutto pensando che l’autonomia scozzese era qualcosa di quasi pieno e assodato, che mancasse solo il sigillo alla questione secolare. Con buona pace della Regina, s’intende!

Francesco Pascuzzo

Se l’ articolo ti è piaciuto condividilo su Facebook:
facebook-condividi-icon

Dai cittadini un nuovo impulso alla lotta al cambiamento climatico

summit-banner-668-en1

A poche ore dal Climate Summit di New York, l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sembra ridestarsi sui temi del cambiamento climatico dopo mesi di sostanziale assenza dalle prime pagine dei giornali. Le crisi economiche e geopolitiche hanno fatto il gioco degli scettici sulle battaglie contro il cambiamento climatico, ritenendolo un falso problema e soprattutto un costo inutile in tale congiuntura economica. La sostanziale inattività politica delle istituzioni europee negli ultimi mesi ha fatto il resto e il tema è finito per ricomparire sui mezzi di informazione solo quando milioni di residenti urbani in tutto il mondo sono scesi in piazza per manifestare. Ma quanto le autorità europee e nazionali saranno in grado di accogliere questo grido che emerge dalle piazze? Se è vero che le istituzioni sovranazionali hanno promosso negli ultimi anni in maniera sempre più convinta approcci e orizzonti operativi tali da indurre anche i paesi più riluttanti ad accettare le logiche della governante multilivello, l’Europa appare ancora troppo debole e frammentata sullo scenario mondiale per giocare un vero ruolo guida soprattutto per quanto riguarda la cooperazione con i BRICS.

Passa proprio dalle economie emergenti, o affermatesi negli ultimi anni e in recente rallentamento, il peso di un’azione davvero globale sul clima che non può prescindere da tre temi chiave: innovazione urbana, risparmio di suolo, efficienza energetica. In una parola, dalle smart city. Mentre India e Cina hanno di recente annunciato imponenti piani di urbanizzazione intelligente, Russia e Sudafrica stentano ancora nella definizione di piani di efficienza energetica urbana. Ciò comporta effetti negativi non tanto strettamente sul piano della mancata riduzione di emissioni di CO2 ma anche nel ruolo guida che questi paesi possono esercitare nei paesi di loro influenza economica e culturale, che messi assieme rappresentano i principali poli di sviluppo demografico dei prossimi decenni.

Ripartire dalle politiche partecipative del Brasile e dal mix di interventi di pianificazione strategica e partecipazione civica rappresenta una strada non solo per riorientare l’azione di un continente in nome della sostenibilità ma anche per tracciare un modello che renda l’azione per il clima un fattore di crescita economica e di reale coinvolgimento sociale. Sta puntando su questo anche il Perù, che ospiterà il prossimo round negoziale della Conferenza delle Parti, ma ciò indica una strada valida anche ad altre realtà impegnate sulla strada dell’innovazione contro il cambiamento climatico. Senza una reale condivisione di obiettivi e scenari futuri, l’azione sul clima rischia di restare un affare istituzionale lontano dalle persone. Se i governi saranno realmente capaci di mettere in pratica i principi della multilevel governante, i benefici non saranno solo sulla qualità dell’aria che respiriamo ma anche sui processi di crescita democratica ed economica decisivi per uscire da una crisi globale.

Simone D’Antonio
Se l’ articolo ti è piaciuto condividilo su Facebook:
facebook-condividi-icon

La fine delle tasse

La politica economica (o l’economia politica..) odierna si arricchisce, quotidianamente, di nuove contraddizioni e, con esse, di nuovi inquietanti dilemmi per il cittadino comune. Egli, colui che – in altri termini – non è in grado di spostare il reddito derivato dal proprio lavoro in paradisi fiscali, si trova a finanziare, con le ingenti tasse da lui pagate, un distorto sistema di tassazione regressiva.

Insomma, ci troviamo di fronte all’enigmatico paradosso, il quale, in sintesi, è l’antitesi della politica economica stessa, del finanziamento, da parte dei meno ricchi e tramite il suddetto meccanismo di tassazione regressiva, peraltro globalizzato, dei più ricchi. E’ inaccettabile, in pratica, che colossi come Amazon paghino lo 0,5% dei propri ricavi ed un commerciante arrivi a pagare il 60-70% di tasse.

Questo sistema economico è arrivato al culmine: l’economia politica non può più essere il gioco delle tre carte, dove vince sempre il banco, cioè l’imbroglione di turno, peraltro translegalizzato. 

Il sistema economico va rifondato: le spese, quantomeno, per istruzione e sanità vanno, DA SUBITO, integrate nel calcolo del PIL, al pari di prostituzione, contrabbando e spaccio di droga. Il sistema di Welfare va inteso come occasione di sviluppo: l’istruzione arricchisce le nazioni, i trasporti facilitano i commerci, la sanità rende dignitosa la vita del cittadino.

L’economia dello Stato va rifondata ora, prima del baratro.

Raffaele Vanacore

 
Se l’ articolo ti è piaciuto condividilo su Facebook:
facebook-condividi-icon

Marx e la servitù dell’alienazione

Dopo aver dimostrato come – a causa del fatto che “una gran parte della proprietà fondiaria cade nelle mani dei capitalisti e così i capitalisti diventano ad un tempo proprietari fondiari” – risultano solo due classi sociali, la classe dei lavoratori e la classe dei capitalisti, e dopo aver dedotto come “il salario ridotto al minimo deve essere ancora ulteriormente ridotto per sostenere la nuovo concorrenza”, fatto che “conduce poi necessariamente alla rivoluzione”, Marx – nel capitolo “Il lavoro estraniato” – delinea quella che è la condizione del lavoratore. L’economia politica (o la politica economica…), difatti, non ha altro fine se non quello di indagare la condizione sociale, e per questo individuale, dell’uomo. Ora, dato che la società si divide, in somma parte, in due categorie – quella dei proprietari capitalisti (in altre parole, di coloro che vivono senza necessità di lavoro) e quella dei lavoratori non proprietari (condizione oggi, in realtà, estendibile anche ai piccoli proprietari, in somma a coloro che necessitano di lavoro per vivere) – l’analisi del rapporto tra queste due categorie si impone come essenza dell’analisi sociale stessa. Orbene, constatato come la deriva monopolistica ed accaparratrice socio-politica degli ultimi decenni, ha condotto, senz’ormai alcun’ombra mistificatoria, ad una società siffatta, l’analisi marxiana risulta di decisiva importanza non solo per comprendere i suddetti rapporti sociali, ma anche per contrastare questa stessa deriva ed elaborare delle alternative economico-politiche.

Ecco dunque il punto: l’alienazione. Ma da dove nasce questo concetto? È forse questo un concetto di natura economica? O forse è questo un concetto individuale? Seguendo Feurbach (Tesi su Feurbach), Marx aveva scoperto come egli “risolve l’essenza religiosa in essenza individuale”: in altre parole, “gli uomini alienano il loro essere proiettandolo in un Dio immaginario, solo quando l’esistenza reale nella società classista proibisce lo sviluppo e la realizzazione della loro umanità” (Reale ed Antiseri; corsivo di chi scrive)In pratica, dal momento che l’alienazione religiosa è alienazione individuale, occorre modificare le condizioni sociali che creano l’alienazione individuale, sradicando di conseguenza l’alienazione religiosa.

Posto come obiettivo lo sviluppo e la realizzazione di ogni uomo, ne deriva, quindi, la necessità di modifica di quelle condizioni socio-economiche che creano l’alienazione individuale. Ed in larga parte tali condizioni si basano sul lavoro alienato. È in questo contesto che risulta estremamente chiaro come “la religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di situazioni in cui lo spirito è assente. Essa è l’oppio dei popoli”.

In sostanza, la società crea l’alienazione individuale attraverso il lavoro alienato e l’individuo trasla la propria alienazione individuale in alienazione religiosa, trovando conforto in un Dio ed in un aldilà gradevoli. Ma come la società crea il lavoro alienato?

In primis, “quanto più l’operaio si consuma nel lavoro, tanto più potente  diventa il mondo estraneo, oggettivo, che egli si crea dinnanzi, tanto più povero diventa egli stesso, e tanto meno il suo mondo interiore gli appartiene”; in secundis, “quanto più l’operaio si appropria col proprio lavoro del mondo esterno, della natura sensibile, tanto più egli si priva dei mezzi di sussistenza”. Quindi, l’operaio, quando lavora, non solo crea prodotti di lavoro a lui estranei, ma si riduce anche come essenza fisica, in quanto riduce i mezzi di sussistenza: in pratica, il lavoro è “un mezzo per soddisfare bisogni estranei”.

Ed a questo punto  si chiarisce il rapporto tra alienazione religiosa e lavoro alienato: infatti, “come nella religione, l’attività propria della fantasia umana, del cervello umano e del cuore umano influisce sull’individuo indipendentemente dall’individuo, come un’attività estranea, divina o diabolica, così l’attività dell’operaio non è la propria attività. Essa appartiene ad un altro; è la perdita di sé”.

Difatti, considerando che la natura è il corpo inorganico dell’uomo, l’appropriazione – da parte dell’uomo – della natura, con la conseguente riduzione dei mezzi di sussistenza, ossia della natura stessa, esita in una riduzione dell’essenza stessa dell’uomo. In altre parole, seguendo l’emergente – e così influente – teoria darwiniana, Marx può affermare che “il lavoro fa della vita della specie un mezzo della vita individuale”: poiché la vita, infatti, appare come “mezzo di vita”, il lavoro alienato fa “della sua essenza soltanto un mezzo per la sua esistenza”.

In tal contesto ontologico-esistenziale un ruolo primario è giocato, in maniera decisiva, dalla coscienza: è questa, infatti, che, rendendo l’uomo consapevole della propria appartenenza alla specie, lo fa libero. Ed il lavoro libero è l’ “oggettivazione della vita dell’uomo come essere appartenente ad una specie”. Al contrario, il lavoro alienato, privando l’uomo dell’oggetto della sua produzione (ossia, come detto sopra, diminuendo di fatto la quantità di beni naturali disponibili per la sua sopravvivenza in quanto appartenente ad una specie), e quindi spogliandolo della sua coscienza di individuo, “gli strappa la sua vita di essere appartenente ad una specie”.

A questo punto, come l’individuo alienato religioso di Feurbach è un essere a-storico, così l’individuo alienato tramite il lavoro di Marx è un essere a-specifico, e per questo a-storico: la sua dimensione sociale si perde nell’alienazione eretta a sistema. La sua vita, ossia il suo vissuto interiore (inconscio, si sarebbe poi detto…), che è la sua verità, ossia la sua libertà, è sacrificata sull’altare della società, che esige l’alienazione come mezzo di perpetuazione della sua esistenza all’interno della società. E la coscienza individuale, sconfitta, si adegua: l’uomo non vive più la propria vita, ma alienato da se stesso, vive la vita della società. La sua coscienza è stata colonizzata da quella della società. Non c’è più biologia individuale, ma solo biologia sociale.

La differenza con l’alienazione religiosa di Feurbach è che l’uomo alienato di Marx – poiché “i miracoli divini divengono superflui a causa dei miracoli dell’industria” – non rinuncia al proprio godimento per un’esistenza nell’aldilà; egli, al contrario, rinuncia, per garantirsi la sopravvivenza, al godimento in questa vita per un altro uomo. Ed è questo stesso uomo che, appropriandosi del plusvalore, ossia del prodotto netto sottratto alla natura, e quindi agli altri uomini,  ed erigendosi a razionalità sociale, e cioè costruendosi come coscienza dell’individuo, vive il plusvalore di godimento sottratto agli altri uomini.

Il capitalista è padrone non solo del plusvalore, e quindi del reddito, ma anche del godimento, e quindi della vita stessa del lavoratore. E quanto più si impadronisce della vita del lavoratore, tanto più plasma la coscienza dell’individuo, il quale, in tal modo, non vive più la propria condizione come un’alienazione, ma – addirittura – come l’esistenza desiderabile. Al reale godimento biologico subentrano godimenti, pur altrettanto biologici, ma fasulli, che hanno il precipuo compito di maschera la condizione di asservimento della maggior parte degli uomini. Così come gli dei, per Feurbach, non sono la causa dell’alienazione religiosa, ma la conseguenza, così la proprietà privata è non già la causa del lavoro alienato, ma la conseguenza. La proprietà privata è il prodotto del lavoro alienato, la realizzazione di questa alienazione.

Il fine dell’alienazione sociale, attuata tramite il lavoro e manifestatasi tramite la proprietà privata, è la selezione naturale della specie umana: ma questa selezione è falsata, in-naturale. Chi ha la capacità di alienare gli altri, sfruttando il lavoro ed anche le loro conquiste scientifiche, si impossessa sempre più delle risorse, con il rischio non solo di avere una perdita netta di risorse, ma anche di sfociare nell’impossibilità della natura a soddisfare i bisogni della specie umana. Ecco che il socialismo marxiano è “scientifico”, lo è in quanto biologico.

Rifiutata ogni possibilità di aumento dei salari, in quanto essi stessi espressione della proprietà privata, il fine ultimo della società va posto nell’emancipazione della società dalla proprietà privata, in quanto “in questa emancipazione è contenuta l’emancipazione universale degli uomini”. Questa utopistica fine della selezione naturale della specie umana basata sulla proprietà privata è il fine del socialismo.

Raffaele Vanacore

Se l’ articolo ti è piaciuto condividilo su Facebook:
facebook-condividi-icon

Francia, Europa e nazionalismi

Lo sfascio economico, politico e sociale francese è, allo stesso tempo, esempio del fallimento della governance liberal-democratica ed avvertimento circa le possibili vie di fuga di tale crisi.
Mentre in Italia solo un’ottusità collettiva, alimentata da media monolitici, nasconde un disastro socio-economico altrettanto profondo (rifugiandosi dietro le solite affermazioni: “è sempre andata così”, “questa è l’Italia”, “è nella nostra natura” e baggianate simili), in Francia, dove la grandeur è storia (loro hanno vinto la II guerra mondiale, noi l’abbiamo stupidamente combattuta e persa), il dibattito politico sulle cause e sugli sviluppi dell’odierno sfacelo infiamma.
Lasciando da parte le differenze, pur di notevole rilevanza (soprattutto per il fatto che esse in Francia sono realmente ideologiche, e quindi politiche) all’interno della stessa maggioranza, quel che ci interessa è proprio l’interpretazione delle cause della crisi e lo sviluppo di possibili soluzioni.

Sconfitto l’indipendentismo globale golliano (la Francia che “ce la fa da sola”, la scelta di non aderire alla NATO fin qualche anno fa), anche la Francia, paese nazionalista par excellence, si è ritrovata sottomessa al giogo dei poteri transnazionali e globalizzati.
Accomunata all’Italia da una forte tradizione comunista, ma differente da questa per un centralismo burocratico ancor più gravoso, la Francia si è trovata nuda di fronte alle sfide millenarie dell’euro e della globalizzazione.
Disoccupazione, immigrazione, calo della competitività sono all’ordine del giorno. E qui, dove le ricette socialiste son ritenute inefficaci o quanto meno inattuabili (si vedano i primi anni della presidenza Mitterrand ed i primi della presidenza Hollande), nonostante gli sforzi dei più grandi economisti di oggi (Picketty), l’approdo verso lidi neo-nazionalisti, intolleranti verso il diverso (nella figura dell’usurpatore immigrato) ed anti-europeisti è sempre più probabile.

Se è la governance europeista e globalizzatice ad aver affossato la Francia, sarà una politica nazionalista e quasi protezionista a ridarle vigore. Il rischio è che questo rimedio venga reputato efficace dall’Italia e da altri paesi, perpetuando ed alimentando quegli scontri sociali (quasi una ripetizione di quelli avvenuti 100 anni fa in Europa…) tra diverse fasce della popolazione.
L’alternativa a questa soluzione è quella di chi, ritenendo l’Europa un grande esempio di pace e di fratellanza (la generazione Erasmus…), vuol cambiare le fondamenta politiche dell’Europa stessa.
Questa è l’ultima chiamata. Solo rovesciando le politiche di austerity (abolizione del pareggio di bilancio dalla costituzione, uscita dal fiscal compact), imposte al cittadino medio da una finanza accaparratrice, ed attuando delle riforme socio-economiche improntate sulla dignità e sulla libertà, individuale e sociale, del cittadino, si riuscirà a porre una freno alla deriva neo-nazionalista europea.

Raffaele Vanacore

 
Se l’ articolo ti è piaciuto condividilo su Facebook:
facebook-condividi-icon